Perché non siamo mai stati peggiori di così

Secondo Amnesty International stiamo affrontando la peggior crisi di profughi dalla seconda guerra mondiale. Quel che è peggio (è sorprendente che sia possibile una cosa peggiore) è che a questa crisi stiamo reagendo nel peggior modo immaginabile per diversi motivi.

Come se ne parla. Di immigrazione e migranti si sente parlare ogni giorno, con amici, parenti, alla tv, nei talk show, sui social network. Il problema è che ne parliamo male. Al di là delle strumentalizzazioni politiche che credo tutti coloro che hanno a cuore l’argomento riconoscono, ne parliamo male perché nel tentativo di argomentare le nostre tesi (qualsiasi esse siano) utilizziamo degli aneddoti. Partiamo dalle nostre esperienze personali per cercare di spiegare un fenomeno generale e variegato (d’altronde, di umanità si parla). Incapaci di andare oltre il nostro naso, riduciamo tutto a quello che è accaduto sulla nostra pelle. Spesso non sono nemmeno esperienze interessanti per spiegare il fenomeno. Inoltre gli aneddoti hanno un bruttissimo difetto: il più grave vince sul meno grave. Un furto vince sempre su un atto caritatevole e alla fine sembrerà aver ragione colui che ha raccontato di aver visto o subito un furto da un immigrato (sempre ammesso che sia vero). Ovviamente, non è solo questione di aneddoti. Il parlare male è anche legato al fatto che non sappiamo di cosa parliamo quando affrontiamo l’argomento immigrazione ed è così che di bocca in bocca ci arriva la notizia (falsa) dell’albergo rifiutato dai migranti perché non sufficientemente lussuoso. Dal come se ne parla si passa allora al cosa ne sappiamo.

Cosa ne sappiamo. Ne parliamo male, malissimo, perché non sappiamo di cosa stiamo parlando. La maggior responsabilità è dei media, incapaci da una parte di fornire le informazioni fondamentali per poter semplicemente parlare di un fenomeno, colpevoli dall’altra di infiammare il dibattito su questioni false o irrilevanti. L’allarme scabbia alla stazione di Milano è una di queste, come ha scritto anche Luca Sofri su Wittengstein. Questo è un articolo apparso su Repubblica. Quello appena sotto è il titolo dello stesso articolo.

Il fatto che le informazioni necessarie a capire correttamente il fenomeno non siano sotto gli occhi di tutti costituisce un problema enorme. Io sarò pure in fissa, ma il Post e Internazionale rappresentano le fonti a mio avviso maggiormente attendibili rispetto non solo alla questione migranti, ma in generale rispetto a tutto ciò di cui si straparla. Ad esempio, ecco alcuni articoli che possono aiutare a far chiarezza su alcuni luoghi comuni (è terribile che lo siano diventati) legati solamente al tema dell’accoglienza: quello dei trenta euro al giorno, quello degli alberghi di lusso rifiutati, come vengono distribuiti i migranti nelle varie regioni italiane, eccetera.

La scuola in questo processo rappresenta un elemento fondamentale, ovvero ciò che può fermare questa tendenza e mandarla nella direzione opposta. Eppure, parlare di immigrazione a scuola è difficile, dice Christian Raimo su Internazionale (abbiate pazienza), che pone l’attenzione anche sull’importanza di fare le domande giuste e riflettere sulle risposte che vengono date.

Ogni volta che in classe chiedo: secondo voi quanti sono gli stranieri in Italia, segno le risposte(50 per cento, 25 per cento, 60 per cento, 15 per cento…), metto le percentuali in fila alla lavagna, faccio una media, e viene fuori all’incirca il 30 per cento.

A proposito di social network, ma anche di scuola, Raimo scrive:

Chi ha avuto in questi giorni la tenacia pedagogica di tenere il dibattito dentro le regole dell’argomentazione nel discorso pubblico? Quasi nessuno, nessun politico, pochissimi giornalisti, rari intellettuali. L’eccezione significativa c’è stata ieri con Gianni Morandi, che sul suo profilo Facebook ha replicato con una pazienza encomiabile a tutti i commenti al suo post in cui comparava le emigrazioni di oggi a quelle degli italiani all’inizio del secolo scorso.
Di fronte a “Questi stuprano!”, “Sono terroristi! Vanno uccisi!”, “Torna a cantare che è meglio”, Morandi ha mostrato la rarissima qualità di rispondere punto su punto, di controargomentare, di non esasperare o liquidare il dibattito.
Senza nessuna ironia e con un po’ di sconforto, è lui il modello pedagogico migliore da cui la scuola dovrebbe prendere esempio oggi.

Un’ultima cosa sul cosa sappiamo: non sappiamo nulla perché non conosciamo le basi giuridiche dei fenomeni cui assistiamo. Non a caso il buon Will McAvoy in Newsroom dice che “gli americani [ma io dico tutti] hanno bisogno di un maledetto giurista/legale” che gli spieghi cosa diamine significhi controllo sulle persone e libera circolazione, eccetera. Noi non ce lo abbiamo e siamo diventati questa cosa qua sotto.

Cosa facciamo. Con iperbolica generalizzazione scrivo “nulla di buono”. La cosa peggiore è augurare la morte di chi “minaccia” il nostro paese, sperando nell’ennesimo naufragio o nell’intervento militare. Ma anche coloro che non arrivano a concepire un pensiero simile fanno la loro parte: alimentiamo i flame che scoppiano sui social network e litighiamo tra di noi per far sembrare il nostro aneddoto più grave di quello dell’altro, vedi sopra. Quando ci dicono che quelli là scappano dalla guerra rispondiamo “anche noi siamo in guerra”, senza sapere a cosa diamine ci riferiamo, vedi sopra, ancora. Ce la prendiamo con chi contribuisce con un piccolo aiuto all’accoglienza e alle prime cure dei migranti. Invitiamo chi prova a difendere i diritti dei migranti (anche dialetticamente) a ospitarli in casa propria. Diciamo in giro che prima votavamo a sinistra, ma poi Salvini un po’ ci ha convinto. Non siamo mai stati peggiori di così, eppure la colpa potrebbe non essere solo nostra. Se ci ha convinto Salvini è perché non ci ha convinto qualcun’altro, che evidentemente non ha fatto il suo mestiere.

Perfetto allora, non è colpa nostra. E via, e via, e via.


Originally published at tuttoregolare.wordpress.com on June 19, 2015.

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