Perché odio i post che ti spiegano la vita in elenchi puntati

Notiamo tutti la massiccia presenza online di articoli del tipo: “i 3 segreti indispensabili per”, “16 cose che dovresti conoscere di…”, “10 consigli per cambiare la tua vita”, “scrivi un romanzo da 4000 pagine in 8 minuti e guadagna un milione di euro”.

Io stessa ne sono golosa e me li studio, lo ammetto: ne leggo (molti) e ne scrivo (il meno possibile).

Ne scrivo poiché chiunque possieda un minimo di cognizione su meccanismi social, algoritmi, Seo, web writing, fruizione da schermo, esseri umani, tendenze e venga pagato per gestire questo casino, sa che saranno gli articoli più cliccati, quelli che otterranno posizionamenti migliori, diventeranno virali con più facilità e il cliente dirà: “Ehi! Abbiamo fatto 475 visualizzazioni in due ore! Siamo fighissimi!”

Sovente, a prescindere della qualità dello stesso o dal beneficio pratico che ne otterrà.

Ok, missione compiuta.

Tuttavia ho l’ansia.

E ho l’ansia perché li odio.

E li odio per una serie di motivi, ma mi concentrerò solo su uno, quello che mi da più ansia, in quanto l’odio è un sentimento serio e articolato e non posso risolverlo in 5 punti, anche se ciò aiuterebbe la memorizzazione e la facilità di lettura.

Eviterò, quindi, di delirare su: “tecniche giornalistiche per”, “blogging e sue derive”, “modalità per emergere dalla massa”, “tutorial pure per farsi un panino”, “life for dummies”, “crescita esponenziale dell’idiozia umana”, ecc.

Perché, dunque, scegliamo di dedicare la nostra (poca) attenzione a questi contenuti?

Perché il dito ci punta dritto dritto fino al click, snobbandone un altro, che chissà di cosa parla, salvo, poi, accorgerci che non ci troviamo dentro esattamente ciò che vorremmo — o che è, appunto, promesso nel titolone?

Perché siamo a caccia di soluzioni.

E, sottolineo, SOLO soluzioni.

Noi non vogliamo capire il problema: non abbiamo tempo, non abbiamo voglia, siamo quasi arrivati alla fermata e dobbiamo scendere, c’è chi è pagato per approfondire, “ho tanti di quei cavoli in testa, signora mia..”, ad libitum.

NOI VOGLIAMO LA SOLUZIONE. ORA.

Soluzioni gratis, accessibili, semplici da assorbire tipo pera, per poterne parlare a un appuntamento il giorno dopo o ammorbarci i nostri collaboratori, riconfermando che “noi sappiamo le cose e loro no”, perché “noi ci informiamo più di loro”, “noi spaziamo trasversalmente su tutte le tematiche economico-politico-socio-artistiche e loro no, brutte capre”.

Scorciatoie. Semplificazioni. Decaloghi da tirare fuori al momento opportuno e farli parlare al posto nostro, quando ci mancano le parole, ma, soprattutto, le vere conoscenze.

Normalissimo e umano, direte voi. Non è mica la fine del mondo, è solo un modo di informarsi, in fondo, ridirete voi.

Beh, dipende, dico io: perché disabituarsi a capire approfonditamente il problema ci colloca in balìa di soluzioni che non sono vere soluzioni, ma solo infarinature, momentanee panacee, illusioni di conoscenza, distorsioni di inquadramento del problema stesso e, quindi, del processo decisionale complessivo, che, in questo modo, perde di lucidità, di respiro più ampio e anche di utilità.

De Gregori cantava: “..che nessun calcolo ha nessun senso e poi nessuno sa più contare..” [bambini venite parvulos]

Così capita che questo germinare di “how to..”, da un lato, ci aiuta a reperire rapidamente dati sullo scibile umano — e magari ci aiuta davvero lì per lì — consentendoci la formulazione di un’idea di massima. Dall’altro, non sviluppa la capacità di valutare correttamente la validità dei contenuti e crea grandissima confusione: l’idea di massima viene scambiata per “quello che si deve fare in tutte le circostanze simili”, il suggerimento diventa la regola, criteri personalissimi diventano mini-bibbie cui fare costante riferimento.

Il paziente diventa medico perché ha letto due post sulla gotta. Il commerciale diventa gestore delle risorse umane perché ogni giorno si legge la rubrica tot sul portale tot e divora articoli interessanti, indubbiamente, su “come gestire le risorse umane in 5 semplici mosse”.

Tutto facile. Tutto scontato. Tutto gratis. Tutto fattibile. Tutto per tutti.

Bene? Male? Boh: a voi la scelta.

Io mi sono chiesta: chi vorrà più prendere la via “meno battuta”, concettualmente intendo, se continuiamo a spiattellarci sotto il muso piccole autostrade senza manco il pedaggio?

Chi si farà venire il dubbio se quello che sta leggendo è frutto di uno studio — passatemi il termine barboso — “serio” o della prescia di riempire uno spazio su quel blog perché bisogna assolutamente postare qualcosa che è mercoledì e il mercoledì, si sa, si posta.

Chi preferirà un manuale lungo e costoso, magari di carta, quindi pure pesante, a un’accozzaglia di articoletti leggibili in 2 minuti, presi da più fonti, simpatici, gradevoli, con le gif animate, di buon senso, certo, ma superficiali, limitati, fondamentalmente tutti uguali, poiché scopiazzati dalle stesse fonti?

Chi?

Chi, dico io???

E che ne so? Io sollevo questioni, mica fornisco soluzioni.

Anche perché, quelle che mi vengono in mente, sono difficilmente sintetizzabili in un post. E già questo è troppo lungo, contiene molte imprecisioni, una struttura borderline tra sfogo personale e monito per il futuro, manca il double check e non lo leggerà nessuno.

Fortunatamente.

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