DIFFIDARE COMUNQUE

La risata dell’Homme Detective

Siamo subito sulla scena, quella di un omicidio non troppo efferato, ma comunque capace di sconvolgere presenti e cittadini comuni. Nella finzione della Doody, il greco Boutades viene trovato morto in casa, forse per mano di un assassino avido come lui o, senza troppe sorprese, invidioso delle ricchezze del padrone di casa. Il nostro protagonista, un certo Stefanos, si vede quasi direttamente coinvolto poiché un membro della sua famiglia è subito accusato del misfatto. Fin qui la trama classica di un accadimento culminata nel sangue.

Poi piomba Aristotele, convocato da Stefanos per dirimere l’interrogativo sulle cause della scomparsa, prime e seconde. Un vecchio allievo, intimorito dai ricordi e dalle proprie mancanze, si appresta all’udienza con un uomo solitario che subito lo allerta sulla necessità di conoscere i fatti. Ma a nessuno sarà permesso tornare indietro nel tempo, annullare l’accaduto e il tempo trascorso tra l’accaduto e il momento presente.

Non solo, ma anche chi avesse partecipato al tutto con quel ritardo che ha il sapore della brace appena spenta, non può aver visto quanto l’assassino ha visto e compiuto. Insomma, solo Boutades probabilmente saprebbe rispondere alla domanda, oltre all’assassino, esecutore materiale del delitto. Diciamo ‘probabilmente’ perché se fosse stato colpito di spalle, soltanto l’assassino potrebbe conoscere con certezza matematica sé stesso come vera e ultima causa.

Qui entrano in gioco i valori di coscienza, apprendemmo tanto tempo fa con un bell’articolo riguardante la difesa di Palamede e l’encomio di Elena del siciliano Gorgia. 
E siccome non ci addentreremo impunemente in questioni di psicologia o di calcolo delle probabilità, preferiamo applicare questo insegnamento alla scelta di un buon libro per dimostrare che il libro appena letto da un amico, o recensito da un giornalista, troppo di rado fa scattare quella risata nervosa e stizzita, e questo perché sempre troppo tardi si realizza un acquisto fallimentare.

Nei panni di un detective che smarca le finte difficoltà e i ragionamenti illusori, il cercatore di libri è sfiduciato dell’opinione altrui, giudica e dubita, giudica attraverso l’esperienza, dubita secondo una ferrea disciplina.

Controlla la grammatura di copertina, la leggibilità di pagine casuali, consulta l’indice e la quarta, richiama alla memoria validi preconcetti.

Insomma, prova a pesare il libro che ha tra le mani senza farne una questione di etti.

E capisce subito che una copertina lucida, confusionaria e disarticolata, una copertina che non tiene — anche per un titolo imbarazzante — non può aver presa su di lui.

Questo processo racconta l’istinto del vero detective e questo processo nasce dal dubbio. Naturalmente, se il tutto muore con una risata, nella gran parte dei casi il libro aspetta di nuovo il generoso scaffale che lo ospitava.

Saluti.