Sinfonia mitteleuropea

Tirolo, Baviera e Baden-Württemberg. Viaggio nella terra di vecchie e nuove utopie, dove tutto sembra al suo posto

Matteo Castellucci
Aug 28, 2017 · 11 min read
Da sogno Il castello di Neuschwanstein

I campanili si affilano, quando ci si avvina alla frontiera con l’Austria. Progressivamente, il tedesco rimpiazza l’italiano nella prima riga dei cartelli. Il confine è impercettibile: ce ne si accorge perché all’improvviso, dopo il passo del Brennero, il costo della benzina crolla di 40 centesimi.

La statale, scelta per risparmiare sul bollino dell’autostrada, corre a fondo valle e asseconda le pendici dei monti. È un bel modo per respirare, in anticipo di qualche chilometro, la tranquillità stretta in mezzo al verde di questi luoghi. Per sfatare un mito, in alcuni tratti l’asfalto non è immacolato, ma pieno di rattoppi. Però è un’eccezione: nella gara complessiva, il manto stradale del Tirolo è anni luce più curato di quello patrio. La rincorsa verso Innsbruck è scenografica, fra pascoli e paesi così minuscoli da esistere solo per una decina di metri dopo il cartello che li segnala. Una manciata di case, le facciate bianche e i tetti spioventi. Resiste qualche insegna, ormai ingiallita, della Kodak.

Innsbruck

Cartoline Il Tettuccio d’Oro, simbolo della città, e la Triumphpforte

La capitale da sempre e per sempre del Tirolo custodisce le sue reminiscenze imperiali. Ci si abitua presto all’ordine, con l’impressione di trovarsi all’interno di un meccanismo dove ogni ingranaggio scatta al suo posto. Come negli orologi (costosissimi) che affollano le vetrine del centro.

Nei negozi, come saluto vige un “Ciao” palesemente scippato. E sulle bottigliette d’acqua — sarà la geografia — la seconda lingua, dalla descrizione del prodotto ai sali minerali, è di nuovo l’italiano. L’eredità più pesante, però, rimane quella asburgica, che traina il turismo.

Imperiali Il cortile interno dell’Hofburg e uno scatto nella “Sala dei Giganti”

L’Hofburg, prima sede del governo tirolese e poi dimora estiva dei regnanti, vale una visita. È piccola rispetto alle altre residenze del viaggio, sterminate e quasi dispersive nella successione di sale. Le stanze restituiscono un’altra epoca, dorata. Ma pure una sintesi efficace della politica degli Asburgo: meglio i matrimoni delle guerre, recita una massima della casata. Le posate della vecchia Austria-Ungheria, in mostra nelle teche, sono state usate per i ricevimenti di Stato fino al 2000. E la piega dei tovaglioli, sobria ma elegante, non è mai stata abbandonata. Un dettaglio che rivela, forse involontariamente, il lascito dell’età aurea dei sovrani viennesi.

Monaco di Baviera

Veduta aerea di parte della città

Se Innsbruck sembra sbucare, indenne, dal passato, Monaco è una grande città moderna. Una capitale in fermento, piena di ‘lavori in corso’. La terza metropoli della Germania per popolazione (dopo Berlino e Amburgo) è dinamica. Il centro è pedonale: nei dintorni di Marienplatz scorre un fiume di persone. Gravitano su una costellazione di birrerie, da quelle smaccatamente turistiche alle tradizionali.

I trasporti pubblici spaccano il secondo. E il portafoglio, con tariffe salate e il divieto di andata e ritorno con lo stesso biglietto. Scarseggiano le edicole: la Bild e gli altri principali quotidiani sono riposti in cassette di plastica sui marciapiedi. Il meccanismo è semplice: si preleva una copia, si infilano le monete in una fessura. Niente sorveglianza né serrature, tutto si regge sulla fiducia. Con un paragone spontaneo quanto impietoso, la prima considerazione è che qualcosa del genere — in Italia, d’accordo, ma più in generale altrove — non potrebbe funzionare. Lungo le strade secondarie, fuori dall’abitato, avviene una replica dello stesso fenomeno: cataste di frutta e verdura, una cassetta per le offerte. Al netto dei disonesti, fisiologici a ogni latitudine, il fatto che un modello così stia in piedi economicamente la dice lunga sul senso civico a nord delle Alpi. Sono cose già sentite? Chiaro, però colpiscono. Soprattutto per la naturalezza che le accompagna.

