La corsa verso la Casa Bianca entra nel vivo

La corsa verso la Casa Bianca ha inizio. Hillary, non con poche difficoltà, cerca il consenso di tutto il partito, mentre The Donald è alla ricerca dei donors per poter avere qualche chance a novembre

Ieri notte gli elettori dello Stato del Kentucky e dell’Oregon hanno votato. Di seguito i risultati:

Sanders, per tenere ancora sulla graticola la ex first lady, aveva un obbligo ieri notte: vincere di larga misura conquistando almeno il 67% dei delegati in palio, e così non è stato. Hillary Clinton ha performato meglio rispetto i sondaggi, bloccando una larga vittoria del senatore in Oregon ed arrivando ‘too close to call’ in Kentucky, tanto che molti media (fra cui Associated Press) hanno evitato di pronunciarsi sulla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. In questo modo, col risultato di ieri sera, Sanders non è riuscito a rosicchiare abbastanza delegati all’ex Segretario di Stato (ha vinto 55 delegati contro i 51 della Clinton), proiettandola ancora più indisturbata verso la nomination della convention di luglio al Pennsylvania Convention Center. Dal canto suo, però, Bernie Sanders non vuole lasciare la gara e, provando a mettersi nei suoi panni, ne ha tutte le ragioni. Per prima cosa il suo è un successo inaspettato: secondo i sondaggi circa il 45% degli elettori democratici lo vuole in corsa fino alla convention, mentre un terzo degli elettori non vede ancora di buon occhio la Clinton. Il senatore del Vermont, in questi mesi, ha fatto incetta di white voters e della quasi totalità del voto giovanile. Inoltre la sua agenda progressista, molto più a sinistra rispetto al partito, lo ha rilanciato come leader di un movimento nuovo all’interno dell’entourage democratico e rischia, negli anni a venire, di cambiare gli assetti stessi e la vision di un partito che, piano piano, sta cambiando di pari passo ai cambiamenti sociali che stanno attraversando gli Stati Uniti. A questo punto il quesito principale rimane lo stesso: come il 40% dei voti raccolti da Sanders fino a questo momento potrà confluire delle casse dell’ex Segretario di Stato a novembre? Un personaggio divisivo come Donald Trump certamente aiuta, perché sarà difficile per l’elettore democratico militante non turarsi il naso e votare il front runner di partito (chiunque esso sia), davanti un avversario così eccentrico ed ondivago come il tycoon newyorkese. Questo, però, non nasconde le criticità all’interno dei democratici che sono tutt’altro che una famiglia felice, quando la spaccatura fra il movimento progressista e l’establishment si allarga ogni giorno di più e lascia presagire un cambiamento non ancora del tutto oggettivo, più lento magari rispetto a quello che succede fra le fila repubblicane, ma che sembra inesorabile. In definitiva, i partiti si stanno estremizzando, sia da una parte sia dall’altra. Questa situazione ha diverse cause: sociali, culturali e politiche. Parecchie di queste cause le abbiamo sottolineate ed analizzate nelle nostre analisi nel corso di questi mesi: la società americana che cambia, alcune classi sociali completamente dimenticate, il populismo frutto di una classe dirigente che non risponde più ai bisogni ed alle aspettative delle persone. Il rischio, davanti a fatti così tangibili, può essere solo la crisi del bipartitismo che ha caratterizzato la politica e la società americana (e la grandezza del Paese), fatti che tutto ad un tratto, rischiano di sconvolgere l’assetto del sistema anche senza volerlo. Se ci pensiamo bene è un cambiamento epocale, che si sta compiendo, a piccoli passi, ma che sarebbe miope non sottolineare. Cosa poi questo potrà comportare a livello politico, non solo per l’America, ma per tutto l’Occidente è impossibile da capire, almeno per il momento.

