L’importanza di entrare nelle vite degli altri

La lettera di addio di Kurt Cobain

Ho dovuto scrivere, per lavoro, della morte di Chris Cornell — il cantante di Soundgarden e Audioslave — e nel momento in cui l’ho fatto ancora non si conosceva il responso del medico legale, che è arrivato implacabile a qualche ora di distanza. Chris Cornell si è tolto la vita. Il pensiero a mente fredda va subito a quell’eterna lotta contro le nuvole nere che ti annebbiano la testa, quelle che ti ingabbiano in un circolo vizioso di bassa autostima, che soffocano il tuo entusiasmo verso le cose che ti piacciono, che lentamente ti trascinano verso un buco nero profondo.

Mi è capitato di pensarci quando ho letto un pezzo del teorico e scrittore inglese Mark Fisher che mi ha illuminata come non accadeva da tempo, semplicemente offrendomi le risposte che stavo cercando ad alcune domande, di quelle con cui cerchi sempre di rimandare il rendez-vous.

Ho trovato le risposte, ma ho scoperto che colui che me le aveva suggerite si era suicidato soltanto qualche settimana prima. Avrei voluto tornare indietro nel tempo, andare a conoscerlo, abbracciarlo, cercare di fargli sapere quello che era riuscito a darmi in poche righe. Fargli altre domande sull’onda della fortissima connessione emotiva che avevo provato in quel momento con una persona che non avevo mai incontrato. Così, stupidamente, perché non lo avrei fatto stare meglio.

Non c’è nulla che possiamo dire di fronte ad una persona che un giorno trova il coraggio di prendere una strada irreversibile e definitiva, e forse, ne sono consapevole, probabilmente non c’è nemmeno qualcosa che avremmo potuto fare per impedirlo, perché le cause della depressione sono molto più profonde e non strettamente legate ad una situazione precisa, non rispondono ad una dinamica di causa-effetto.

Altrimenti sarebbe troppo facile.

E’ colpa della serotonina, dicono, ti danno le pilloline per stare meglio, che però in realtà ti stordiscono soltanto, per darti un attimo di pace e zittire quella vocina nella testa che ti fa sempre sentire un buono a nulla, senza valore, che sbraita che non hai mai combinato niente di buono.

Che poi sei tu che sei troppo sensibile, e fattela una risata ogni tanto, te la prendi troppo, prendi troppo sul serio ogni cosa, tu di che ti lamenti: devi fare qualcosa, scuotiti dal torpore, guarda che c’è gente che sta peggio.

In queste lunghissime, per chi con il grunge ci è cresciuto, giornate mi è capitata di nuovo sotto gli occhi la lettera di addio di Kurt Cobain. La conosco ormai quasi a memoria, ogni singola riga, da quando l’ho letta la prima volta a 14 anni. Ma è solo verso la fine che ti prende il groppo allo stomaco.

La sua vita sarà molto più felice senza di me.

Come poteva mai un uomo di 27 anni pensare che la vita di una figlia (che all’epoca aveva 2 anni) potesse realmente essere più felice senza la sua presenza, è una frase le cui parole ti bloccano ogni volta il fiato in gola.

He’s larger than life and our culture is obsessed with dead musicians. We love to put them on a pedestal. If Kurt had just been another guy who abandoned his family in the most awful way possible…But he wasn’t — Francis Bean Cobain a Rolling Stones nel 2015 sul suicidio di Kurt
The death of young musicians isn’t something to romanticize. I’ll never know my father because he died young, and it becomes a desirable feat because people like you think it’s ‘cool.’ Well, it’s fucking not. Embrace life, because you only get one life. The people you mentioned wasted that life. Don’t be one of those people. You’re too talented to waste it away — Francis Bean Cobain via Twitter a Lana del Rey

Di fronte all’impossibilità di trovare una risposta, quando ancora tu non riesci a credere a quello che è successo lo scorso 18 maggio, e ancora prima il 5 aprile del ‘94, possiamo solo guardare alla chiusura della missiva.

A quell’empathy, messo alla fine, a cui nessuno arriva perché l’occhio si ferma al binomio peace love, pace e amore. Come fosse un orpello insignificante, una parola aggiunta in un secondo momento, nell’ultimo istante prima di premere il grilletto, o appendere il cappio alla porta del bagno.

Guardatela, è sottolineata. E’ un grido, è urlato a pieni polmoni.

Aveva ragione: l’empatia è davvero la chiave di tutto, ma — e Cobain questo lo sapeva — non è una scelta facile. E’ un modo di vivere rischioso e più complicato: comporta una feroce sensibilità, lo sporcarsi letteralmente le mani con la vita dell’altro.

Non è che si può essere empatici a giorni alterni o con alcune situazioni sì e altre no, l’empatia la provi per chi ami ma anche per chi non conosci. L’empatia ci mette davanti ad una scelta che può compromettere in maniera irreversibile il resto della nostra vita e che influenzerà profondamente il modo in cui vivremo.

E’ rischiosa, non tutti hanno voglia di fare un tuffo così profondo nell’animo altrui, è troppo impegnativo. Non è da tutti, perché è un tipo di conoscenza che può sconvolgerti, far vacillare le tue certezze, metterti in discussione a tempo indeterminato. Può essere pesante, alle volte, da sopportare, a volte troppo, ma è necessario riuscire a entrare nella stessa comunione cerebrale, a sentire le stesse emozioni, nella stessa intensità, per conoscere e capire l’esistenza in profondità e darci delle risposte. E’ così dannatamente importante che, alla fine, è impensabile pensare di affrontare la vita in modo differente.