Icona Il triplano Fokker del Barone Rosso

Su un’isola fluviale, sorge il più grande museo tecnologico d’Europa. Il complesso è gigantesco, quasi un labirinto di settori scientifici. Quello di Fisica è un laboratorio vecchio stile, completamente interattivo, pieno di manopole e interruttori che ammaliano i bambini. Si può ripercorrere la storia, dagli albori al “presente” del Novecento — la teoria della relatività e la meccanica quantistica, così debitrici, nei libri di scuola, a paginate di nomi tedeschi — fino alle nuove frontiere. È una fotografia della vocazione tecnologia di questo lembo d’Europa, ai vertici prima dell’incubo nazista e da qualche decennio di nuovo all’avanguardia.

Monaco è disseminata di cantieri, dalla periferia al centro. Si percepisce l’anima finanziaria nelle insegne delle banche, anche se forse basterebbero le facciate di certi palazzi. Ci sono i megastore e negozi delle principali catene. Le stesse che si incrocerebbero a Milano, con una gamma di prodotti quasi identica. Magie della globalizzazione.

Sfarzo Scatti dalla Residenz di Monaco di Baviera

La città ha pagato un tributo altissimo alla WWII, la Seconda guerra mondiale. Molti saloni della Residenz di Monaco, il palazzo dei signori della Baviera, sono finemente ricostruiti, ma il soffitto è orfano dei dipinti. Il fascino è intatto: l’opulenza era un fattore della legittimazione politica bavarese. Le prove sono nella penombra e nel silenzio dell’Antiquarium. Con un doppio filo stretto a una religiosità intensa e parte integrante della vita di corte, fra una collezione di reliquie che oggi mette quasi a disagio (per certi versi, è inquietante) e lo sfarzo della cappella privata, contraltare di una chiesa spoglia e austera.

In Germania si avvicinano le elezioni. La cancelliera Angela Merkel è data, ancora una volta, come favoritissima. Difficilmente Martin Schulz, lo sfidante socialdemocratico, potrà contenderle la premiership e accorciare un divario ritenuto incolmabile.

La nota di colore è semplice: i manifesti elettorali sono stranissimi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Sembrano delle pubblicità, sconnesse da una una competizione politica e più simili a réclame di un detersivo, una compagnia assicurativa o una serata in discoteca. Ecco qualche esempio:

Collage Una selezione di manifesti elettorali

In queste settimane, campeggiano ovunque. Nelle strade, ovviamente. E persino attaccati ai cartelli stradali lungo le tangenziali. Il manifesto della Csu (nella foto), la declinazione bavarese del Cdu (l’Unione cristiano-democratica di Germania) della Merkel, ritrae un candidato più intento a organizzare una ‘spaghettata’ che a governare il paese. Bizzarrie.

Augsburg

Augusta (Augsburg) rivendica, nel nome, le origini latine. La leggenda narra che fu Ottaviano Augusto, primo imperatore di Roma, a fondarla nel 15 a.C. Il centro della città è poco esteso, bastano poche ore per prendere confidenza con le vie della “porta delle Alpi”. Ci si orienta in fretta, si familiarizza con l’atmosfera distesa e tranquilla. Nonostante i 270 mila abitanti, sembra di camminare in una cittadina. Senza mettere in discussione la rilevanza culturale: lo splendore durante il Rinascimento e, più tardi, il nome di Augusta, che ospita il più grande museo barocco della Germania, legato indissolubilmente allo stile Rococò.

Oro Un salone dello Schaezler palais e la celebre Goldener Saal (“sala d’oro”) del municipio

Il vanto del municipio è la Goldener Saal, un salone con la volta d’oro massiccio che si apre inaspettato e brillante. La copertura pesa così tanto da rendere necessari sostegni speciali (un sistema di tiranti e catene). Sulle pareti, accanto ai grandi condottieri romani, sono dipinti gli omologhi cristiani, i sovrani di quell’Impero che oltre a “romano” volle proclamarsi “sacro”. Una differenza nella continuità, ribadita di continuo. Così al “Veni vidi vici” del ritratto di Giulio Cesare risponde il “Veni vidi Deus vicit” di Giovanni III, il re polacco che sconfisse i Turchi alle porte di Vienna nel 1683.

