Tre motivi per pensare che la rete non rende liberi
Il web 2.0 è stato per un decennio considerato un nuovo e determinante strumento che avrebbe consentito ai cittadini di partecipare direttamente alla vita pubblica. Di contribuire alle scelte amministrative e politiche. Di dare voce a tutti, limitando così gli abusi e l’inettitudine della classe politica. La crescente ribalta delle forze populiste ha avvalorato tale tesi, rafforzando una speranza precisa: il popolo può rinvigorire la democrazia. Così sono nate anche piattaforme partecipative e l’e-democracy ha alimentato un enorme flusso in informazioni e opinioni sui social network.
I media digitali offrono all’uomo il privilegio di condividere, creare e utilizzare liberamente, senza ingabbiarsi in una visione rigida del soggetto e delle sue (limitate) possibilità (Vilém Flusser).

Esiste però un’altra corrente di pensiero. Ed è di natura cupa, pessimista. Descrive una galassia informe di cittadini in balia di pulsioni, notizie false e campagne mirate: tutto “organizzato” da poteri forti e stratificati (in una visione pasoliniana aggiornata all’epoca digitale) che agiscono sulle masse per omologarle e, nell’illusione di una più diffusa libertà, renderle inermi. Prova ne è il fatto che l’ultima crisi italiana è stata chiusa a social spenti, visto che fino a quando l’agorà virtuale pulsava il rischio era quello di un rapido ritorno al voto.
Anche perché, nello stesso periodo in cui la marea social ha dilagato in Occidente, ha avuto successo una lenta ma inesorabile opera di demolizione dei media mainstream, a cominciare dai grandi giornali. E a cominciare da eminenti intellettuali progressisti che, data per scontata l’inaffidabilità dei media conservatori e neoliberisti, hanno cominciato ad attaccare anche quelli liberal. Come Noam Chomsky ha fatto con il New York Times, baluardo della verità e del giornalismo investigativo.
Il consenso dell’opinione pubblica a certe linee politiche viene preconfezionato ad arte dai media, attori privati che si arrogano il potere di manipolare le scelte del pubblico (Noam Chomsky).
Il risultato, in ogni caso, è quello di un mondo dell’informazione del tutto travolto dalla rete, in cui anche fenomeni di post-verità hanno cambiato equilibri ed esiti elettorali. Basti pensare alle “armi” utilizzate nelle stagioni della Brexit in Gran Bretagna e della vittoria di Donald Trump negli Usa. Proprio Trump ha vinto grazie alla rete anche con la sua azione demolitoria della libera stampa. Resta sullo sfondo l’idea di una rivoluzione contro i poteri forti, la stessa che rafforza i consensi a quelle forze politiche che si dichiarano dirette portavoce del popolo. E per questo crescono i movimenti che fanno del populismo la loro filosofia. In questo contesto, cresce la teorizzazione pessimista nei riguardi della rete e dei social. Eccone almeno tre versioni.
1. Il cittadino è diventato il pubblico (ed è un fantasma)
Politici ormai impotenti si rivolgono tremanti a un’opinione pubblica avida di storie, emozioni e colpi di scena, non più di progettualità e visione del futuro (Christian Salmon).
L’esplosione dei social network è stata un’immediata conseguenza, oppure una concausa — a seconda dei punti di vista — della crisi dello Stato sovrano. La globalizzazione e la finanziarizzazione della società hanno sottratto ai politici gran parte delle facoltà di esercizio del potere sovrano. Come ha descritto Salomon, i politici, “per legittimarsi, sono costretti a rivolgersi ai cittadini come personaggi di uno show perenne, i cui tempi sono dedotti dalla fiction”.

