Augusta, che deve avere un udito fine, si volta.
“No, quello è colore bianco, mescolato all’olio di lino. Prima hai appoggiato la manica vicino alla tavolozza…”
“Avrei detto che fosse guano, sterco di gabbiano” dico annusando la manica. Sì, profuma di colore a olio.
“E perché mai? Per i gabbiani che abbiamo visto prima? Quelli non erano veri, era solo la nostra immaginazione. O forse no, chissà, diventa sempre più difficile distinguere”.
Torno ad annusare la manica. Il profumo dei colori a olio e della trementina mi riportano indietro negli anni, quando coltivavo qualche velleità artistica e trascorrevo le ore serali a dipingere. Con questo profumo rivedo i colori, le tonalità che a quel tempo prediligevo, i suoni che amavo ascoltare.
Torniamo di sopra, Augusta mi porta in un’altra stanza e poi in un’altra ancora. Confesso che ogni senso dell’orientamento, se mai l’ho avuto, è andato definitivamente perso. Non capisco più se mi trovo al secondo piano, al terzo, nella soffitta o in un piano attiguo. Lei continua a dirmi un’unica parola:
“Seguimi”.
E io imperterrito la seguo, fino a quando sbuchiamo su un balcone, non molto sporgente e fortunatamente protetto da una ringhiera che lo racchiude tutto.
“Non hai mai riflettuto sul fatto che i gabbiani bianchi producano sterco del loro stesso colore?” mi chiede osservando il loro volteggiare davanti a noi.
“A dire il vero no”.
“Tu rifletti poco”.
“Al contrario, io rifletto molto, forse troppo. Ad esempio, dove ci troviamo ora? Perché questo balcone è così stretto? Perché questa gabbia?”
Guardo in giù e ancora una volta vedo il vuoto, nuvole, tetti e un paesaggio confuso.
“Ma soprattutto, perché siamo su questa torre così alta?”
“Ti sembra alta?” chiede Augusta
“Abbastanza”.
“La ringhiera così alta, quella che tu chiami gabbia, è solo una protezione” continua.
“Da cosa?”
“Da se stessi. A volte…il vuoto sa essere molto attraente ed è facile cadere”.
“Sono brutti pensieri” dico infilando il braccio in una maglia della gabbia.
“A volte ci si può concedere un po’ di pessimismo. È quello che ti può salvare, quello che ti riserva anche qualche sorpresa”.

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