Quanto pesa un like ?

C’è un rapporto tra i nostri like e la nostra credibilità?

Questa domanda mi è sorta quando un giorno un tizio sconosciuto, ma con amicizie in comune, ha mostrato su Facebook alcuni suoi dipinti. Si tratta di disegni alquanto naif, rivelatori di considerevoli lacune in campo pittorico. Sono primi tentativi, primi esercizi di stile, che è più che giusto fare e gettare, man mano che si migliori, ma che invece, pubblicati sul social network più importante di tutti al fine di dire “Ecco, sono un artista”, provocano un po’ d’imbarazzo. Eppure ha ricevuto dei like, e li ha ricevuti anche da alcuni miei conoscenti, che reputo capaci di capire quanto quei disegni siano solo bozze all’inizio di un percorso di formazione, e non certo dipinti finiti di cui andare fieri. Perché gli hanno dato il like? Devo dubitare della loro capacità di giudizio estetico? Ho poi scoperto che per lo più si è trattato di incoraggiamenti, ma in altri casi anche di like dati “per quieto vivere”. Ma che senso ha?

La Cueva de las Manos, una caverna di grande importanza archeologica e paleontologica situata all’interno del Parco Nazionale Perito Moreno, in Argentina, e famosa per questi “stencil” di mani sinistre.

E’ naturale, per me pure apprezzabile e condivisibile, che un individuo compia una ricerca su se stesso. L’uomo, per farla, si ritiene abbia iniziato con la progressiva formazione del cosiddetto pensiero simbolico, costruendo monili e gioielli con forme che si ripetevano e che avevano un significato importante, o usando colori fatti con la terra per identificare il proprio gruppo sociale, o lasciando con quel colore manate rosse sulle pareti delle caverne:

“Io sono qui. Noi siamo qui.

Ma anche

Chi sono? Chi siamo? Qual è il nostro destino?”

Si stima che dai primi dipinti preistorici che si conoscono siano passati circa trentacinquemila anni o qualcosa del genere. Oggi, la mano rossa di ciascuno, sulla parete della propria caverna, cioè la propria bacheca dei vari social network, è un modo di dire:

“Ehi, eccomi qui, datemi un valore! Ditemi se valgo, se sono valido! Merito un posto di tutto rispetto tra di voi? Facciamo parte della stessa tribù?”

Nulla può impedirlo. È naturale. Ma questo meccanismo, per quanto a qualcuno venga da criticarlo, mi chiedo se sia un meccanismo che imponga delle responsabilità da parte di chi risponde: infatti dire “mi piace” alla mano rossa di qualcuno, cliccando sull’apposito tasto, non significa soltanto esprimere dei gusti, ma significa esprimere le proprie idee sulla vita e sul mondo. Ci teniamo a dire che ci piace un artista, o un pensatore, o un libro, e vogliamo dirlo perché vogliamo dire agli altri come la pensiamo. Ciò che troviamo bello e edificante è ciò che ha contribuito al nostro “chi sono”, e può determinare quel “chi siamo”, quel gruppo a cui aspiriamo appartenere.

Se io e te amiamo entrambi Bach allora ci capiamo, possiamo fare comunità insieme, ma se uno dei due conosce anche Girolamo Frescobaldi e lo spiega all’altro, allora possiamo ampliare il nostro scambio di conoscenze, ravvivare la relazione, e arrivare a sapere che entrambi non soltanto amiamo Bach, ma ora sappiamo quanto il grandissimo compositore tedesco fosse stato preceduto a influenzato dal cosiddetto “Bach del ‘600”, il più virtuoso degli organisti e clavicembalisti dell’epoca, appunto l’italiano Frescobaldi. Quindi potremo avventurarci in dialoghi con altri estimatori di musica classica e poi musica moderna, dare il nostro parere, accogliere quello degli altri, o metterlo in discussione, partecipare e fare comunità.

