Come scegli la teoria a cui credere? Oppure non credi a nessuna?
Stefano Martire
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Non si tratta di credere, ma di ascoltare. Quello è il primo passo. Il secondo è il non rifiuto, che non significa abboccare come un fesso ad ogni idiozia che mi propinano, ma solo di tenere la mente aperta. Poi c’è la terza fase, mettere in discussione, e qui vado a caccia di prove. Porre nel dubbio una tesi non significa denigrarla, insultarla, sminuirla, banalizzarla o ridicolizzarla, ma mettere in campo la propria capacità critica.
Alla fine, ma solo alla fine, traggo serenamente le mie conclusioni e abbraccio o meno quella teoria, o parte di essa, visto che spesso la verità si nasconde nelle pieghe di un pensiero più ampio e dispersivo. Come ho scritto, la bellezza di questo approccio non risiede tanto nell’ottenere risposte, ma nel porsi le giuste domande e ampliare lo spettro del ragionamento. In pratica, utilizzo un’idea (anche la più assurda) come trampolino per raggiungere nuove speculazioni (mentali). Alla fine diventa una specie di esercizio mentale. Molto gratificante e in grado di arricchire.

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