Stalker | by @lattefarsan

Lo stronzo che mi chiamava e minacciava di morte

Domani sarà la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Non sto qui a pretendere di scrivere cose particolarmente brillanti sul tema perché persone molto più preparate di me lo hanno fatto in tutti questi anni, e penso che dobbiate leggere loro piuttosto che me. Però vi voglio raccontare una cosa che mi è successa dieci anni fa, quando io ero una 21 enne che si era trasferita fuori casa per l’università e uno stronzo pensò bene di telefonarmi ripetutamente per minacciarmi di morte.

Ottobre 2007, dunque, Bologna. Da qualche settimana mi sono trasferita nella città delle Tre T, torri, tette e tortellini. Sono molto felice, ho sempre sofferto la dimensione minuscola della mia città natale — Sansepolcro — e stare qui, ora, in questa casa in condivisione, con ragazze più o meno della mia età, senza genitori e con la prospettiva di studiare davvero quello che mi interessa, mi fa sentire invincibile. Penso che sia una sensazione che hanno quasi tutti gli studenti che a 19 anni se ne vanno di casa con grandi sogni e poche beghe cui pensare. Un sabato però decido di tornare a casa da mia mamma — che all’epoca era a letto con una gamba rotta — e mentre le racconto delle lezioni, dei colleghi, delle coinquiline, ricevo una telefonata. Numero sconosciuto. Rispondo. Sento una voce, è modificata con un trasformatore, mi dice “ciao Chiara”, chiedo “chi sei?” e mi risponde “mi conosci” ma io quella voce non l’ho mai sentita prima. Poi stacca. Faccio finta di nulla, di base non sono una che si preoccupa per i cretini in giro. Dopo un paio di minuti mi richiama, stessa telefonata anonima.

Rispondo di nuovo.

“Ciao Chiara”, ripete la voce trasformata per la seconda volta.

“Chi sei?”, chiedo di nuovo

“Mi conosci. E so che abiti a Bologna in via San Felice”

A questo punto un po’ mi agito, visto che io a Bologna in via San Felice ci vivo da tre settimane e a parte mia mamma e una ex compagna di classe non lo sa nessuno. Ma faccio comunque la distaccata: “No guarda, ti sbagli”

“No, non mi sbaglio, so che abiti lì e so anche che frequenti la facoltà di lingue. Ti verrò ad ammazzare. Presto

A questo punto mi madre non solo aveva capito che le telefonate che stavo ricevendo erano sgradevoli, ma aveva anche sentito che questo mentecatto mi voleva uccidere.

Io stacco subito, ma forse dalla mia faccia un po’ di preoccupazione deve essere trapelata se mia mamma ha preso subito il telefono e ha chiamato un caro amico di famiglia, capitano di un nucleo della polizia, e mi ha obbligato a raccontargli tutto, anche se io cercavo di sminuire le minacce del mentecatto di cui sopra. Nel frattempo, per sicurezza chiamo il mio migliore amico insultandolo e dicendogli di smettere con gli scherzi cretini, ma mi assicura che non è stato lui.

Da lì è cominciato un periodo tremendo in cui ho sporto denuncia — sebbene non ne fossi convinta mi resi conto che i miei genitori erano terrorizzati da questa storia — e il mio telefono è stato messo sotto controllo. Ogni giorno ricevevo decine — e non scherzo: erano davvero decine — di chiamate da un numero anonimo che: o non diceva nulla e mi ansimava al telefono oppure mi parlava, col solito trasformatore, e mi diceva cose immonde, di cui la più carina era “ti verrò ad ammazzare presto”.

Ogni volta che questo psicopatico mi chiamava io dovevo andare alla Questura di Bologna e riferire tutto alla persona che prendeva la mia denuncia: a che ora avevo ricevuto la chiamata, se era la stessa ora del giorno prima, quanto era durata… Cose che era anche faticoso ricordare perché a me l’unica cosa che interessava era che smettesse subito. Valutai anche di cambiare numero ma per una “strategia di indagine” mi chiesero di aspettare, a ripensarci oggi mi verrebbe da dire che forse è stato un po’ rischiosa come strategia. Intanto l’amico di famiglia seguiva le indagini e informava solo i miei genitori di quello che succedeva. Io cercavo di vivere serenamente sebbene per mesi e mesi ho evitato di tornare a casa da sola. La vicenda si è chiusa l’estate dopo e, per questioni di privacy, il nome del tizio non mi è mai stato detto. Io ammetto di non aver insistito per saperlo: all’epoca l’unica cosa che mi interessava era che questa sorveglianza continua, queste chiamate del cazzo e le sue minacce psicopatiche finissero.

Sono stata una donna fortunata: non mi è stato torto un capello e ho avuto una famiglia che mi ha aiutato e mi è stata accanto, capendo subito che la cosa non doveva essere sottovalutata. Eppure quei mesi mi hanno pesato e anche tanto. Mi sono sentita in gabbia, meno libera di fare quello che volevo. E anche in pericolo, perché per quanto io non abbia mai davvero pensato che qualcuno mi avrebbe potuta uccidere, non ero neanche in grado di escluderlo completamente.