Sui social network il nostro perpetuo dialogo fatto di commenti a post, commenti a commenti, e post di risposta ad altri post, è quasi sempre spinto dall’urgenza di dire come la pensiamo, che posizione prendiamo, che punto di vista del mondo abbiamo. In questo modo selezioniamo anche le conoscenze, gli “amici”. Non siamo connessi soltanto a quelli che hanno le nostre stesse idee, ma preferiamo tendenzialmente non mischiarci con chi riteniamo deprecabile, o stupido o lontano anni luce da noi; con coloro cioè coi quali “non abbiamo nulla da spartire”.

Questo senso di comunità che si basa sulla visione del mondo, mi spinge a chiedermi quanto dev’essere preso sul serio il rapporto che c’è tra i like che mettiamo alle nostre conoscenze sui social network e la nostra reputazione. C’è un rapporto tra i like che diamo e la nostra credibilità? Quanto pesa un like ?

Nessuno è immune da critiche.

Quanto dev’essere preso sul serio il fatto che si sostenga qualcuno che nessuno si aspetterebbe che vorremmo sostenere, ma che sosteniamo per paura di essere scortesi? Su un piatto le nostre idee, su un altro la convivenza sociale. Quanto peso diamo allora alla credibilità delle nostre idee? Faccio un esempio estremo: se uno avesse come hobby creativo quello di prendere dei gattini e tirar loro il collo, o decapitarli, e postarne le foto su fb, sareste ancora suoi amici? Sosterreste la sua iniziativa, le sue inclinazioni? Difendereste il suo diritto a tale atroce hobby, pur di non inimicarvelo? E se invece di gattini decapitati, si trattasse di fotografie un po’ sfocate, con orizzonti storti, pessimi contrasti e che mostrassero una totale mancanza di consapevolezza e padronanza dei più elementari princìpi di composizione? Lo sosterreste? Gli dareste il like? Non sarebbe meglio non dire niente, sperando che migliori, o addirittura scrivergli in privato consigliandogli con tatto qualche buon manuale?

Nessuno fa cose immuni da critiche e quasi nessuno può scamparvi. Andy Warhol è stato considerato un idiota da parte del grande critico Howard Hughes, che ne disprezzava sia la persona che l’opera, ritenendolo un iniziatore della rovina totale del gusto estetico (quindi avrebbe avuto una certa importanza); ma anche lo stesso Bruno Munari diceva causticamente: “Pop Art? Prendi una cosa e la ingrandisci. Tutto qui”. Tutti amano i Surrealisti, perché strani, sorprendenti, sensazionali, ma De Chirico disprezzava Dalì e si arrabbiava se veniva ritenuto un pittore Surrealista: il suo percorso artistico era frutto di una ricerca densissima e meticolosa, che nulla aveva a che fare con la superficiale “stranezza” dei surrealisti, ed effettivamente molti critici d’arte ritengono la Pittura Metafisica un evento culturale ben più significativo e potente del Surrealismo, e sicuramente determinante dello stesso. Lo stimato pittore e critico d’arte Gillo Dorfles ha detto molto male del gruppo Corrente di cui Guttuso faceva parte. Il tanto amato e sensibile David Foster Wallace fa alzare gli occhi di Harold Bloom al cielo, che si chiede come mai i libri di D.F.W. abbiano avuto successo. Eppure tante persone colte lo incensano, o addirittura lo prendono a modello. Si sa che non esiste un’idea di bello che metta d’accordo tutti, e a volte i giudizi dei cosiddetti esperti ci sorprendono per essere opposti a ciò che ci aspettavamo, tuttavia non mi soddisfa il paradigma del like. Non mi basta, come una volta mi disse un’amica, che alla fine un’opera o ti piace o non ti piace e il resto non conta. Continuo a chiedermi: “Perché ti piace? Perché non ti piace?”. Gli esperti infatti sono tali perché sanno argomentare le loro considerazioni, i loro giudizi, o se volete i loro gusti, o almeno hanno più di altri gli elementi per farlo, perché se li sono costruiti: in quello sta l’esperienza. Allora forse tutto sta nel fare esperienza.

Affinare il gusto. Ampliare la rete.

