Alla fine sono partita

Io e la mia amica avevamo acquistato un biglietto volo + hotel pochi giorni prima di quel fatidico 14 novembre, dicendoci che finalmente ce l’avevamo fatta, prima che il viaggio diventasse troppo caro, prima che si ripresentassero le puntuali spese mensili di affitto, bollette e ci facessero rinunciare a partire. Tanto entusiasmo soprattutto da parte sua che per la prima volta avrebbe messo piede a Parigi dopo averlo desiderato da anni, e poi con l’atmosfera natalizia, le luci, i bistrot, la tour Eiffel, les Champs-Élysées: un sogno.

Ma la notte del 14 novembre ha cambiato tutte le carte in tavola, eravamo ad una festa di amici, proprio come tanti altri ragazzi nel mondo, proprio come quelli che erano al concerto al Bataclan in uno spensierato venerdì sera qualunque, quando è arrivata la notizia dell’attentato, quando abbiamo dovuto ricordarci in modo violento che non siamo poi così protetti ma costantemente in bilico, che un ristorante, un teatro, un cinema, una metropolitana, luoghi di vita quotidiana possono diventare luoghi di tragedie umane.

Il numero delle vittime saliva di ora in ora e l’efferatezza dell’attentato era sempre più chiaro. La nostra serata ha assunto i connotati della tristezza e della paura. E ora che si fa?

Giorni a pensare, un continuo cambiare idea, cancellazioni, riconferme. Al telefono con genitori, fratelli, amici, chiunque potesse aiutarci a decidere.

E’ vero è rassicurante, quando hai dei timori, vedere che le persone intorno assecondano il tuo sentimento e non ti fanno sentire la sola a provarlo, ma così si entra in un circolo vizioso e pericoloso che porta a rimanere immobili, fermi, impauriti. Non sempre chi ci raccomanda prudenza ha ragione, anzi.

Abbiamo quindi scelto due strade diverse: la mia amica ha scelto di non partire, troppa paura troppe preoccupazioni. Io avevo bisogno di prendermi il mio tempo, di riflettere, di capire quanto ci fosse di ragionevole nei miei pensieri e quanto di assolutamente insensato. Ho sempre pensato che il miglior modo per superare le paure fosse quello di affrontarle.

I media continuavano a dire che la situazione era pericolosa con tutta l’enfasi di cui sono capaci, le persone intorno continuavano a dirmi di starmene a casa, di non rischiare prendendo aerei in giorni di festa, di non partire da sola ora che la mia amica aveva rinunciato.

Non nego che fossi combattuta, che non abbia per diverse volte pensato di desistere e che abbia desiderato fortemente che qualcuno mi desse un motivo davvero valido per prendere una decisione, ma come sempre accade nella vita nessuno ha la soluzione ai nostri dubbi, tranne noi. Così, pochi giorni prima della partenza mi è stato tutto chiaro: io desideravo partire, desideravo tornare a Parigi e vedere con i miei occhi come stava la città, rivedere i miei amici che vivono lì e perdermi nelle sue strade. Non è stato un atto di spavalderia, ma semplice amore della vita. Onestamente non mi sembrava che cambiare la foto profilo di facebook col tricolore francese, o scrivere #JesuisParis fosse un grande atto di solidarietà rispetto a quello che potevo fare partendo. Avevo deciso.

E quando mi sono ritrovata tra le strade della Villa Lumiere a passeggiare, mentre passavo nelle zone colpite sentivo il cuore che batteva forte, per il timore, per il pensiero, per la rabbia, ma ho visto una città che ha voglia di vivere e che non si è fermata davanti al terrore. Mi sono sentita felice di essere lì.

Appena arrivata a Milano, dopo essere passata per aeroporti tranquilli, voli puntualissimi e la città più temuta del momento, ho subito chiamato casa per avvisare i miei genitori che avevo preso la decisione giusta, che ancora una volta loro, lasciandomi libera di pensare, scegliere e agire mi avevano fatto superare pregiudizi, timori, visioni complottistiche e tanti luoghi comuni.

Come ha scritto Tiziano Terzani: “Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.” E invece dovremmo solo cercare di capire, comprendere, perché non è una guerra che potrà mettere fine ad un’altra guerra.

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