Utopia Il quartiere di “case popolari” Fuggerei

La religione ritorna, onnipresente, nella dipendenza della città dalla famiglia Fugger, i leggendari banchieri di Papato e Impero. Poco lontano dal centro, sopravvive il quartiere di case popolari più antico al mondo: Fuggerei, dal nome dei finanziatori. È un’utopia, costruita a partire dal 1516 per salvare dalla miseria gli indigenti. Per entrare, occorre tuttora superare il vaglio di una commissione. Fra i requisiti, intatto da un altro tempo, serve quello della fede cristiana.

Il canone d’affitto riflette quello originario: 1 fiorino, oggi circa 88 centesimi, e 3 preghiere al giorno per le anime dei Fugger, preoccupati — da turbocapitalisti ante litteram — per le loro sorti ultraterrene. In fin dei conti, Fuggerei è nato come salvacondotto per il Regno dei cieli.

Gli appartamenti aspiravano a essere un paradiso, questa volta terreno, alle porte di Augusta. L’ingresso è unico, ma all’interno si sviluppa un piccolo reticolo di strade fra le case gialle, ancora abitate. Si può visitare persino il bunker allestito durante l’ultima guerra. Le devastazioni del conflitto hanno demolito, anche qui, il vecchio sogno dei banchieri. Ma gli abitanti, con lo stesso spirito degli altri Länder, l’hanno ricostruito. E dotato di tv via cavo.

Stoccarda

Dinamismo Il centro di Stoccarda e, in periferia, l’ultramoderno museo della Mercedes-Benz

Stoccarda (Stuttgart) colpisce per la vitalità. Esci dalle scale mobili della metropoltana e ti ritrovi immerso in un turbinio di persone che sfilano nei viali del centro. Tantissimi giovani, distesi sul pratone di Schlossplatz e, qualche ora dopo, sulle scalinate del centro con una birra in mano. Ricorda (e forse supera) il gigantismo di Monaco. E, in effetti, anche Stoccarda è una capitale: innanzitutto industriale, poi del Baden-Württemberg.

Parentesi. Tutto ciò non ha evitato una disavventura (fortunatamente finita bene) in metropolitana, con un mezzo pazzo, a base di minacce e coltellino

Qui ha mosso i primi passi (fallimentari), prima dell’esodo in Francia, la Mercedes-Benz. E a Stoccarda è iniziato il mito della Porsche, che nel logo richiama il simbolo e il nome della città. La Marcedes, in periferia, ha aperto un museo colossale. Basta l’architettura per colpire anche i meno appassionati ai motori. La struttura promette futurismo già dall’esterno. Ma il capolavoro si completa una volta oltrepassata la porta automatica. Si spalanca un androne vertiginoso, con ascensori da film di fantascienza. Il tour è fisso. Si ripercorre la storia dell’azienda, in parallelo a quella mondiale. Dai primi veicoli, ancora simili alle carrozze (e poco più rapidi), allo sviluppo impetuoso del primo dopoguerra, con le gare per stracciare i record di velocità. Parecchie auto potrebbero benissimo essere parcheggiate nel set, rétro, delle epopee del cinema classico hollywoodiano, datato ma intramontabile, come le carrozzerie degli Anni ruggenti. “Roaring”, spiega l’audioguida, proprio in omaggio al rombo, lungo un decennio, di questi motori.

Reggia Ludwigsburg, una Versailles a pochi chilometri da Stoccarda

Con pochi minuti di treno, partendo dalla stazione centrale, si può raggiungere Ludwigsburg. La città circondariale, che vanta una sorta di gemellaggio con la provincia di Bergamo, è nota per la reggia omonima, dimora dei sovrani — stando ai quadri, tutti ampiamente sovrappeso — del Baden-Württemberg.

Il parco è immenso. I giardini, curatissimi nelle decorazioni floreali, custodiscono una serra con tanto di laghetto dei fenicotteri. C’è persino una torre ispirata alla favola di Raperonzolo (Rapunzel), non lontana da un parco giochi e un labirinto che esaltano frotte di bimbi, legittimamente più interessati al trenino e al giro sulla barchetta che alle vicissitudini della storia politica locale.