L’effetto è dirompente:
- si scatena così una sovraesposizione mediatica che travolge il pubblico, che a sua volta travolge e divora il personale politico;
- ogni notizia e ogni azione deve quindi essere presentata sotto forma di storia condivisa;
- “ridotto a una forma spettrale del popolo assente, identificarsi alle sofferenze sembra l’unico mezzo per connettersi al pubblico fantasma che ha rimpiazzato l’assemblea dei cittadini”;
- la fictionalizzazione della politica trasforma così il leader in personaggio e trasforma il cittadino in una tifoseria.
2. La cyber-democrazia è un’utopia nociva
Nonostante venga considerato strumento di libertà, internet può essere utilizzato dai regimi autoritari (e anche dagli altri) per controllare e manipolare il pubblico. Le bolle speculative, una volta scoppiate, hanno conseguenze letali; le bolle democratiche possono provocare una carneficina (Evgenij Morozov).
Morozov ha scritto “L’ingenuità della rete”. Contesta la fiducia entusiasta nel potere liberatorio della tecnologia e denuncia un eccessivo ottimismo sul potenziale rivoluzionario di internet, paragonandolo a quello degli imprenditori del settore alla fine degli anni Novanta: la maggioranza non riuscì a sbarcare il lunario a favore di pochissimi milionari. Secondo lui:
- l’idea che internet favorisca gli oppressi anziché gli oppressori è viziata dal cyber-utopismo: una fiducia ingenua nel potenziale liberatorio della comunicazione online che si basa sul rifiuto ostinato di riconoscerne gli aspetti negativi;
- i cyber-utopisti non sono riusciti a prevedere le misure adottate dai governi autoritari nei confronti di internet e non si sono resi conto di quanto potesse rivelarsi utile alla propaganda;
- i cyber-utopisti hanno finito ignorare come resi conto di come la rete penetri e rimodelli tutti i sentieri della sfera pubblica, non solo quelli che conducono alla democratizzazione.

Per questo, Morozov attacca direttamente “Google, Amazon, Facebook, Twitter e le altre corporations della digital economy: non liberano l’opinione pubblica ma la ingabbiano nuovamente”. Nel frattempo, crescono in maniera esponenziale le tracce che gli utenti lasciano sul web usando motori di ricerca, social, e-commerce, e-banking e interagendo online con la pubblica amministrazione. Non è un fattore secondario: per esempio, ha fatto scalpore il fatto che Trump avesse affidato alla corporation Cambridge Analytica la profilatura degli elettori americani di 17 Stati chiave.
3. Il popolo diventa uno sciame senz’anima e sotto sorveglianza
La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza e di contegno ( Byung-Chul Han).
Ancora ripartendo da Pasolini, Han ritiene che si sia completata la metamorfosi antropologica che ha trasformato il cittadino in consumatore, l’uomo è pervaso da un culto della produttività e dell’eccellenza delle prestazioni, da comunicare immediatamente ad amici conosciuti o sconosciuti sulla rete. Nasce così una difficile società della trasparenza in cui tutto deve essere immediatamente accessibile a tutti (e quindi svuota ogni cosa di significato). Questa metamorfosi deforma la società della comunicazione, ma anche quella delle interazioni sociali e delle iniziative pubbliche. Infatti:
- alla lunga l’opinione pubblica non esiste più, si estingue come il concetto di popolo e persino di massa e pure quello riduttivo di folla: esiste solo uno sciame, un insieme di individui atomizzati e sciolti da legami sociali;
- i nuovi media contribuiscono a mantenimento dell’ordine senza ricorrere alla coercizione, ma anzi sfruttando una presunta liberta di costumi e comportamenti;
- si creano delle “shitstorms”, campagne spesso anonime sul web a proposito di temi più o meno strategici, impiegando un linguaggio denigratorio e violento in cui l’atto di indignarsi prima affianca e poi sostituisce il discorso pubblico.

Lo sciame, qui sta il problema, non è una folla perché non possiede un’anima: gli individui che si uniscono nello sciame non sviluppano un “noi”, non esiste alcun accordo che compatti la moltitudine in una folla attiva. Prevale un fasullo eccesso di informazioni che comporta una «paralisi della capacità di analisi». Per questo persino il Mediterraneo diventa una barriera-confine, un’arma da brandire sul tema immigrazione.
La “bulimia informativa diventa funzionale alla costruzione di un potere che sperimenta un livello di controllo e coercizione sconosciuto alle epoche precedenti”. E la rete ne diventa l’inconsapevole alleata:
La società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza (Byung-Chul Han).
