Diverse riflessioni sulle politiche economiche di Trump

¤¤ Carlj © ¤¤
Feb 25, 2017 · 7 min read

Ebbene spetta anche al sottoscritto parlare di Trump e delle sue politiche economiche. Il nuovo presidente vulcanico degli Stati Uniti che adotta un approccio non solo comunicativo ma anche di azione che possiamo chiamarlo “anticonvenzionale”. In passato, l’alternanza tra Repubblicani e Democratici era tra politiche di natura liberiste-conservatori e politiche di natura liberal-progressista. Questo garantiva il governo e la rappresentanza di un popolo che essenzialmente si ripartiva in due schemi valoriali. Questi schemi valoriali sono rimasti predominanti per un determinato periodo ma poi si sono scemati portando all'arrivo Trump.

Trump ha cambiato l’asse della politica americana.

Ma al netto di un cambio di rotta le politiche proposte da Trump sono adeguate alle sfide future? Ha senso avere un atteggiamento rigido nei confronti della Cina e Germania?

Possiamo osservare la questione secondo due direttrici: una prospettiva commerciale e una prospettiva debitoria. Prospettive che in realtà non sono diverse dato che il commercio genera debiti e crediti.

Prospettiva commerciale

Secondo la prospettiva commerciale la posizione di Trump in merito alla “politica dei dazi” pare errata.

L’Occidente attualmente è in pieno di un cambio di equilibrio economico:

  1. da una parte, in parte discusso nel precedente post, abbiamo l’avvento di nuovi paradigmi tecnologici, raggruppabili nell'espressione industria 4.0, che ridisegneranno le industrie o che porteranno anche il reshoring di molte imprese che in passato avevano spostato sede o fasi produttive in paesi come la Cina che hanno tra i suoi vantaggi competitivi quello del costo del lavoro (che non è l’unico vantaggio esistente).
  2. dall'altra abbiamo il continuo passaggio dal manifatturiero ai servizi, che rispecchia esattamente la transizione dall'agricoltura all'industria del XVIII e XIX secolo. Un processo di “aggiustamento strutturale” doloroso e declino dell’industria di cui la globalizzazione ne ha solo accelerato l’esito.

Sul secondo punto occorre discutere. La realtà, infatti, è che la ricchezza di una moderna economia capitalista deriva dalla produzione di ciò che la gente desidera consumare, qualunque cosa sia. Non che provenga dall'industria o no.
Quindi se la gente vuole consumare sempre più servizi, se la gente da maggior valore ai servizi, il settore dei servizi diventa inevitabilmente una fonte di ricchezza superiore all'industria manifatturiera.

Ed è questo quello che sta accadendo. Via via che si diventa ricchi, la gente spende di più in servizi che richiede alta intensità di manodopera come il tempo libero e l’istruzione.
Nell’UK, per esempio la sanità impiega una forza lavoro superiore a quella dell’industria.

Come sottolineato, tale fenomeno è avvenuto anche grazie alla globalizzazione che ha accelerato questo perenne processo di specializzazione internazionale. Come dice Maurizio Sgroi sul Sole 24 ore

Gli autori hanno costruito un modello calibrato su 50 stati americani e 22 settori, dal quale hanno tratto la stima che il trade shock provocato dall'ingresso massiccio dell’export cinese nei mercati statunitensi, più che raddoppiato nel periodo considerato, abbia provocato la perdita di 800 mila posti di lavoro nella manifattura. Ma questo, appunto è solo un lato della medaglia. Il modello serve anche ad osservare l’altro. “Abbiamo contato la distribuzione dei vincitori e dei perdenti lungo i settori e le regioni Usa causate dall'aumento di competitività cinese”, spiegano gli autori. E sottolineano di aver rilevato che “i lavoratori si sono riallocati nel settore dei servizi poiché questo settore ha beneficiato dall’accesso a beni intermedi più economici provenienti dalla Cina”.

Il punto quindi è la specializzazione internazionale che ha fatto chiudere le aziende industriali e aperto o fatto crescere quelle di servizi. E questo è stato uno shock per il cittadino medio americano. Dietro l’industria c’è una cultura. Coloro che perdono il loro posto di lavoro nelle vecchie industrie potevano non avere le competenze o la disponibilità a emigrare per lavorare altrove o erano riluttanti ad accettare lavori meno specializzati di quelli che facevano prima. Ciò ha generato un avversione e lo sviluppo dell’idea del cosismo.

Il cosismo, denunciato dall'economista Roger Bootle, è l’idea che fabbricare cose sia intrinsecamente virtuoso e che la ricchezza riguardi esclusivamente la produzione di cose tangibili e non di servizi intangibili. Ed è il cosismo a dare una forza propulsiva a Trump. Il ritorno della fabbrica che produce cose come le auto. E stracciare qualunque accordo commerciale (vedi NAFTA) che dia l’idea che “la fabbrica scappi dal paese”. Il make America Again dove il make assume un significato profondo. Di fabbricare.

