La vanità dietro al selfpublishing

Abbiamo davvero creato il mostro che ci distruggerà?

Ieri ho partecipato come relatore a GustoIndie, un interessante convegno sul tema dell’autopubblicazione. È stato un evento stimolante, ricco di interventi, e che mi ha permesso di conoscere diversi professionisti dell’editoria e del mondo della scrittura indie.

Mentre guidavo per tornare a casa, con la testa ancora piena di domande e considerazioni, ripensavo ad una parte dell’intervento di Anna Voltaggio, responsabile dell’ufficio stampa dell’editore Elliot.
Anna sosteneva che spesso i manoscritti che arrivano alle redazioni, così come i libri pubblicati self, siano semplicemente lo specchio della vanità dell’autore, troppo innamorato della propria storia per rendersi conto che, in fondo, al mondo non importa un fico secco delle sue vicissitudini.
Questo in base al principio per cui tutti noi crediamo di essere speciali e unici, e che mettere su carta le nostre tribolazioni e proporle al pubblico sia sempre un’ottima idea.

Senza girarci troppo intorno, credo che Anna abbia ragione, da vendere. Non ho mai nascosto il mio punto di vista in merito alla scrittura e alla pubblicazione. Io credo che tutti dovremmo scrivere, perché scrivere fa bene, fa bene a tutti. Al limite, il problema sorge quando si decide di pubblicare, e quindi presentare ai lettori il frutto dei propri sforzi letterari.
Alla fine del convegno, mi sono ritrovato a scambiare due chiacchiere proprio in merito a questo con un altro dei relatori, Mario Pacchiarotti.

In macchina, riflettevo sul fatto che questo eccesso di pubblicazioni sta producendo un effetto negativo sul mercato editoriale. Molti lettori iniziano ad essere diffidenti, perché il selfpublishing e un certo tipo di editoria troppo mercenaria hanno immesso nei cataloghi e negli store un gran numero di titoli mediocri.
A tutti è infatti capitato negli ultimi due o tre anni di leggere qualcosa di davvero brutto, magari pubblicato da case editrici che si ritenevano affidabili. Così come sarà successo di rimanere fregati da un titolo self che pareva promettere bene, almeno nelle premesse, perché magari sostenuto da buone recensioni.

Io credo che dietro questa improvvisa voglia di pubblicare a tutti i costi, almeno dal punto di vista degli autori, ci sia soltanto la vecchia e insana necessità di soddisfare il sacro fuoco della vanità.
Per carità, gli scrittori sono tutti vanitosi, chi più chi meno, però il selfpublishing e l’editoria cannibale degli ultimi tempi hanno decisamente alimentato questa pratica, incoraggiandola e foraggiandola. Solo che adesso hanno creato il mostro e non sanno più come gestirlo.

Ogni anno il nostro paese perde lettori. Centinaia e centinaia di validi soldati che cadono sul campo di battaglia dell’editoria e non tornano più a casa. In parte — perché le cause sono molteplici — credo che la colpa sia anche della squallida letteratura che abbiamo prodotto in questi ultimi tempi. I brutti libri non fanno solo perdere tempo, ma lo violentano e ne abusano in maniera selvaggia. Ed è proprio in base a questa considerazione che capisco quelli che si disaffezionano alla lettura, pur non condividendo la loro scelta.

Sinceramente, non so quale magia permetterà al mercato di riprendersi e ai lettori di infoltire di nuovo i ranghi, ma mi auguro che accada presto. Un popolo che non legge si trasforma in gregge, e qui abbiamo invece un bisogno smisurato di pastori.

Per quanto mi riguarda, ho deciso di pubblicare un po’ di meno, nella speranza di alzare il livello di ciò che scrivo. Mi prenderò maggiore cura del mio lavoro senza avere la smania di vedere un nuovo libro esposto sugli scaffali delle librerie. Voglio dedicare maggiore tempo alla scrittura e smettere di nutrire il demone della vanità.
Lo giuro: il prossimo lettore che cadrà sul campo di battaglia dell’editoria non avrà il mio nome inciso sul proiettile che l’ha freddato!