I miei capelli sono ancora bagnati

image copyright: Marco Donghia

Da grande volevo fare il ladro di opere d’arte.
Erano gli anni ’80 e io, che vivevo con entusiasmo la mia preadolescenza, cercavo di pianificare il mio primo, vero colpo. Non avevo dubbi su quale sarebbe stato l’obiettivo: avrei rubato la Gioconda.
Armato di enciclopedia, fogli di carta, matite, righelli e compasso (oh, formidabile strumento, compagno di mille avventure!) ho trascorso interi pomeriggi a studiare la planimetria del Louvre, approntando mappe, studiando percorsi, prevedendo eventuali sistemi di allarme e pianificando la mia rocambolesca e spettacolare fuga tra i tetti di Parigi, con la preziosa tela sotto al braccio.
Immaginavo i notiziari alla TV, i titoli dei quotidiani, le mie gesta sulla bocca di tutti. Iniziai a pensare anche ad un nome d’arte, degno del miglior ladro d’Europa. Ma che dico? Del mondo!
Poi ho scoperto la scrittura. Un pezzo alla volta mi ha intrappolato nelle sue trame e, prima che potessi rendermene conto, già picchiettavo sui tasti della Olivetti Lettera 32 di mia madre tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche di notte, in effetti.
I miei sogni di gloria furfanteschi ben presto furono sostituiti da quelli altrettanto gloriosi di scrittore. A dodici anni mi piazzavo davanti allo specchio e improvvisavo i miei discorsi, quelli che avrei proposto ai giornalisti durante le interviste alla televisione, dove avrei raccontato al mondo il segreto del mio clamoroso successo.
Poi è arrivato lo skateboard. Era il 1988. Avevo quattordici anni, e i miei genitori mi regalarono la prima e unica tavola che io abbia mai posseduto (unica, perché ancora ce l’ho): una Santa Cruz, modello Tom Konx, tracks Indipendent, cuscinetti e ruote Powell Peralta.
Fino alla maggiore età, lo skateboard ha rappresentato una delle mie passioni più grandi. Il motto di quegli anni era essenziale: Skate or Die!
Verso i venti anni ho scoperto il beach volley e il surf, due attività che ho praticato assiduamente fino ai trenta anni. In pratica passavo più tempo in spiaggia che in città, estate o inverno che fosse.
Ora ho quarantadue anni. Il surf fa ancora parte della mia vita, sebbene ora trascorra più tempo in città che in spiaggia.
Ogni tanto tiro fuori lo skateboard dal ripostiglio e ci faccio un giro, insieme a mia figlia, che sta imparando ad andare in monopattino e vuole che la segua nelle sue corse.
Anche la scrittura è ancora presente nella mia vita; non l’ha mai abbandonata per un solo istante.
Quando avevo venticinque anni, a causa di emicranie e vertigini frequenti, ho fatto degli accertamenti. È venuto fuori che avevo due vertebre cervicali schiacciate e parzialmente fuse tra loro.
“Hai passato troppo tempo piegato sul tavolo a scrivere”, mi disse il medico. Cattiva postura.
Siccome il surf e il beach volley non avrebbero migliorato la mia condizione, mi consigliò di interrompere queste attività e di dedicarmi a qualcosa di meno traumatico per la colonna cervicale.
Per gran parte della mia vita ho portato i capelli lunghi. Anche adesso. Ne ho davvero tanti, una bella testa folta, piena di splendidi ricci argentati.
A dicembre, quando esco dall’acqua e mi sfilo la muta, il vento mi taglia la pelle e il gelo mi avvolge le ossa. I capelli fradici ondeggiano sul collo. E le mie vertebre lanciano maledizioni.
Scrivere storie, fare surf e skateare, a quarantadue anni io sono ancora io. Quando mi specchio, mi riconosco subito. Non dubito mai di ciò che vedo. Ed è una gran bella sensazione.
A volte penso che dovrei proprio tagliarli, i capelli. E che forse potrei allentare un po’ col surf.
Poi però mi dico che…
È così appagante essere se stessi.
È così complicato.
È così maledettamente onesto.