Il rischio di essere bravi

Approdai in una società di consulenza grazie alla mia specializzazione in selezione e formazione delle Risorse Umane (era il 2003 e chiamare le persone “risorse umane” era ancora figo e molto americano).

Il colloquio col responsabile era stato cordiale: all’inizio avrei ricoperto un ruolo puramente organizzativo, supportando una manciata di trainer più esperti, già collaudati e, poiché la casa madre si trovava in un’altra città, io sarei stata “gli occhi e le orecchie” dello staff formazione.
Ottimo punto di partenza per me.

Naturalmente scalpitavo per provare l’ebbrezza dell’aula. La chiamavo “sindrome del calciatore in panchina”. Ascoltavo, assorbivo, imparavo, arrivavo sempre molto prima e me ne andavo sempre molto dopo, studiavo, studiavo, studiavo. Quelle poche volte che un docente esperto mi dava più corda del solito, lo rincoglionivo di domande, di proposte, di richieste su come migliorare, come muovermi, come approfondire. Incarnavo il perfetto cliché della ragazzina alle prime armi, ansiosa di crescere, con la differenza che non ero proprio una ragazzina e le armi non erano esattamente le prime, ma trovavo la gavetta una cosa giusta, per cui restavo nel ruolo e non mi pesava.

Dopo qualche tempo, nella poltiglia di percorsi formativi affidati a docenti diversi, si aprì un piccolo varco: “Tizio se ne va, vorresti provare a sostituirlo?” Dopo aver tenuto il cuore dentro il petto con le mani, dissi che: “sì, ero pronta”. Avevo già gestito delle docenze, ma mai davanti a quel tipo di pubblico, né su quel tema. Ma era ora di buttarsi e mi buttai. E atterrai sul morbido di un bel successo. Forse la preparazione aveva fatto la sua parte, forse avevo solo avuto culo, forse mi ero scoperta più incline a quella roba di quanto riuscissi a immaginare. Insomma, andò.

Fu così che non mi occupai più solo di organizzazione, ma m’inserii a pieno titolo nello staff docente.
Nel pieno dell’odio dello staff docente, dovrei dire. 
Eh, già. Perché non avevo calcolato un piccolo dettaglio sui miei “colleghi”: improvvisamente mi volevano morta. Il “dai, ci prendiamo il caffè?” era stato sostituito da un odioso silenzio. La collaborazione? Sparita. Il messaggini simpatici? Spariti. I “scusa, posso chiederti…” neanche a parlarne. 
Non riuscivo a capire. Non potevano considerarmi una minaccia: avevo troppo poca esperienza e, seppure l’avessi avuta, non mi nutrivo certo di quell’ambizione malata che porta i consulenti e pisciare tutt’intorno ai loro spazi per marcare il territorio. Stavo imparando, volevo imparare, ovvio, ma non ero certo lì per fare le scarpe a qualcuno.

L’anno dopo successe l’imprevisto: “pensavamo di affidarti l’intero percorso…”. 
Una grande notizia per me, certo: ma che ne avrebbero pensato gli altri due formatori impegnati nel progetto? 
“Oh, tranquilla: li dirotteremo su altre iniziative”. Ma non fu così. Nel giro di 365 giorni, del tutto involontariamente, avevo segato 3 docenti nel pieno del loro lavoro all’interno della società.

Un giorno, mentre tenevo la faccia dentro un libro di psicologia e aspettavo che arrivassero i partecipanti, il formatore che avrebbe tenuto quel corso mi si avvicinò e mi invitò cortesemente ad andarmene “per non turbare gli equilibri della classe” fu la motivazione. “Sei una docente, ormai, dovresti capire come vanno certe dinamiche, no?”
E io me ne andai. Cacciata dal posto che occupavo per contratto. Me ne andai perché lo capivo perfettamente come vanno certe dinamiche. E non solo quelle della classe.

Uno dei partecipanti mi corse dietro: “oh, senti, volevo chiederti un paio di cose sulla lezione della settimana scorsa”. Io ero intontita e mi venne da rispondere: “puoi confrontarti direttamente con lui — indicai il docente — saprà dirti sicuramente…” — “Ma scherzi? A me serve il tuo punto di vista, non il suo. Il suo lo trovo in uno dei 12 manuali che ha già scritto e che sono tutti uguali, detto tra noi”.

Non ricordo cosa ho provato esattamente in quel momento: se sollievo, tristezza, senso di rivincita, frustrazione o comprensione.

So che ho incrociato quel formatore altre volte, in ambito lavorativo, so che ha scritto mail feroci contro di me, contro la mia presenza in quel contesto, sia alla direzione che ad altri collaboratori, so che, probabilmente, è stato lui a prendersi il disturbo di spedire all’amministratore delegato della società un paio di lettere anonime dal contenuto per nulla lusinghiero nei miei confronti. Poi la cosa è morta lì. Come muoiono tutte le cose che non hanno senso.

Recentemente è uscito il suo ennesimo manuale, non ricordo esattamente il titolo, ma ha a che fare con la buona gestione dei collaboratori, con la capacità di farli crescere bene nelle organizzazioni.
Sarebbe proprio da comprare, non credete?