Tirata giù da Canva solo per azzerare lo sbattimento

I leader digitali

Se vuoi essere seguito, devi dare alle persone un motivo per seguirti. Concetto trito e ritrito, ascoltato in mille versioni letterarie e manageriali, che vive una sua seconda giovinezza grazie all’irresistibile richiamo della presenza digitale nella nostra esistenza.

E tutti giù a chiedersi: “come faccio a farmi seguire?”

Se lo chiedono persone, aziende, liberi professionisti, vip, investitori e ragazzini con una canzone nel cassetto che sognano il successo disintermediato (almeno in una fase iniziale).

Già, come farsi seguire, ma, soprattutto, come farsi ascoltare?

E sì, perché, da un lato, non è semplice emergere (ma questo è difficile a prescindere) dall’altro, forse andrebbe fatta una distinzione tra l’essere seguiti e l’avere seguito.

La prima metrica potrebbe identificare una dimensione puramente quantitativa (spesso anche fasulla e falsificabile), la seconda ambisce ad un’indicazione anche qualitativo/relazionale (che, ovviamente, non garantisce il raggiungimento di obiettivi specifici di fama o di dobloni).

Con l’accattivante espressione anglofona di “vanity metrics” sono stati gettati nel calderone del “quasi inutile” tutti i numerelli che fanno saltellare gli inesperti: fan su Facebook, followers su Twitter, connessioni su Linkedin che, di per sé, non vogliono dire un granché in mancanza di altre considerazioni più verticali come la presenza di endorsement, interazioni, coinvolgimento, (ri)condivisioni e lo spostamento (invisibile) su altri canali di conversazione e altri piani di relazione (poi dipende sempre dal soggetto, ovviamente: per una media company, la quantità conta eccome).

Insomma, che l’intento sia trovare moglie, raggiungere nuove fasce di pubblico o motivare la partecipazione a un corso di formazione, anche sui social, c’è bisogno di esprimere una certa leadership, intesa come capacità di catalizzare attenzione, ma anche l’altrui tempo e il piacere di un qualche approfondimento.

Mi sono messa, quindi, ad osservare un po’ più da vicino questi account-leader di gente normale (soprattutto su Twitter, che è il mio social del cuore, lo ammetto): cosa fanno di tanto speciale? Quali comportamenti alimentano il loro web-mito?

E, soprattutto, sono gli stessi comportamenti che rintracceremmo in una leadership in carne e ossa, dentro un gruppo di lavoro o dentro un’azienda?

No, non farò nomi, né cognomi, né nickname perché questo non è un post-marketta, né un articolo giornalistico obbligato a rispettare le 5 “w” o le più recenti 5 “c” di cui molti parlano.

Mi limiterò a sintetizzare le mie (prime) 5 impressioni, opinabilissime, frutto di quasi 7 anni di social network (a livello PRO) e circa 18 di cazzeggio su web, per chi avrà voglia di leggerle.

I leader digitali danno. Danno a prescindere: punti di vista originali, materiali, conoscenze, contenuti, analisi, link, slide, ecc. Danno e si espongono, non temono che qualcuno possa “rubare loro l’idea” o scopiazzare un pensiero. Danno con convinzione e, va detto, con un certo autocompiacimento, pur senza scadere nell’autoreferenzialità (peccato mortale 2.0 che genera profondo disamore). Danno risposte, anche (la parte più difficile), con un notevole sforzo in termini energetici, di tempo e di pazienza (che certe volte manco Madre Teresa).

Con uno spirito che va oltre la semplice strategia commerciale o la desiderabilità sociale dei comportamenti: è qualcosa che, o hai dentro, o ti stanchi presto. Infatti, molti si stancano e se ne vanno. O cambiano registro. O riducono drasticamente la loro presenza. Comprensibilmente.

I leader digitali non scadono. Mi spiego meglio: si può avere il quarto d’ora di notorietà per poi rientrare nel dimenticatoio (milioni di visualizzazioni e poi boh), oppure mantenere una presenza costante, sobria, senza “picchi” particolari, né grandi ostentazioni, creando uno zoccolo duro di fan per i quali quell’account, quella voce, significa qualcosa (non ci è dato sapere cosa, ma significa, fidatevi). Anch’io ho capito, mio malgrado, di “significare” per qualcuno, mentre avevo solo la sensazione di buttar qua e là qualche frasetta in un italiano decente. Eppure i processi affettivi “da piattaforma” si rivelano spesso molto intensi e incredibilmente duraturi, pur nella loro natura eterea e sfuggente.

I leader digitali selezionano con cura le loro battaglie. È senza dubbio una questione di stile personale (di circostanze e di soldi, anche), più che di web in senso stretto, ma mi capita di notare maggiore attaccamento nei confronti di chi, pur dimostrando una certa autorevolezza, non presenzia per forza a ogni evento, tavola rotonda, seminario, sagra del fungo porcino per poi sparare in giro le foto, i video, i selfie, i “ciao, guarda dove sono e tu no”. C’è sicuramente un nome psicologico per questa cosa, ma non lo ricordo e poi avete capito il senso.

In altre parole, il leader digitale si pone il problema di fare un personal branding mirato, intelligente e di utilità. Un buon modo per attirare lettori più sofisticati che fanno caso al cosa fai, ma anche al come lo fai.

I leader digitali non hanno bisogno di una claque. Anche qui vanno spese due parole in più per non essere fraintesi. È normalissimo che si creino micro-gruppi di fedelissimi coi quali ci si trova meglio a dialogare ed è anche normale che questi “amici” costruiscano continui rimandi gli uni agli altri, in una sorta di costante link building sociale (cavalcando a pelo gli algoritmi).

Tuttavia, il rinnovamento dei followers (non solo l’aumento), cioè, la capacità di solleticare pubblici variegati e non legati a qualche logica da gruppetto, mi pare sia assimilabile ad un piccolo elemento di leadership e di carisma da non sottovalutare. Banalizzando: mi piace così tanto leggerti che, anche se non faccio parte del tuo giro, anche se non stiamo sempre lì a chattare come due dementi, ne vale la pena.

I leader digitali creano valore. Mettono in connessione, fanno da ponte, segnalano opportunità o cercano di inventarsele dal niente, non solo per questioni professionali, ma per far circolare la moneta più preziosa che ci sia: la conoscenza.

Insomma, paradossalmente, una qualche autenticità personale e professionale è più evidente e marcata negli ambienti virtuali (che risultano liquidi, meno schematici, con meno filtri e un maggiore grado di genuinità) piuttosto che in quelli, passatemi il termine, reali, dove i codici comportamentali, le infrastrutture sociali e di potere, le convenienze e le paure, portano ad essere un po’ meno quello che siamo e un po’ più quello che gli altri si aspettano da noi.

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