I castelli, idillio bavarese

Neuschwanstein visto dal castello, sottostante e più antico, di Hohenschwangau

Con alle spalle giorni di reggie e palazzi di rango, sarebbe comprensibile una certa indifferenza. Almeno sulla carta, dopo aver ammirato parecchie case del potere temporale, forse si finisce per escludere nuove sorprese. Ma non è così. Hohenschwangau e Neuschwanstein sono questo: un incontro inaspettato. Da togliere il fiato.

Scorci La magia di Hohenschwangau e, in mezzo, il lago Alpsee poco distante

Era un’antica rocca di cavalieri, ormai ridotta a ruderi. Fu il padre di Ludovico II di Baviera, il principe Massimiliano, ad anticipare il figlio e decretarne la ristrutturazione. Si dice che Martin Lutero, da fuggiasco, abbia trovato ospitalità nelle mura del castello. Accertata, invece, è la presenza di un altro nume tutelare germanico, il compositore Richard Wagner, di cui Ludovico fu a lungo mecenate (“finanziatore incondizionato” non suonerebbe altrettanto bene, però restituirebbe meglio la realtà).

Da sogno Il castello visto dal ponte Marien-brücke

Molto più di una cartolina: è il gioiello nato dall’estro e dalla fantasia di Ludovico II (Ludwig). Mozzafiato. Venne progettato appositamente per il re, prima che fosse deposto perché giudicato incapace di regnare: la politica edilizia, oggi propulsore del turismo, contribuì a dissestare le finanze della Baviera.

Il castello stupendo proprio per la sua insostenibile leggerezza. Non ha conosciuto intrighi o decisioni in grado di intaccare la geopolitica di un paio di secoli fa. È nato per rispondere ai capricci di un principe, Ludovico II, poco interessato alla ragion di Stato, alla scienza amministrativa, ma sinceramente colpito, a modo suo, dalla bellezza. Persino nel disegnare la sala del trono dove non siederà mai. O nel progettarsi la camera, munita di cielo stellato che poteva essere acceso con lampade, dove dormirà poche notti.

Incanto Due foto di Neuschwanstein: il cortile interno e una facciata

Un sovrano che giocava con i castelli come mattoncini Lego. La sua terra, che l’ha disprezzato in vita, oggi gli deve molto. Senza le “follie” del suo principe visionario, l’ufficio turistico di questo paesino al confine con l’Austria non conoscerebbe code chilometriche e sold out quasi quotidiani.

Dicono che la storia sia spesso ingrata. E forse questa vicenda lo conferma, prima di scomodare parole come “genio” o “profeta”. Di sicuro, magari per caso, le fantasie di Ludovico, noncurante di dilapidare patrimoni, alla fine hanno vinto sulla sua epoca. Pure nella Germania della tecnocrazia e dei primati industriali.

Rimane, da qualche parte sulle Alpi, la sua lezione, da esteta distratto e ancora affascinato dai poemi cavallereschi che gli avevano letto da bambino. Rinnova la sua sfida, con quelle torrette inimitabili, riprodotte, non a caso, all’inizio di ogni film della Disney, che le ha scelte nel suo logo per far sognare i bimbi. E Ludwig, che forse non è mai cresciuto, continua a far loro l’occhiolino da ogni parete delle sue stanze. Perché sembra esistano storie che solo i più piccoli comprendono, che parlano alla loro immaginazione solo prima che incomba l’incedere degli anni, con la sua condanna.

Neuschwanstein è un luogo speciale, perché sospende il ticchettio dell’orologio, congela la sabbia nella clessidra. E riporta, per qualche secondo oppure per sempre, a ritroso nel tempo i visitatori che accoglie. Indietro, fino ai giorni in cui gli occhi luccicano ancora. Con la promessa — troppo spesso disattesa nella quotidianità — di farglieli brillare ancora. E ancora.

Va a finire che il segreto di Ludwig era quello: continuare a stupirsi.


Dedico queste righe al mio migliore amico, Andrea, che mi ha accompagnato in questo ‘roadtrip’ indimenticabile

)
Matteo Castellucci

Written by

Collaboro con la redazione di Bergamo del «Corriere», studio Comunicazione all’Unimi

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