A un anno dal grande terremoto in Nepal

Appunti di viaggio di una volontaria di Apeiron durante la “Jharlang Mission

Alcuni studenti del villaggio di Jharlang all’interno di un TLC (Temporary Learning Center) realizzato da Apeiron | Foto di Giacomo D’Orlando

Se lo aspettavano tutti. Era solo questione di tempo. 
Il Bhukampa, il grande terremoto nepalese, si presenta ogni ottanta/cento anni. L’ultimo si era manifestato nel 1934, il momento si stava avvicinando.

Il 25 aprile 2015 il Bhukampa è tornato e ancora una volta ha colpito violentemente il piccolo Stato himalayano.

Tutti sappiamo cos’è successo quel giorno, tutti siamo stati bombardati da immagini di devastazione totale, ma pochi, a distanza di tanti mesi, parlano e ci informano sulle condizioni attuali del Paese.

25 Aprile 2015, dopo il grande sisma alcuni sopravvissuti accorrono a soccorrere i feriti tra le macerie | Foto di Giacomo D’Orlando

Grazie all’associazione italiana Apeiron Onlus, coordinata in Nepal da Barbara Monachesi, ho avuto un’opportunità unica: visitare insieme allo staff locale il villaggio di Jharlang, nel distretto di Dhading Superiore, a soli 12 km in linea d’aria da Barpak, l’epicentro del terremoto. Lì Apeiron, insieme all’associazione locale Focus, sta concentrando i suoi aiuti dal giorno del sisma.

La nostra “Jharlang Mission” parte da Dhading Besi, a tre ore di viaggio da Kathmandu. Qui i tre membri dello staff locale e io visitiamo i quattro campi dove ha trovato rifugio chi è rimasto senza casa a seguito del sisma. I campi, che ospitano in media un centinaio di nuclei familiari, sono un susseguirsi di tende realizzate con teloni blu e arancioni: sono questi i colori che subito colpiscono la vista. C’è una fonte d’acqua dove tutti vanno a riempire i loro recipienti di latta. Per cucinare si usa legna, non c’è gas.

Uno dei quattro campi di sfollati a Dhading Besi | Foto di Barbara Monachesi

In ogni campo abbiamo visitato l’FFS (Female Friendly Space), una struttura gestita da Apeiron in collaborazione con l’organizzazione canadese Aura Freedom International, realizzata con pali in ferro e teloni blu a cui possono accedere solo donne e bambini.

Un FFS (Female Friendly Space) avviato da Apeiron all’interno di uno dei tanti campi di sfollati | Foto di Barbara Monachesi

Lì un membro dello staff locale organizza incontri e workshop: si parla di educazione, diritti umani, igiene, violenza domestica e di come affrontare la situazione nel caso in cui si venga additate come streghe. Le donne si incontrano, parlano dei propri problemi, allattano i bambini, lavorano ai ferri e sorridono quando un membro dello staff parla con loro. Quando davanti a tutte mi presento, con le poche parole di nepalese che conosco, scoppiamo tutte in una gran risata che unisce due mondi tanto lontani, ma che in quel momento si avvicinano con la complicità di sguardi e sorrisi.

L’atmosfera è rilassata e divertente, i bambini continuano a giocare con i giocattoli che sono stati distribuiti dall’associazione. Quello che colpisce e stupisce nel visitare questi spazi creati per le donne in difficoltà sono i colori dei loro vestiti, che spariscono davanti alla luminosità dei loro sorrisi.

Donne e bambini raccolti all’interno di uno degli FFS (Friendly Female Space) gestito da Apeiron | Foto di Barbara Monachesi

Arriviamo a Dumdure dopo quattro ore di viaggio molto movimentato in jeep, passando tra piccoli villaggi, frane, strade sabbiose e polverose, curve e fiumi. A Dumdure la strada finisce. Sono l’unica straniera e attiro l’attenzione; non si vedono tanti turisti in queste zone. È da qui che inizia la nostra vera avventura.

