È proprio mentre sto pelando una patata che assomiglia ad una formica che il marinaio mi dice due cose:
“Io mi chiamo Loden ma non sono parente dei cappotti. Ora è meglio se portiamo dentro le patate, fra poco si balla”.
“Va bene, signor Loden” rispondo.
“Muoviti, riempi le ceste e portale dentro”.
Che devo fare? Prendo le ceste di vimini e senza fare distinzioni butto dentro le patate e poi trascino tutto dentro la cabina. È incredibile quante patate ci siano: non si vede altro, solo patate.
“Ecco fatto” dice Loden chiudendo la porta. “Ora è meglio se ti leghi da qualche parte”.
Mi guardo in giro, non vedo nulla con cui legarmi, nemmeno una cintura.
“Dove posso legarmi?” chiedo.
Loden si guarda intorno.
“Ah, che sbadato, è vero. Noi non possiamo stare qui, questo è il posto delle patate, noi dobbiamo andare fuori e legarci con le corde”.
Lo seguo, non mi resta altro da fare. In questi giorni non faccio altro, continuo a seguire persone, tracce, colline. Come usciamo sul ponte, Loden mi fissa una corda intorno alla vita e mi lega insieme a lui all’albero centrale.
“Preparati” mi dice.
Trovo strano questo modo di parlare. Preparati a cosa, e come? Sono legato, devo solo stare qui e aspettare.
“Preparati perché si balla”.
E va bene, balliamo.
Arriva una prima onda, non sembra temibile ma subito dopo ne arriva una seconda e poi una serie infinita, sempre più grande, sempre più potenti, che ci portano in alto, fino a toccare il cielo. Mi manca il fiato ma con quel poco che mi rimane respiro a fondo, respiro anche le nuvole rischiando di soffocare.
Poi inizia la picchiata, il battello scende in posizione verticale, sento l’albero che oppone resistenza e temo che si rompa.
Loden dice qualcosa, o forse è il vento che smuove le sue labbra.
Io chiudo gli occhi e prego che finisca in fretta.