La vera origine del sole

Comprai un girasole. I semi di un girasole, per la precisione.

Stavano dentro una bustina grigia con la foto di un girasole fatto e finito sopra. Un girasole adulto, insomma. Svezzato e in posa per una foto che, mi pareva, fosse venuta bene.
La donna alla cassa mi indagò: “ah, un girasole, hai comprato un girasole”. 
E io: “mi sembra di averlo fatto”.
E lei: “gli servirà sole”.
E io: “credo di averne”.
E lei: “gli servirà acqua costante”.
E io: “mi arriva l’acqua corrente a casa, da qualche tempo. Faccio la doccia e lavo i piatti, per cui mi pare ci sia”.
E lei: “gli servirà qualche parola ogni tanto. Il girasole teme la notte, dorme male se non gli si parla. Giusto qualche parola all’imbrunire, tipo verso le 19 o giù di lì”.
E io: “fa lo stesso se sono le 20? Le parole dopo le 20 mi vengono meglio, mi pare”.
E lei: “sì, sì, dopo le 20 va bene. Ma cosa pensi di dirgli, esattamente? Cioè, non è per farmi gli affari tuoi, ma mi chiedevo se avessi mai parlato ad altri girasoli prima. Cioè, se avessi esperienza nel far prendere loro sonno, ecco. Sono così delicati e pronti a non risvegliarsi, sai”.
E io: “potrei azzardare qualche barzelletta”.
E lei: “no, no! Ma sei matta? Le barzellette no: il girasole è abituato all’astro più luminoso e nobile del creato, capisci? Come potresti offrirgli qualcosa di meno? Le barzellette vanno bene, che ne so, per la menta o il rosmarino che, detto tra noi, dorme comunque.
E io: “oh, Gesù..”, intanto stringevo tra le dita la bustina grigia col girasole dentro e ansimavo.
E lei: “no, davvero, pensaci bene, niente altro?”
E io: “…qualche ricordo d’infanzia, può interessargli?”
E lei: “beh, non so, sono cose delicate, queste, vivevi in campagna?”
E io: “no, in una piccola città”.
E lei: “eri felice?”
E io: “no, affatto”.
E lei: “allora non credo sia un bene parlarne al girasole”.
E io: “forse non è il caso di dir nulla neanche a menta e rosmarino, per cui, ti prego: acqua in bocca”.
E lei: “Oh, tranquilla, quei due non mi ascoltano nemmeno”.
Mi diede lo scontrino da nove e novanta, mi porse il sacchetto con dentro il mio acquisto e uscii dal negozio. 
Camminavo verso casa stringendo il girasole contro il petto, angosciata rispetto al suo futuro e al mio ruolo nella sua vita.
Dovevo diventare sole, per farlo vivere. 
Dovevo esplodere centinaia di migliaia di volte al minuto, per farlo vivere.
Dovevo accettare che, seppure ci fossi riuscita, sarebbe avvizzito e morto, alla fine dell’estate.
Camminavo verso casa a passo spedito, in preda al panico, arrivava la sera alle nostre spalle e, così, lentamente, iniziai a brillare.

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