Può sembrare banale, ma mi pare evidente che se io passo i primi vent’anni della mia vita a mangiare solo pasta al pomodoro e basilico, ho poche speranze di diventare uno Chef. Piuttosto dovrò iniziare a sperimentare nuove pietanze, fino al punto che dovrò provare anche cose che penso non mi possano piacere. Aumentando la gamma di sapori che provo, scopro che possono piacermi cibi per me nuovi, immagazzino informazioni, apprendo tecniche a me prima ignote, conosco le storie che stanno dietro la nascita di certe ricette, le tradizioni e le innovazioni. Comincia a costituirsi in me una sorta di mappa culinaria, che mi renderà più capace di comprendere le diverse cucine, notarne le similitudini, capirne le differenze, e, studiandone la storia, assimilarne il modello di gusto. Ad esempio la prima volte che assaggiai il sushi mi fece letteralmente schifo, mi chiedevo perché un umano dovesse fingersi un orso Grizzly o uno squalo (mi piaceva tanto questa metafora), cibandosi di salmone e tonno crudi. Ma non sapevo mangiarlo. Non avevo destrezza con le bacchette, non sapevo bagnare i nigiri con la giusta quantità di salsa di soia, o li inzuppavo dalla parte del riso, rendendoli salatissimi. Mi ci è voluto un po’, ma alla fine ne sono diventato ghiotto come è capitato a tanti. Aver imparato ad apprezzare la cucina giapponese è diventato non soltanto una capacità in più di provare piacere dal cibo, ma è ora anche un elemento di conoscenza generale in più. Diciamo che mi sento un po’ più uomo di mondo, ecco, e la stessa cosa potremmo dirla dei falafel, del borgul alla libanese, del cous cous, dei gamberoni alla griglia, dei quali imparare a succhiare anche le teste (come i veri intenditori, che altrimenti ti sgridano…), e così via.

Picture taken from HERE

Allo stesso modo se io apprendo che importanza culturale abbiano avuto le novità estetiche introdotte da Cimabue nel 1200 e da Giotto nel 1300, allora non soltanto saprò comprendere e apprezzare meglio i loro dipinti, ma saprò anche confrontarli coi pittori loro contemporanei, con la tradizione bizantina o la pittura classica greca, saprò riconoscere certe caratteristiche tipiche delle loro innovazioni nelle correnti successive, e ciò contribuirà a formare una mia mappa storico-estetica, diciamo così, della pittura di quel periodo, per poi proseguire nel mio personalissimo percorso di conoscenza.

Parte de “La cacciata dei Diavoli da Arezzo” — Giotto, basilica superiore di Assisi.

D’altro canto, un individuo che non s’interessi di storia dell’arte e del perché Giotto sia riconosciuto come una delle figure più importanti dello stravolgimento estetico della pittura trecentesca, del dipinto qui sopra può al massimo dire “mi piace” o “non mi piace”, faticando ad argomentarne i motivi, se non basandosi su immediate sensazioni personali.

C’è poco da fare: più uno conosce cose nuove, più uno amplia i suoi gusti, la sua capacità di metterli in relazione, e così con le caratteristiche delle cose che conosce. Aumenta la larghezza di una specie di rete immaginaria, una rete che serve a pescare significati diversi. Ecco cosa sono probabilmente i gusti e l’esperienza dei diversi gusti: una rete di significati. I cosiddetti esperti forse non sono altro che pescatori con grandi reti.


Da un articolo su Il Post

Le reazioni introdotte da Facebook il 24 Febbraio 2016 non si sono rivelate così decisive: il like neutro è ancora la reazione più utilizzata, ma con la sua neutralità rischia in alcuni casi di essere ambigua, e non sono quei casi che invece si sono voluti specificare con le nuove icone. A mio parere quello che potrebbero approfondire i progettisti di Fb sono i possibili toni minori del like, se cioè, tolto il like convinto, quello che intendiamo dare si tratta di un like ironico o di un like probabilmente falso, ma volutamente di supporto, d’incoraggiamento, una pacca sulla spalla.

Insomma, io di fronte al brutto quadro di un pittore improvvisato potrei anche cliccare su un icona che significhi “Dai, coraggio. Insisti”. Ma se cliccassi like, avrei un po’ il timore di essere considerato uno che ha pessimi gusti.

E dopo come faccio a parlare di Giotto e Cimabue con chi ha grandi reti?