Stessa cosa che sta succedendo tra le fila del partito Repubblicano, dove il ‘ciclone Trump’ sta completamente ridisegnando l’establishment dell’elefantino, che adesso si ritrova costretto a trovare soluzioni a medio termine, cercando di salvare l’ennesima sconfitta presidenziale e, cosa molto più importante, la maggioranza al Congresso (a novembre si vota anche per la House ed il Senate). In Oregon, senza avversari, Trump ha vinto senza difficoltà portando a casa 17 delegati. A questo punto al magnate immobiliare mancano meno di cento delegati per raggiungere il magic number (1.237), risultato che lo porterà direttamente a Cleveland in nomination contro l’ex Segretario di Stato. Il vero grande problema per Donald Trump inizia però adesso: potrà bastare l’enorme copertura mediatica avuta fino a questo momento per poter battere la probabile candidata democratica, Hillary Clinton? A nostro parere, no. Ora, per il magnate newyorkese, si prospetta una campagna elettorale piuttosto complicata, perché se da un lato il suo essere bizzarro e fuori dagli schemi lo ha aiutato, dall’altra la politica ha comunque le sue regole. Se Donald Trump, infatti, vorrà avere qualche possibilità di vittoria a novembre avrà bisogno di un ben più ampio consenso rispetto quello avuto dallo zoccolo militante dalle primarie. Il cambiamento inesorabile della demografia del voto e della società americana lo costringerà, per forza di cose, ad abbassare i toni per cercare le minoranze (ormai fondamentali), ma soprattutto a cercare più donatori possibili, i quali, per il momento, latitano. Donald Trump è il candidato che ha raccolto meno e speso meno da quando la campagna delle primarie è entrata nel vivo. E’ anche il candidato con meno organizzazione sul campo e che ha beneficiato di una copertura mediatica assolutamente inusuale e che mai si era verificata per un candidato alle presidenziali. Tutto questo, però, ora che la competizione entra nel vivo non può bastare. Per questo, Trump, sembra si stia organizzando per una grande raccolta fondi: in primo luogo perché non ha più intenzione di spendere di tasca sua e perché, da ora in avanti, le spese da sostenere saranno rilevanti. Stiamo, infatti, andando incontro ad una delle campagne elettorali più esose di tutti i tempi. Nel 2012, fra la campagna elettorale delle camere e quella per la presidenza degli Stati Uniti si sono spesi più di 6 miliardi di dollari. Ad oggi i dati indicano una spesa, solo per la campagna elettorale delle Camere, di circa 4 miliardi, senza aver contato il ‘dark money’ (soldi non rendicontati). Considerando che mancano circa sei mesi al voto di novembre, possiamo capire che livelli di spesa si potranno raggiungere. Il fattore ‘fund rasing’ in una campagna elettorale come questa potrebbe essere determinate e sia la Clinton e sia Trump lo sanno perfettamente. Se da una parte però, la leader democratica risulta già in una buona situazione economica e con Super Pac bene oliati (i Super Pac sono lobby private fondamentali nello scenario politico americano, non aderenti ai partiti, che sostengono i candidati raccogliendo per loro fondi) così non si può dire per il tycoon newyorkese che in queste ore si sta muovendo freneticamente nell’abbozzare un minimo di strategia economica per il futuro. Ma anche la Clinton ha i suoi problemi ed il turn out (l’affluenza) è uno di questi. Fino a questo momento i democratici hanno raccolto dalle primarie circa 22 milioni di voti contro i 36 milioni raccolti nel 2008, anno in cui era in corsa il Presidente in carica, Barack Obama. E’ vero che mancano ancora alcuni Stati all’appello (tra cui quello popoloso della California e del New Jersey), ma è difficile poter pensare che il trend, durato per tutta questa campagna elettorale tranne l’eccezione del Nord Est, possa cambiare radicalmente. Viceversa i repubblicani hanno raccolto, almeno fino a questo momento, circa 26 milioni di voti battendo già di gran lunga il loro record del 2008 (circa 21 milioni). La Clinton ne è consapevole e solo una campagna ben strutturata e costosa potrà compattare il suo partito (soprattutto i voters di Sanders) contro Donald Trump e contro l’ondata anti establishment di questo periodo.

Manca ancora qualche Stato al voto fino alla fine di giugno (il prossimo turno per i repubblicani sarà a Washington il 24 maggio e Puerto Rico e Virgin Island il 4 ed il 5 di giugno per i democratici), ma ormai il percorso dei due contendenti alla sala ovale sembra ormai ben delineato verso una partita in cui un risultato scontato potrebbe essere ribaltato in qualsiasi momento.

Eurasiatx.com

Cristoforo Zervos Twitter: @C_Zervos

Like what you read? Give Cristoforo Zervos a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.