Il blog è morto, viva il blogging!

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Un paio di giorni fa ho letto un articolo interessante di Riccardo Scandellari: Il blog è morto, i blogger no! che cita e riflette su una tendenza che si sta registrando oltreoceano relativa alla chiusura di alcune piattaforme di blogging di una certa importanza (menzionando anche la recente chiusura di ben 8 blog da parte del Wall Street Journal).

Il dibattito su “blog sì, blog no” ha un andamento ciclico, tornando di attualità ad intervalli pressoché regolari, a sintomo — forse — di una effettiva riconfigurazione in corso dei canali di comunicazione. (Io stessa, rifletto e ci rifletto in continuazione, riservandomi sempre qualche perplessità ora in un senso ora nell’altro.)

Mi colpì (e lo interpretai come segnale premonitore) la notizia di qualche tempo fa della chiusura di uno dei blog americani più noti e più “antichi”: Usa, il pioniere dei blog chiude il sito: «Saturo della vita digitale»

E scopro proprio ora (mentre scrivo questo post), che anche un blog che seguivo (e sottolineo seguivo, a sintomo del fatto che le notizie ormai — consapevolmente o meno — le cerco e le seguo via altre fonti [leggasi social network vari]) con piacere e assiduità, ha chiuso ben 4 anni fa (2013): Penna blu chiude…

Mentre ricordo le riflessioni che facevo qualche settimana fa, leggendo un post pubblicato proprio qui su LinkedIn: Next Play: Why I Left My Dream Job to Pursue My Dream Life

I published this post on LinkedIn and used it to find freelance work. I’ve been a writer all my life, but with no portfolio

E qualche giorno fa leggevo questo post pubblicato su Linkiesta: Cosa succede se LinkedIn dovesse chiudere il mio account?

[Foto courtesy of lucidica.com]

Nel post scritto da Davide Cardile viene ipotizzata la chiusura di questo social network (o la chiusura del proprio profilo) e le possibili conseguenze, evidenziando una cosa su cui rifletto già da un po’ di tempo, e che sintetizzo così: siamo produttori di contenuti, indipendentemente dal canale che usiamo.

“Le persone con le quali parlo, mi relaziono, che mi ascoltano, lo fanno perché siamo su LinkedIn o perché sono io, siamo noi?”

I canali di comunicazione si evolvono, commentava un contatto su Facebook (dove ho condiviso l’articolo). E’ una riflessione che condivido.

E noi siamo comunicatori in senso ampio.

Io ho un blog piccolo che fatico a curare: trovo molto più comodo scrivere direttamente sui social, che mi permettono di farlo anche (e forse soprattutto) via smartphone (LinkedIn Publishing per ora no, ma Medium sì per esempio [piattaforma che sta evolvendo anch’essa]). Scrivendo contenuti, girando video, facendo dirette…

Ma… E se una piattaforma chiude? (Sussurrano le sirene)

Amen. Si va altrove.

E se volessi un hub, un luogo mio? (Sussurrano sempre le suddette sirene)

Personalmente mi sono riportata a più miti consigli optando per About.me che da poco ho risistemato (dopo mesi di oblio): lì posso evidenziare i social su cui sono presente, variandoli all’uopo (come si suol dire), accompagnati da un breve presentazione di chi sono e cosa faccio, modificando i dati all’occorrenza.

[Foto courtesy of tinderjunkie.wordpress.com]

Mantenere un blog non è semplice se non è il tuo mestiere per antonomasia. Credo che — in senso lato — averne, mantenerne, uno sia sempre più impegnativo rispetto alla evoluzione che la comunicazione sta subendo.

Ma il non avere un blog, ed il scegliere di comunicare via social network (attraverso anche le piattaforme di publishing loro proprietarie), non preclude la cura dei contenuti che si pubblicano.

Possiamo anche essere “nomadi digitali”, che migrano da una piattaforma all’altra, mutando la propria comunicazione ed intercettando anche segnali deboli di nuove forme di comunicazione, restando o diventando forti della nostra reputazione.

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