“Critica dell’era digitale: come è cambiato il nostro rapporto con il mondo”

Antonella Tucci
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Lo sviluppo dell’era digitale ha fortemente influenzato il nostro modo di confrontarci con il mondo, rivoluzionando così le nostre abitudini e le nostre relazioni interpersonali. Non possiamo negare che la società in cui viviamo è totalmente incentrata sull’ utilizzo dei social media: è nato un universo parallelo con il quale ci confrontiamo quotidianamente. L’accesso ad Internet, quindi, rappresenta il medium tra questi due universi paralleli: quello reale e quello virtuale, quello offline e quello online. Nonostante sia un medium, esso, talvolta, può provocare una distorsione della realtà e quindi può essere visto come un ostacolo per la comprensione della verità. Tale paradosso mediatico è stato testimoniato già nel secolo scorso dal noto scherzo radiofonico di Orson Welles. E’ evidente, quindi, il potere che i social media possono avere su di noi; possono farci credere in un qualcosa che si allontana nettamente dalla realtà dei fatti.

Risulta essenziale la necessità di un spirito critico sia nella selezione delle informazioni, sia nella modalità del loro utilizzo. Non possiamo negare la nostra perenne necessità di sentirci “connessi”. Tale bisogno si è trasformato in una vera e propria psicosi, in un’ossessione. La problematica della dipendenza digitale, quindi, trova la sua piena espressione nel concetto di “ossessione”. Geerk Lovink, nel suo scritto ”Ossessioni Collettive: critica dei social media”, condanna il loro utilizzo eccessivo. Il suo, però, resta uno sguardo da critico mediatore, poiché pone sul piatto della bilancia i vantaggi e gli svantaggi del web. Tra i problemi che Geerk Lovink pone, vi è la massificazione, con la seguente alienazione del singolo e l’eccessiva diffusione dei propri dati personali. La matrice di tali problematiche può essere data da un utilizzo smisurato dei social network. Lo smartphone è diventato un vero e proprio accessorio del quale non possiamo fare almeno. Può essere considerato come una vera e propria estensione delle nostre capacità intellettive, ma al contrario, un suo uso smodato può persino danneggiare tali abilità essenziali.

A tal proposito è opportuno citare il saggio del neuropsichiatra tedesco Manfred Spitzer “Demenza digitale: come la nuova tecnologia ci rende stupidi”. L’autore vi ha posto un’analisi delle conseguenze negative che l’utilizzo eccessivo dei media può causare sul nostro sviluppo cerebrale. Tra i vari effetti collaterali vi sono: lo stress, l’obesità, l’insonnia, la depressione, la dipendenza e la perdita di controllo. In particolare, i social network provocano la riduzione della dimensione delle zone del cervello utilizzate nell’ ambito della realtà sociale.

Zygmunt Bauman

Il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925–2017), ha ottenuto fama e riconoscimenti grazie al suo forte interesse nei confronti della società contemporanea, da lui definita “postmoderna”. Egli ha affermato che la nostra è una “Vita liquida”. Tutto è temporaneo, transitorio e materiale, non vi è alcuna “solidità”, cioè non vi sono più punti di riferimento stabili. Egli ha focalizzato la sua attenzione sul tema della solitudine nell’era digitale. Durante il ritiro del “Premio Ernest Hemingway” nel 2014, egli ha affermato che il successo dei social network è dato dal nostro desiderio di evitare il disagio della vita. Siamo spinti ad utilizzarli dalla paura di sentirci soli; il nostro essere online, il nostro sentirci parte di questo universo parallelo ci garantisce la sicurezza di non essere mai soli.

“La solitudine, ovviamente, è un problema sentito a livello generalizzato. Noi tutti abbiamo paura di restare da soli. E nelle società moderne, che sono diventate sempre più individualizzate, il tempo che trascorriamo da soli è diventato esponenzialmente maggiore”, ma poi ci rendiamo conto che in questo universo parallelo noi siamo circondati da estranei. “Il fondatore di Facebook, Mark Zukenberg, ha guadagnato $ 50.000.000.000 con la società, concentrandosi sulla nostra paura della solitudine, questo è Facebook”. Noi preferiamo “vivere” online per evitare il confronto diretto con l’altro. L’effetto collaterale peggiore è dato dal fatto che noi finiamo per perdere la capacità di creare una concretezza nel mondo offline. Se nel mondo offline le cose diventano difficili da gestire, noi ci rifugiamo online. Il mondo online rappresenta un’estensione della nostra autostima. I social network, quindi, sono come un’immensa casa di specchi; favoriscono l’incontro ma non il dialogo.

Dobbiamo comprendere se in queste attuali tecnologie il guadagno giustifica la perdita.