Quattro ore di cammino in salita ci separano dal remoto villaggio di Jharlang a 1760 metri, dove arriviamo nel tardo pomeriggio. Dopo essere stati accolti calorosamente dallo staff in loco ci sistemiamo nella tenda dove dormiremo su un sottile materasso posto su assi di legno. Ci sono fonti d’acqua gelida sparse per il villaggio. È davvero complicato farsi la doccia ed anche lavarsi le mani diventa un’azione non più così frequente.

Due donne di Jharlang lavano capi di abbigliamento e stoviglie ad una delle tante gelide fonti d’acqua del villaggio | Foto di Giacomo D’Orlando

A Jharlang lo staff di Kathmandu, lo staff locale di Focus ed io visitiamo i TLC (Temporary Learning Center), scuole semi-permanenti dislocate in tre punti diversi per servire al meglio tutta l’area. Mi riempie di gioia vedere tanti studenti, tante classi, tanta curiosità e tanti sorrisi!

Alcuni studenti all’esterno di una delle 25 strutture scolastiche semi-permanenti realizzate da Apeiron a Jharlang | Foto di Giacomo D’Orlando

Visitiamo anche i Temporary Shelter, strutture temporanee costruite per chi ha perso la casa. Ci fanno accomodare nell’unica stanza dove si dorme e si cucina. Il fuoco è sempre acceso e, non essendoci la canna fumaria, il fumo dopo poco diventa fastidioso. Non hanno acqua potabile perciò fanno bollire l’acqua, che assume quel disgustoso sapore di affumicato. Dopo quattro giorni non vedo l’ora di bere acqua minerale! Lo staff intervista i beneficiari e tutti continuano a elargire sorrisi. C’è chi ci offre una tazza di tè.

Uno dei 770 rifugi temporanei in lamiera ondulata costruiti da Apeiron a Jharlang | Foto di Jungle_Paola

Vengo incuriosita da un gruppo di bambini che mi passano accanto e mi guardano; li osservo con la stessa curiosità con cui loro osservano me.

Due bambini di Jharlang incontrati lungo il percorso | Foto di Giacomo D’Orlando

È sempre piuttosto freddo durante il giorno, e di notte naturalmente ancora di più. Non saprei indicare esattamente i gradi, ma considerato che a Kathmandu quando scende il sole la temperatura si abbassa notevolmente, qua, sulle montagne, è sicuramente più freddo e senza riscaldamento il freddo si sente!

Le giornate sono per lo più nuvolose, per questo è difficile scorgere tra le nubi le montagne, ma l’ultimo giorno al risveglio sono uscita dalla tenda e davanti a me è finalmente apparso il gigante: il Ganesh Himal (7.422 metri)! Ritrovarsi davanti a uno spettacolo così imponente è un’emozione fortissima ed intensa. Considerata la dimora del divino da induisti e buddisti, l’Himalaya rappresenta da sempre per me una delle più possenti manifestazioni della Natura.

Vista panoramica, scattata da Jharlang, di un tratto della catena himalayana | Foto di Giacomo D’Orlando

Ho lasciato Jharlang a malincuore, anche se non nego la mia gioia sapendo che la sera mi avrebbe aspettato un bagno normale e una doccia calda!

Tutto il villaggio, i bambini, i volti sorridenti degli adulti segnati dal freddo, dal sole e dalla fatica di una vita durissima, erano lì a gruppetti che ci guardavano andare via e ci salutavano.

È stata un’esperienza unica dal punto di vista umano.
I nepalesi delle montagne mi hanno sorpreso ancora una volta per la loro disarmante purezza d’animo, la loro tenacia, la forza fisica, la dignità e l’incredibile capacità di adattarsi sempre all’imprevedibilità della montagna.

GRAZIE Nepal
Jungle_Paola