#ObiettiamoLaSanzione, in difesa delle donne contro il decreto che aumenta le multe per l’aborto clandestino

La vignetta di Anarkikka per #ObiettiamoLaSanzione

Il 15 gennaio scorso il Governo italiano ha approvato un decreto legislativo che depenalizza per le donne il reato di aborto clandestino, ma al tempo stesso, paradossalmente, aumenta per loro l’importo delle sanzioni: da «fino a 100 mila lire» (all’incirca 51 euro) previste dalla Legge 194 del 1978 a «fino a 10 mila euro».

Contro questo decreto è nato un appello online, grazie alla blogger de L’Espresso e illustratrice Stefania Spanò, in arte Anarkikka, che ha dato vita al tweetbombing di oggi 22 febbraio. Dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 21, Anarkikka e molte altre persone che si oppongono a questo decreto hanno scritto questo tweet al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro della Salute Beatrice Lorenzin (vedi qui lo storify del tweetbombing):

#ObiettiamoLaSanzione No all’aggravio delle sanzioni per l’aborto clandestino @matteorenzi @bealorenzin

L’appello è stato firmato da molte esponenti del mondo della cultura, della politica e del giornalismo, come Monica Lanfranco, Loredana Lipperini, Cristina Obber, Pasionaria.it, Antonella Penati, Maddalena Robustelli, Simona Sforza, Nadia Somma, Paola Tavella e Lorella Zanardo. Cosa chiedono? Essenzialmente la piena applicazione delle Legge 194/78:

Chiediamo allo Stato risposte adeguate contro gli aborti clandestini e non aumenti di sanzioni economiche, e quindi rivendichiamo la concreta applicazione della 194, nata per salvaguardare la salute delle donne ma ad oggi svuotata di reali tutele a causa dell’obiezione di coscienza.

A quasi quarant’anni dall’applicazione della 194, infatti, la situazione nel nostro paese è ancora drammatica: nella relazione del ministero della Salute sulla attuazione della 194, pubblicata il 2 novembre scorso, nel 2012, ultimo anno di cui sono disponibili i dati per questo tipo di pratica, ci sono stati in Italia tra i 12 mila e i 15 mila aborti clandestini. Ma c’è un’altra questione che spinge le donne a scegliere l’aborto clandestino: l’obiezione di coscienza. Scrivono i firmatari dell’appello:

L’elevato numero di obiettori si traduce in enormi difficoltà di accesso ad un iter sicuro e celere, con tante donne costrette ad andare in altre regioni per poter interrompere la gravidanza. Il problema è tanto acuito dal fenomeno dell’obiezione di struttura, a causa della quale interi reparti ospedalieri non praticano le IVG e non applicano la legge, che persino i giornali esteri ne scrivono.

Se prendiamo ancora la relazione del ministero, possiamo leggere che

le IVG vengono effettuate nel 60% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due regioni molto piccole.

Come se quel 40% di strutture in cui non si possono fare IVG non fosse un dato rilevante: si parla anzi di «copertura soddisfacente». Se ne parlerebbe allo stesso modo se venisse fuori, chessò, che si possono operare le appendiciti solo in 6 ospedali su 10 disponibili? Credo di no.

E questo perché il diritto all’obiezione di coscienza che, ricordiamo è tutelato dall’articolo 9 della stessa Legge 194/78, è ormai ben oltre la mera scelta di coscienza di chi vuole esercitarlo. Prima di tutto perché non è giuridicamente definibile la coscienza (e quindi come si fa a stabilire se uno sceglie solo in base alla coscienza?) e poi perché l’aumento costante del numero di obiettori ha fatto sorgere più di qualche dubbio.

I dati, poi, sono inequivocabili:

I dati sull’obiezione di coscienza tra ginecologi, anestesisti e personale non medico in Italia (Fonte: Ministero della Salute)

A Bolzano, il 92,9% dei ginecologi fa obiezione di coscienza. Praticamente quasi 10 ginecologi su 10. In Molise la percentuale è del 93,3%, mentre in Basilicata è leggermente più bassa: il 90,2%. I dati del ministero dimostrano che l’obiezione di coscienza è un fenomeno che attraversa l’Italia trasversalmente: in Lombardia, ad esempio, i ginecologi obiettori sono il 63,6% ma qui c’è anche un altro problema. Le cliniche private convenzionate con la Regione (quelle che nel 1978 venivano definite “case di cura autorizzate”), cioè quelle che prendono un rimborso dalla Regione Lombardia in base alle operazioni che fanno, non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Questo nonostante la 194 preveda (articolo 8, comma 3):

Nei primi novanta giorni l’interruzione della gravidanza può essere praticata anche presso case di cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetrico-ginecologici.

Il motivo? Semplicemente perché la Regione — che per 18 anni è stata nelle mani di Roberto Formigoni, ciellino e contrario all’aborto — non ha mai chiesto loro di farle. E con il nuovo presidente, Roberto Maroni, le cose non sono cambiate (per un approfondimento sulla situazione lombarda, rimando a una inchiesta fatta da me e Chiara Severgnini e pubblicata a gennaio 2016).

Oggi 22 febbraio Possibile, il partito che fa capo a Giuseppe Civati, ha presentato una proposta di legge per la piena applicazione della Legge 194, testo che già era stato annunciato un mese fa. Nella proposta di legge si chiede:

Un migliore bilanciamento tra il legittimo esercizio dell’obiezione di coscienza e l’altrettanto legittimo ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, mirando a garantire che almeno il 50 per cento del personale sanitario e ausiliario degli enti ospedalieri e delle case di cura autorizzate sia non obiettore. Ciò, al fine di salvaguardare i diritti dei lavoratori interessati (anch’essi sacrificati, oggi, per il personale non obiettore, che deve sobbarcarsi un lavoro straordinario), avviene attraverso la considerazione dell’equilibrio tra personale obiettore e non obiettore al momento dell’assunzione e anche attraverso le procedure di mobilità relative al personale che esercita il proprio diritto all’obiezione.

Staremo a vedere se la 194 verrà modificata (anche se il rischio che venga stracciata è alto, visto l’attuale orientamento del Parlamento). Al momento né Renzi né la Lorenzin hanno risposto alla protesta su Twitter. Il rischio è che continuino a ignorare il problema ancora a lungo.