Prendo la cornetta, tiro il filo, mi allungo e vado fino alla finestra. La apro, all’improvviso la casa mi è sembrata buia e l’aria irrespirabile, come se qualcuno stesse fumando senza sosta.
Guardo fuori, vedo alcune signore che richiamano dei ragazzini che lanciano sassi. Un uomo, con i gomiti appoggiati al davanzale fuma il suo toscano e sputa al piano di sotto, cercando di colpire i merli che rovistano tra le zolle secche del giardino.
Osservo l’albero spoglio davanti a casa, le nervature del tronco, le biforcazioni e poi mi accorgo che c’è un uccello troppo grosso per quel ramo. Non sembra una poiana e neppure una gazza ladra. Anzi, valutando bene la distanza pare un uccello di grossa taglia, quasi un avvoltoio.
Vado in salotto, dove tra mille cose ne tengo anche una che uso di rado: un binocolo. Pulisco le lenti con un panno e vado di nuovo alla finestra. L’uccello non c’è più. Osservo gli altri alberi, guardo a destra, a sinistra e in ogni dove, infine lo trovo, appollaiato sul tetto di una casa oltre la piazza.
Mi dico che sarebbe il caso di sfogliare un’enciclopedia, collegarmi a internet se l’avessi. Mi convinco che quell’uccello è molto importante, forse vuole dirmi qualcosa, indirizzarmi, spiegarmi la via. In tutto questo tempo non mi sono accorto che tirando il filo del telefono,l’apparecchio si è staccato dalla presa e Toni…Toni chissà dove è finito. Sistemo la presa e lo chiamo, naturalmente componendo il numero di Augusta. Il telefono fa uno squillo, due, tre e alla fine parte la comunicazione.
“Pronto, sono Michele, scusa ma senza volerlo ho staccato il telefono”.
“Ah! Ciao Michele. Come mai mi chiami? E sai dove è finito Toni?”
“Augusta!” esclamo.