Incontrarsi

Quando ci siamo conosciuti portavo un paio di stivaletti con il tacchetto.

La tua voce l’avevo già sentita. Il tuo viso lo avevo visto solo in fotografia.

Camminavo sculettando, come spesso mi capita senza volerlo.

La laguna a destra, i palazzi di Venezia a sinistra.

E l’allegria del Carnevale tutto intorno.

Ti ho riconosciuto da lontano, nel tuo modo di camminare c’era qualcosa che andava a tono con le tue parole.

Lento e calmo ma solo in apparenza.

Mi ero arricciata i capelli come travestimento.

Mi guardavi fisso.

Mi hai detto di aver pensato : “Cosa vuole questa da me, mi porterà alla rovina”.

Mi ricordo di aver pensato “No cavolo io a Venezia non ci voglio proprio vivere”

Eri agitato.

Avevi le corna da barbaro.

Le abbiamo ancora in soggiorno e sono diventate un pezzo del nostro arredamento.

Mi hai regalato un pan di stelle di gommapiuma.

Mi hai detto, come tutti, che sono più minuta di quello che mostrano le mie foto.

Abbiamo parlato in un ex magazzino del sale, alzando la voce sopra la musica a tutto volume.

Un tizio mi ha versato addosso della birra.

Mi piacevi troppo per fare una scenata isterica.

Lo ho maledetto solo con il pensiero.

Mi hai detto che sono bella.

Speravo mi dicessi che sono bella.

Mi hai sfiorato una mano, con un gesto che credevi esperto.

Ti ho trovato buffo ma mi sono innamorata delle tue mani, affusolate e capaci.

E il suono dell’amore ci riempiva.

E il suono del destino ci ha travolto.

E lo sapevamo.

Come lo sappiamo ancora.