Noi potevamo farcela

Non ce lo diciamo mai apertamente, è più un lasciarselo intuire, un po’ violento, un po’ sofferente, un po’ un’altra cosa che ora non mi viene in mente.
Allora non ti dico: “noi potevamo farcela”, ti dico “hai presente quando mi hai portato il succo di frutta al tavolo? Dai, quella volta che avevi la giacca scura e, mentre pagavi, ti sei voltato per vedere se io c’ero ancora, perché sai, uno può sempre alzarsi e andarsene a metà delle cose, di tutte le cose”.
Io, invece, ero seduta e ci sapevo stare, seduta, così. 
Aspettandoti in modo molto metropolitano e caotico e pieno di abisso.
E tu non mi dici: “noi potevamo farcela”, mi dici: “sto passando su quella strada, quella con le nostre conversazioni impresse sui muri e sull’asfalto o dentro la pioggia. Piove, sai?”
Quelle poche volte che ancora riusciamo a condividere uno spazio fisico ci mettiamo testa contro testa, a deridere gli anni che abbiamo e quelli che abbiamo avuto. Siamo molto seri in quel momento. Ci rannicchiamo dentro la stessa malinconia, come se non fosse tutta colpa nostra, ma di una maledizione.
Come se volessimo metterci a imprecare contro qualcuno che passa e chiedergli perché ci ha fatto questo, ma poi non passa nessuno e tanto vale ascoltare gli scricchiolii del motore che si raffredda.

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