Il rumore, la parola, il silenzio.

Il rumore, la parola e il silenzio sono sullo stesso asse, si muovono sulla stessa linea immaginaria che forma un triangolo deformabile che si sovrappone alla realtà, codificando, in modo più o meno esplicito, l’interpretazione dell’esperienza di ogni essere vivente.

Il singolo tende poi a trasformare questa semplificazione comunicativa in ricordo e quindi in verità di fatto, demarcando in giusto e sbagliato il mondo circostante secondo dei presupposti personali e sperimentali non replicabili né, spesso, condivisibili: ogni azione che si discosti dalla propria finisce nel settore degli errori, senza possibilità di cambi o ripensamenti.

Nessun ragionamento, nessuna argomentazione, nessuna condivisione; solo la propria vita e i suoi miseri fallimenti, la propria ristretta visuale rispetto al baratro infinito dell’orizzonte conoscitivo. E sull’altra sponda, l’errore, lo sbaglio, considerato malevolo e subdolo di chi, utilizzando lo stesso metro, ha semplicemente tratto conclusioni diverse.

Alla fine la linea si spezza, si scinde e contrappone l’urlo al silenzio, il silenzio alla parola, la parola all’urlo, in una diatriba senza uscita.

Si serrano i ranghi e si mantiene la posizione. Ad ogni costo.

La memoria fallisce, l’istinto di prevaricazione si fa strada, il buonsenso si affievolisce fino a smaterializzarsi nel nulla.

E così diventano accettabili le urla dei tifosi, ma odiose quelli dei bambini al parco, diventa musica uno strampalato ritmo acchiappasoldi, ma rumore il cinguettio di un passerotto sul davanzale, diventa normale il silenzio se si traveste da virtù omertosa per velare il marciume, ma diventa ingestibile e condannabile se racchiude dolore e tristezza.

Lo scarto e la norma si scambiano di sedia in un gioco di ruoli dove non ci sono regole e dove solo l’ultimo (temporalmente parlando) degli urlatori avrà un premio di consolazione da sbattere in faccia a tutti i perdenti, i suoi simili.

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