Pokémon Go è morto, viva Pokémon Go

A quanto pare è iniziato il declino di Pokémon Go, l’app avrebbe perso qualche discreto milione di utenti.

Per quanto mi riguarda la noia non è mai subentrata perché non ho mai iniziato a giocarci, non quando ne avevo l’età e nemmeno adesso come revival. Sarà questione di tempistiche, ma i Pokémon non mi hanno mai attratta, per questo motivo mi trovo in particolare difficoltà nel cercare di leggere e capire un fenomeno di massa che ha interessato più o meno tutti i miei coetanei.

Ho fatto però le mie ricerche.

E mi sono imbattuta in questo articolo — sempre di coetanei, quelli di Tlön — che ne dà una lettura di quelle che comprendo particolarmente bene e che mi soddisfano. In assenza di termini più precisi dirò atavica. Si torna cioè alle radici, a quegli schemi primordiali che costituiscono l’uomo.

E trattandosi di videogiochi, attività mentale e d’afflato per eccellenza, quale disciplina se non quella filosofica poteva adattarsi allo scopo?

L’articolo integrale di Maura Gancitano e Andrea Colamedici lo trovate qui, ma di seguito propongo qualche riflessione particolarmente saliente e significativa. 
 (Un bigino molto divertente può essere anche questo loro video)

Attraverso Pokemon GO il piano reale e quello virtuale si mescolano, e tu non sei più il semplice spettatore di un cartone animato, ma il protagonista del gioco, il cacciatore. Sei dentro l’evento, a cavallo tra due mondi.
Una prospettiva del genere fa inorridire e sorridere molti, eppure cattura una quantità incredibile di persone. Come mai?
Perché aumenta la realtà, cioè si propone di restituire qualcosa che ci è stato sottratto: la magia.

Insomma, la magia. Se ne torna a parlare, questo semplice fatto è rincuorante, al di là di qualunque speculazione, colta o meno.

Se ci pensiamo, di animaletti fantastici sono pieni i racconti di paese, che i nostri nonni ancora conoscono. I monachicchi lucani, gli scazzamurrieddhi pugliesi e i folletti sardi non erano molto diversi dai Pokemon: si trovavano ovunque nello spazio, si spostavano con il vento, potevi entrare in relazione con loro, potevano aiutarti o farti male. A volte amici e protettori, altre volte dispettosi e violenti, erano visibili, facevano parte della vita del paese, intorno a loro si costruivano racconti e leggende. Erano i daimones greci.

Atavici, primordiali, vi dicevo. Insomma, una dimostrazione che alla fine siamo davvero fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni. Continuando sullo stesso binario letterario:

[…]
Se, come accade in La bussola d’oro, il bambino viene separato dal proprio daimon, perde qualcosa di sé. La sua realtà viene diminuita, la sua solitudine viene amplificata, ed è come se perdesse una parte di anima.
Persino la nostra letteratura recente ne parla, se ne trovano chiarissimi riferimenti in Canne al Vento di Grazia Deledda e in Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, e nei saggi fondamentali di sociologia magica: Sud e Magia di Ernesto De Martino e Teoria generale della magia di Marcel Mauss.
In questo senso, Pokemon GO è un gioco di realtà aumentata perché intercetta il bisogno di recuperare le narrazioni magiche che abbiamo dimenticato, a cui la nostra società ha sottratto spazio. Permette di vedere altro oltre la realtà fisica, un bisogno che l’essere umano ha — e che potrebbe anche essere scientificamente sbagliato — ma che va nutrito.
Del resto, tutto ciò che ha a che fare con il mondo fantastico (libri fantasy, serie TV, giochi di ruolo) nasce da questo bisogno, dalla difficoltà della realtà di soddisfare il bisogno di invisibile.

Così quest’ultima riflessione si mette in saccoccia anche l’isteria per Game of Thrones, ad esempio.

[…]
E forse questo entusiasmo nei confronti di una applicazione per smartphone nasce dal disperato tentativo di recuperare quella capacità, e di ricreare un’atmosfera magica in un mondo che l’ha voluta cancellare. Pokemon GO si propone di farti viaggiare tra il reale e il virtuale, e tanti altri giochi di realtà aumentata lo faranno, perché sanno qual è il bisogno che non riesci a soddisfare: tornare a osservare davvero il reale per vedere qualcosa che si trova oltre, l’immaginale.
[…]
Pokemon GO permette ai giocatori di riportare la magia nel mondo, allenandosi alla visione. Pokemon GO non è il campo di battaglia su cui si svolge il filo delle nostre vite, ma è una palestra per l’immaginazione, per ricominciare a cercare nel mondo i segni, le impronte degli dèi, le loro tracce e, quindi, gli dèi stessi, tracce della nostra esplorazione psichica collettiva.
D’altronde, i Pokemon non sono altro che una manifestazione della nostra esigenza spirituale: la sfera Pokè che contiene i Pokemon è la rappresentazione della religione dell’uomo, in grado di imbrigliare gli dèi e di costringerli ad ascoltare le nostre preghiere.
E, come i Pokemon, anche gli dèi vanno cacciati, sedotti, catturati e allenati: Hillman citava Jung nel dire che gli dèi sono diventati malattie. Oggi, diciamo noi, gli dèi sono diventati Pokemon. È chiaramente uno straordinario atto di fede nell’invisibile lo spingersi in strada alla ricerca del proprio piccolo dio personale.

Insomma siamo di fronte all’ennesima — e poco raffinata, se la paragoniamo ad altre forme, vedi la vita e le opere di Baudelaire — ricerca di un altrove, che appena si tocca, deve sparire.

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