Populismo Over The Top

Tra populismo e realtà

Il populismo è, genericamente descrivibile come un atteggiamento ideologico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi, estraniandosi dai partiti politici veri e propri e seguendo direttrici ben più correntizie, pericolose e, ahimé, spesso molto vuote.

Leggendo in giro, il fenomeno non è da sottovalutare, ma è abbastanza diffuso, e come altre correnti, sfrutta anche il web e il suo potenziale di diffondere false notizie, per creare consenso e aumentare il (dis)senso. E anche per questo l’ho definiti simpaticamente “Over The Top”, perché usa internet per fornire un (dis)servizio.

Se ne parla (forse dandogli anche troppa attenzione e vigore) online, se ne parla offline, se ne parla nelle riviste, nei giornali.

In particolare ho trovato interessanti alcuni interventi della giornalista Lisa Palmerini che, sul Sole 24 Ore, da un po’ di tempo è usuale tenere una rubrica dal titolo Politica 2.0 Economia e Società nella quale il tema populismo a volte viene affrontato, sfiorato, osservato. Folgorante, tra gli altri, il pezzo di Venerdì 15 Aprile (2016) dal titolo “Un urlo che non è un programma politico”, in riferimento all’urlo degli esponenti del Movimento 5 Stelle durante il funerale di una delle loro colonne portanti: Gianroberto Casaleggio. Viene delineato come il grido di “onestà”, non funga appunto da sintesi di alcun manifesto politico, ma abbia piuttosto in sé, come visto anche dalle espressioni delle foto, un certo sentore di spaesamento, per via di un leader perduto, ulteriore a quello che poteva già esserci su diverse tematiche.

Al di là dell’occasione di lutto merita il più profondo rispetto di tutti, prendendo l’articolo come citazione/esempio, possiamo dire che l’uso di slogan, soprattutto su temi caldi che remano contro soprattutto al Governo qualsiasi esso sia, o contro a pratiche che vengono riconosciute decisamente impopolari e da denuncia, è uno degli elementi di forza della “strategia populista”. Meccanica che, sia online che offline, punta a un coinvolgimento sempre maggiore del pubblico con conseguente ingaggio contando su dissenso e malcontento. Un meccanismo para-pubblicitario, che non veicola e fa veicolare tanto un contenuto (manifesto o documento), quanto semmai solo un sentimento, esperienza, emozione, per muovere tutto il resto. Svuotando così, tra parole abbottonate e immagini (anche talvolta false), una scienza/arte come quella della politica che dovrebbe essere sì al servizio del cittadino come ogni populismo vuole, ma non fornendo strade malamente percorribili e soluzioni inefficaci che aiutano le fonti del dissenso, creandone anche altro senza ragionevoli motivi.

Ma se il populismo è una risposta poco chiara, deviata e demagogica, che viene data ai cittadini da alcuni esponenti degli stessi (che sono addirittura stati eletti e siedono anche nel nostro Parlamento) come mai è nato?

Una risposta è rintracciabile sempre tra le fonti che ci fornisce anche la stampa oltre che dall’indagine individuale. Nelle ultime pagine del quotidiano citato sopra, Venerdì 20 Maggio, Daniel Gros, in un articolo dal titolo “Il mix che scatena il populismo” fornisce alcune motivazioni, seppur parziali, della nascita e dello sviluppo dei populismi europei.

L’humus dell’habitat ideale nel quale il populismo cresce, viene descritto come composto da ingredienti quali: globalizzazione, crisi dell’euro e retorica anti-immigrati.


C’è da dire che le insicurezze di questi tempi difficili spesso si tramutano in una fuga verso l’irrealtà, e che l’irrazionalità del voto (dato anche a derive populiste) può esserne quindi, conseguenza.

Se in Italia alcuni riconoscono come primo “Partito” populista il Movimento 5 Stelle (nonostante alcuni sprazzi di populismo arrivino talvolta sia da destra che da sinistra), in Europa tale demagogia a volte è anche schierata.

Il caso dell’Austria che ha avuto derive di estrema destra alla ribalta sfruttando malcontento, rischia di non essere un fenomeno isolato, ma addirittura una nera avanguardia di una UE incapace di raccogliere opportunità, diversa dai princìpi sulla quale si è fondata e vittima di problemi imposti da tante sfide globali che diverrebbero innegabilmente più grandi di quanto realmente sono e saranno.

Altri partiti populisti, in Europa, hanno visto i loro consensi crescere, dalla sinistra di Podemos in Spagna, al Front Nazional in Francia, da True Finns in Finlandia ad Alternative für Deutschland in Germania. Populismo in molti casi, qui, fa anche rima con antieuropeismo, sentimento sviluppatosi da politiche europee viste solo come avverse e usate come leva del malcontento.

