Dal Butterfly Effect al Web Effect: quei post infelici che possono costarti un lavoro

Avete presente l’effetto farfalla? È quel principio, riconducibile alla Teoria del Caos, secondo cui piccole variazioni nelle condizioni iniziali, possono produrre grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema fisico”.

Per farla semplice: “Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.” (cit. presa dall’omonimo film che mi è piaciuto un casino, ma, per le recensioni cinematografiche, facciamo la prossima volta).

Insomma, non è una novità che esista una qualche invisibile e imperscrutabile connessione di flussi, energie e forze che tirano e spingono influenzando le dinamiche del pianeta (che è un sistema), e che un minimo spostamento d’asse avvenuto in culo al mondo, potrebbe innescare una catena di eventi pronta a finirci sul grugno.

Beh, oggi è più vero che mai. E si verifica sempre all’interno di un sistema, ma la colpa non è più della stronzissima farfalla, bensì della rete, o meglio, del nostro utilizzo della rete (uso volutamente il termine “rete” e non social network poiché non credo che il fenomeno sia arginabile a singoli ambienti).

L’esplosione di questi nuovi spazi virtuali ove riversare le miriadi di pensieri, frustrazioni, sogni, creazioni e Dio sa che altro, ci ha senza dubbio infettato, a vari livelli di pervasività e patologia. In molti casi, è stata la manna per emeriti sconosciuti diventati, poi, “qualcuno”. Bene, bravi, bis.

Ma mi ha, comunque, colpito il racconto di una conoscente, che sintetizzo in questo modo, lasciando un alone di mistero e pompando frasi generiche come steroidi narrativi, giusto per evitare che mi arrivi una telefonata minatoria da parte di chi ci si potrebbe riconoscere.

Diciamo che, anni fa, hai contratto una sbandata per un tizio che ti ha delicatamente preso per i fondelli. Diciamo che hai iniziato a scrivere strazianti post d’amore e di astio sul tuo blog personale, su quello delle amiche, su Facebook, Twitter e Instagram e sui cessi dell’autogrill, dando sfogo alla tua creatività, oltre che al tuo dolore.

Diciamo che, dopo circa 6 anni, un selezionatore del personale, che chiameremo per comodità MARIO ROSSI, sta ricercando una figura come la tua da inserire nella propria azienda. Diciamo che egli ha dato uno sguardo al tuo profilo Linkedin e gli sei sembrata davvero molto interessante, al punto da decidere di approfondire le ricerche sul tuo conto.

Ma, quando ciò è avvenuto, indovinate quale (e quanto) materiale ha intercettato il selezionatore MARIO ROSSI?
 Esatto. Corpose tracce di deliro post-mollamento che portarono la fanciulla a esplodere l’utero in giro, generando un’immagine di sé sicuramente tenera e umana, ma, forse, non esattamente in linea con un lavoro in un team che avrebbe agito costantemente sotto stress.

Ergo: ciao lavoro.

Come si fa a sapere il tutto? Una collega, che, per comodità, chiameremo MARIA ROSA, ha partecipato anch’essa al progetto di ricerca in qualità di recruiter e, quando le hanno fornito istruzioni operative e preferenze, si sono premurati di porgerle le fotocopie di alcuni brani scritti dall’innamorata respinta, aggiungendo: “magari evitiamo di convocare chi lascia nell’etere roba del genere…”.

Ora. Aldilà dei giudizi “tecnici” sul fatto che un selezionatore non dovrebbe valutare la persona, ma le competenze della persona, la sua aderenza alla posizione organizzativa, l’affinità con i valori aziendali e bla bla, il tema che si pone è un altro.

E non credo riguardi neanche la considerazione che le cose capitano e puoi chiamarle “fato”, “sfiga”, “destino cinico e baro” o “siamo figli del nostro passato”.

La definirei una distorta visione della libertà. Ed è sempre più dura sopravvivere dignitosamente immersi nel paradosso che “il web ci ha reso liberi di esprimerci, ma poi non è vero niente”, perché basta mollare un po’ il freno, perfino all’interno di spazi personali dove, sostanzialmente, non andiamo mica a molestare qualcuno, stiamo lì, senza dare fastidio, senza urlare neanche troppo, senza imporre la nostra presenza e questo ci può perseguitare a vita in modi inimmaginabili.

È un po’ come aver commesso un furto da ragazzini, o aver sposato la persona sbagliata, o essere rimasti coinvolti in un incidente. Marchi. Sentenze. Azioni dalle conseguenze imprevedibili che mettono a repentaglio la nostra reputazione, l’immagine che il mondo ha di noi, i nostri percorsi di vita.

Nel caso specifico, buon per lei che ha evitato di perdere tempo dietro un incarico che si sarebbe rivelato presto inadatto al suo temperamento, certo.

Però, allora, si abbia il coraggio di dire che il “personal branding” vale più della libertà di espressione, che la genuinità sarà sempre penalizzata in favore della furbizia e della strategia, che anche nelle aziende si dichiara di cercare le persone “vere”, “i disruptive”, “gli originali”, quelli che “sono come sembrano”, ma solo per averne timore, etichettarli e allontanarli sistematicamente.

Che basta accumulare un po’ di followers su Twitter per farsi il lavaggio del cervello e iniziare a comunicare in modo molto diverso e ragionato, valorizzando solo quello che fa apparire vincenti, belli, fighi, risolti e con l’autocontrollo a posto, pronto per essere messo a frutto in un bel gruppo di lavoro, magari composto da tanta altra bella gente “vera”, pronta ad esplodere in presentia e non su uno schermo.


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