Prospettiva debitoria

Si ritorna sempre a quello che disse John Maynard Keynes in Le conseguenze economiche della pace dove pose le relazioni tra debitori e creditori alla base del sistema capitalista.

La globalizzazione dei flussi di capitale ha implicato, infatti, lo sviluppo di un eccessivo risparmio di un paese controbilanciato dall'indebitamento e della spesa di altre nazioni. Giappone, Cina e Germania hanno accumulato grandi surplus commerciali con il resto del mondo. Siccome un avanzo sulla bilancia dei pagamenti (surplus commerciale = differenza positiva tra esportazioni ed importazioni) è uguale alla differenza tra risparmio e investimento nell'economia nazionale, questi paesi hanno accumulato un eccesso di risparmio a scapito dell’investimento.

Detto in poche parole, insieme ai surplus delle economie petrolifere, che erano state gonfiate dall'aumento del prezzo del greggio, generalmente questi surplus erano accompagnati da un deficit negli Stati Uniti, il Regno Unito e negli altri paesi anglofoni, oltre che in altre nazioni come la Spagna (l’Italia è il 3* paese in Europa in surplus commerciale anche se ha un debito pubblico elevato).

Il guaio di questo aspetto della globalizzazione è che non è sostenibile. Un paese non può andare avanti ad accumulare debiti un anno dopo l’altro, senza sollevare dubbi sulla sua affidabilità creditizia. Questo era stato già capito da Montesquieu, uno dei più importanti illuministi che, in Lo spirito delle leggi,aveva detto a proposito della finanza pubblica:

«Bisogna che vi sia una proporzione fra lo Stato creditore e lo Stato debitore. Lo Stato può essere creditore all'infinito; non può essere però debitore che fino a un certo punto; e quando si è pervenuti a passare questo punto, il titolo di creditore svanisce».

Di fatto, la crisi finanziaria del 2007–2009 ha messo a nudo proprio queste pecche nella relazione debitore-creditore tra Stati. Col senno di poi, è evidente che la capacità di crescita nell'innovazione e produttività del mondo sviluppato era in calo fin dagli anni settanta. Si poteva mantenere una forte crescita solo incoraggiando le famiglie a indebitarsi e spendere. E molte promesse governative circa la spesa pubblica per settori come la sanità, l’istruzione e le pensioni si basavano su presupposti di crescita economica che oggi appaiono troppo ottimistici (la famosa frase..si è cresciuti sopra le proprie capacità..).Gli americani, i cui redditi reali erano in calo da anni, avevano la falsa impressione di un tenore di vita sempre più alto per via di una bolla del credito che permetteva loro di usare come bancomat le loro abitazioni costantemente re-ipotecate. Poi il mercato dell’immobiliare residenziale è crollato come sappiamo.

Si è messa in luce l’eccessiva interdipendenza: i paesi debitori e creditori sono intrappolati in quello che l’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker ha definito un abbraccio fatale.

Con la maggioranza dei suoi circa 4 trilioni di dollari di riserve ufficiali investita in dollari, la Cina oggi non può tirarsi indietro se non al rischio di provocare un crollo del dollaro che potrebbe mandare in fumo il valore di questo colossale gruzzolo. Dunque il paese più creditore del mondo non ha imposto la disciplina, tramite il mercato obbligazionario, al paese più debitore del mondo e probabilmente lo farà solo in presenza di circostanze politiche estreme.

D'altro canto gli Stati Uniti non possono minimamente alienarsi dalla Cina (o Germania), perché un esodo finanziario dei cinesi rischierebbe, di causare un crollo della valuta e una crisi finanziaria che farebbero schizzare alle stelle gli interessi passivi (borrowing costs) del governo. Questo determina delle frizioni, come si vedono in questi giorni, e gli Stati Uniti hanno ogni diritto di lamentarsi che i trilioni delle riserve cinesi abbiano fatto, fino a poco tempo fa, da gigantesco sussidio per le esportazioni, per via della sottovalutazione dello yuan dovuta ai deflussi di capitale.

Dal 2010, questo abbraccio fatale ha prodotto negli Stati Uniti una forte pressione a favore del protezionismo e spinto altri paesi a reagire incrementando le esportazioni tramite svalutazioni competitive, una strategia che ricorda la psicologia alla «si salvi chi può» dietro alle guerre valutarie che esacerbarono la Grande Depressione degli anni trenta. Trump ha solo messo sul tavolo politico scelte che a livello amministrativo venivano già effettuate.

Una guerra commerciale è deleteria ma il modello di crescita basato sull’export non è più nell'interesse della Cina né del resto del mondo

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