Riprendendo Daniel Gros, c’è da dire che oltre all’Europa, secondo alcune tesi il populismo sfida un altro sistema più grande e meno visibile, in quanto vedono nel populismo l’essenza della ribellione da parte dei perdenti della globalizzazione. Un punto caro a molti esponenti populisti è che i posti di lavoro a bassa qualificazione non siano solo comuni nei paesi di sviluppo, ma si siano molto diffusi anche in Europa. A discapito di statistiche e misurazioni decisamente contrarie dove, come dice Gros, crescendo il livello di istruzione vi è un corrispettivo salario che sale con esso. Con fenomeni come crisi e disoccupazione (anche giovanile) alcune specializzazioni/progressi nell’istruzione di alcuni cittadini non sono state corrisposte da salari elevati, casi all’evidenza di tutti, ma la tendenza è chiara e se un movimento o partito usa eccezioni o casi meno fortunati per definire il tutto, non c’è altra definizione da dargli che quella di populista, oltre che strumentale.

Oltre alla questione della globalizzazione vista come portatrice assoluta di povertà, c’è, come detto sopra, quella dei migranti.

Hofer, il leader del Partito della libertà austriaco (Freiheitliche Partei Österreichs) che quest’anno ha perso per pochissimo le elezioni presidenziali austriache, è riuscito a fare il suo straordinario risultato grazie a una campagna totalmente in opposizione all’ingresso dei migranti in Austria e contro gli accordi tra Europa e Turchia.

Attingendo così ad un altro tema caldo usato come slogan politico. Usando paure e frustrazioni popolari, promuovendo politiche identitarie a protezione dello spettro della sovranità minacciata nei confronti dell’UE. Alimentando, così, il sentimento prettamente nazionalista.

Altri approcci di altri paesi non hanno aiutato. Politiche coordinate di accoglienza programmata e integrazione nelle nostre società, sarebbero sicuramente migliori delle risposte che finora sono state date da alcuni stati Europei, tra il disordinato e il confuso, che vanno da un’apertura totale alla chiusura stagna.

La crisi dell’Euro è un’altra grande risorsa del populismo, attinta soprattutto dalle politiche che guardano a sinistra nel Sud Europa, dove le argomentazioni economiche sono forse più sentite che a Nord e hanno forse più presa, dove tra le promesse si possono sentire quelle di crediti fiscali per lavoratori a bassa retribuzione. Syriza nel 2015, in Grecia, fu una coalizione che vinse le elezioni promettendo di eliminare il “regime di austerità”, poi però i toni dovettero cambiare per riportare i progetti in linea con la realtà.

Come dice lo stesso Gros a termine dell’interessante articolo:

Se vogliamo arginare l’ascesa di forze politiche potenzialmente pericolose in E.U. abbiamo bisogno di capire cosa realmente le determina.

Ammettendo che, come Gros conclude, la spiegazione è più complessa di quanto vorremmo, una osservazione breve e definitiva ci dice che il populismo non ha colore, almeno in Europa, o lo ha ma non solo uno. Questo non facilita il lavoro di identificazione del problema per eradicarlo, in quanto spesso non è uno solo visto che già in un articolo s ne possono identificare tre principali.

Sicuramente, guardando coetanei e bacini di voto, guardando a dove preme il populismo una cosa c’è da fare. E quella cosa si chiama Politica. Il populismo genera anti-politica, ed entrambi si sviluppano grazie alla Politica stessa che, suo malgrado, in alcuni territori ha subito uno scollamento tra rappresentanza e cittadino. Soprattutto grazie a logiche di interessi personali, prevalsi sui valori etici e politici, che hanno sminuito sia il valore reale che l’idea della rappresentanza e della delega.

L’interesse deve essere collettivo, del territorio e quindi del Governo, e un rappresentante non può essere mandatario di interessi suoi o di terzi che non siano chi rappresenta. Guardando alla totalità e non facendo eccezioni e favoritismi. Purtroppo la percezione della Politica come una cosa sporca, non agevola la sua attività. Quindi non agevola i suoi rappresentanti. Che, dove buoni, non son percepiti tali.

La percezione negativa, è poi a sfiducia verso le istituzioni o insomma l’establishment, alla quale si somma la sensazione di abbandono del cittadino, fatto sentire tale da chi costruisce consensi su tali sentimenti. Quando invece non è così, salvo rare crisi, e basterebbe dimostrarlo, almeno in Italia e altri stati Europei dove la buona politica può fare il suo buon gioco per una UE solida e per logiche interne coese, senza sommare troppe distanze e distacchi.

La Politica deve tornare al cittadino e viceversa, soprattutto dove lo è meno. Ma con opere di chiarezza e democrazia. Non di populismo. Altrimenti la Politica continuerà ad avere sempre più paura della sua ombra malaticcia senza sanarla. E non saprà porre rimedio, con le sue stesse logiche, a prese di posizione che anche se irrazionali delineano lo spaesamento del cittadino, trascinato dal flusso emotivo piuttosto che della ragione. Dalla paura, piuttosto che dalla fiducia. Dalla cattiveria, piuttosto che dal dialogo. E, se vogliamo, in alcuni casi anche dalla falsità piuttosto che dalla verità.

Quindi, se vogliamo arginare l’ascesa di forze politiche potenzialmente pericolose in E.U., dobbiamo fare politica, a partire dal livello locale.

Altrimenti, non basteranno le spiegazioni per descrivere le ragioni che determinano Populismo & Co.