I Numeri del carcere e le sirene dei populismi penali

Dopo due anni tornano a crescere i detenuti. Negli ultimi 365 giorni sono oltre 2000 in più. Cresce anche la percezione di insicurezza. Il tutto nonostante diminuiscano i reati commessi e denunciati. 
Il pericolo è che si torni ai livelli di sovraffollamento che ci costarono la condanna europea.

di Michele Miravalle, responsabile Osservatorio Antigone sulle carceri

Foto dal web-doc Inside Carceri — www.insidecarceri.it

Gennaio è quel mese in cui si fanno i bilanci dell’anno appena trascorso e si cerca di intuire “cosa sarà” il futuro prossimo venturo.
Anche il sistema carcerario non sfugge a questo rituale. E così, puntualmente, sul sito del Ministero della Giustizia vengono pubblicate le statistiche penitenziarie aggiornate al 31 dicembre.
Un apprezzabile sforzo di trasparenza istituzionale, che tuttavia ha bisogno di una lettura consapevole.

I numeri significano poco se non letti all’interno di un contesto, di una storia, soprattutto nell’ambito dell’esecuzione penale, che è il più delicato potere dello Stato, unica autorità che può legittimamente privare della libertà il cittadino.

Antigone si è sempre battuta per andare “oltre” la statistica, per non farsi ingabbiare nella sterilità dell’analisi matematica. Ma proprio quei numeri sono utili a dimostrare un dato, la carcerazione è strumento “politico”, usato, al bisogno, per enfatizzare o calmare le paure di un Paese. Uno strumento di consenso che non serve al contrasto del crimine e che con la “quantità di crimine” presente in un determinato territorio ha poco o nulla a che fare. Il ragionamento è ovvio per lo studioso delle politiche penali, è invece disturbante per il cittadino abituato a pensare che basti usare di più il carcere per contrastare il crimine. Repressione e sicurezza insomma non sono consequenziali, è bene prenderne atto, per non farsi illudere dal dilagante “populismo penale”.

Foto dal web-doc Inside Carceri — www.insidecarceri.it

Alcuni esempi: il numero delle persone che entra in carcere (il burocratese li definisce “gli ingressi dalla libertà”) nel 2016 sono stati 47.342 di cui 3.389 donne, superiore di circa 1400 ingressi rispetto all’anno precedente, ma sorprendentemente basso se paragonato a dieci anni fa, nel 1996, quando erano quasi il doppio 87.649 e quando, nel 2008 hanno raggiunto il picco di 92.800.

L’andamento è però capovolto se si considerano il numero di persone ristrette in carcere: il 31 dicembre erano in carcere 54.653 persone (di cui 2.285 donne pari al 4,18% e 18.621 stranieri, il 34,07% del totale), dieci anni prima erano settemila persone in meno (47.709) e, ancora prima, nel 1991, praticamente la metà di oggi, 31.053.

54 mila persone, come la grandezza di una media città italiana, che torna a aumentare, per la prima volta negli ultimi dopo due anni di “tregua” (principalmente dovuti agli strumenti che il legislatore italiano ha implementato, dopo la condanna per “inumanità” della Corte Europa dei Diritti dell’Uomo del 2013 e che oggi stanno esaurendo i loro effetti), ma ancora lontana dai livelli di sovraffollamento raggiunti nel 2010, con il numero dei detenuti di poco sotto la soglia dei 70 mila.

Ma per quali delitti sono in carcere? 25.694 hanno condanne per violazione della legge sugli stupefacenti (a quando una serie politica di depenalizzazione sulle droghe?), 7.058 per associazione di stampo mafioso, 28.638 per reati contro la persona e 39.507 per reati contro il patrimonio (ogni detenuto può avere più condanne per più reati e in questo caso viene conteggiato più volte).

Se si incrociano le statistiche del Ministero della Giustizia con quelle raccolte dal Ministero degli Interni e rielaborate dall’Istat riguardanti la criminalità, o meglio, il numero di delitti denunciati si scopre la “contraddizione” di un’Italia in cui i reati e le denunce diminuiscono: tutti i reati di maggiore allarme sociale (omicidi volontari -che raggiungono il minimo storico in valori assoluti-, le violenze sessuali, lo sfruttamento della prostituzione) hanno un calo percentuale tra il 5 e il 7 per cento rispetto all’anno precedente. Le rapine diminuiscono del 10%, i furti sono stabili (aumentano dell’1,2%). Ma a dispetto di questi numeri “tranquillizzanti” le famiglie italiane che segnalano il problema criminalità come il principale (e il più influente sulle abitudini quotidiane) salgono dal 30 % nel 2014 al 38,8% nel 2016.

Le sirene dei populismi insomma fischiano forte e regalano illusioni. Ai cittadini il compito di informarsi, per non perdere la rotta (e il senno).