E se le chiamassimo Metaolimpiadi?

Spettacolo ed emozioni senza eguali, eppure le Paralimpiadi 2016 si chiudono lasciandomi con l’amaro in bocca. Dev’essere per quella -o- che, nella fretta in cui oggi si tritura ogni cosa, hanno mangiato senza neppure badare alle conseguenze. Siamo onesti, pa-ra-lim-pì-a-di è una parola davvero brutta che decapita la solennità del Monte Olimpo da cui tutto originò. Risparmiare su una vocale è gesto di cattivo gusto e, del resto, come recita un motto popolare, il risparmio non è mai guadagno. Poi, stando in argomento, io solleverei anche la questione del prefisso. Para-, secondo la definizione che ne dà lo Zingarelli, significa somiglianza, affinità oppure contrapposizione: equivale a dire che i campioni straordinari che ci hanno commosso, si sono messi in gara per tentare di avvicinarsi agli altri atleti, o addirittura per prenderne le distanze. Guasta, francamente, l’idea che i disabili debbano, nelle varie discipline sportive, misurarsi con dei riferimenti così de-finiti, come se non fosse loro permesso di andare — nei campi da gioco, nelle piste, dentro le corsie — liberi. E se, invece, le chiamassimo Metaolimpiadi? Citando dal medesimo vocabolario, il prefisso meta-, alla parola cui si abbina, imprime un moto che trascende, che va al di là, trasferendola nell’oltre, categoria che contiene in sé l’infinito, che fa correre l’immaginazione e che abbatte tutti i limiti. La categoria che rende liberi.