Tutta colpa del foglio bianco di Medium, di Limes e della crisi greca.
Inizio sempre con l’idea di… “break the internet” e finisco sempre allo stesso modo: schermo bianco. Lo guardo, lo fisso per dirla tutta e certe volte mi pare persino che mi sbeffeggi di rimando.
Cerco di superare questa impasse, ripensando ai tempi della scuola quando la prof. di Lettere, durante il compito in classe, esordiva con i tanto temuti titoli dei temi.
Cosa scrivere? Il dilemma odierno ha radici in quegli anni solo che, allora, il tempo a disposizione relativamente breve e lo spauracchio di un brutto voto in pagella, stimolavano la mia reattività che oggi si è impigrita subordinandosi alle “mille cose più importanti da fare”.
Ma son qui e questo è un fatto. A che pro essere qui se non per scrivere? A meno di non riconoscermi una patologica tendenza a collezionare spazi vuoti da (non)riempire, devo cercare di superare questo blocco e provare ad assegnarmi un tema.
Molti lo superano parlando di sé ma, mi chiedo: è un argomento davvero interessante? Il sè, intendo. Sarà la mia insicurezza cronica ma ho sempre pensato che a nessuno freghi nulla di ciò che sono, del perchè lo sono, del come lo sono diventata. A nessuno fuorchè ai miei cari, s’intende.
Eppure è tutto un proliferare di blog: food blogger, fashion blogger e “salcazzo” blogger dominano il mondo della fuffa e il mondo della fuffa vende molto più di quello dei contenuti, a me sembra.
Non voglio essere cinica, seriamente. Dal mio punto di vista non ha senso esserlo se non per una ricerca solipsistica di un autogiustificazionismo degradante.
Credo proprio che questa sia la realtà dei fatti: sapersi vendere, anche quando il miglior prodotto che si ha da esporre è la fuffa, mi pare ripaghi nel breve termine, più di anni spesi nell’auto formazione.
Il bello è che, per arrivare a questo punto, sono partita con l’idea di voler parlare della crisi greca dopo una serie di interessantissime letture fatte su Limes . Non ce la posso fare!
Per non uscire fuori tema, quindi, devo fare uno sforzo, concentrarmi e focalizzarlo, il tema.
Cosa mi impedisce di smetterla di dedicarmi anima e corpo alla mia attività da fotografa in un posto (Milano, Italia) dove tutti sono allenatori, cuochi e… fotografi, in virtù di una brillante carriera nel mondo del food blogging? Del resto, pensandoci bene, non c’è cosa che mi riesca meglio e mi dia maggior piacere del mangiare (sesso e fotografia esclusi).
Cosa mi ferma dall’assaggiare ogni più ardita prelibatezza, fotografandone la mise en place per poi parlarne sino allo sfinimento o sino a quando qualche ristoratore non ritenga la mia capacità di sintesi mangereccia davvero molto utile per la sua attività?
Nulla, penso in un attimo. Tutto, penso il secondo dopo.
Sono cresciuta in una famiglia estremamente esigente. Non mi hanno colpevolizzato per la mia mancata laurea, arrendendosi civilmente ed elegantemente alla mia incapacità dell’epoca di capire ciò che volevo, alimentata da un’ingordigia e da una curiosità davvero uniche.
Non hanno nemmeno mai preteso, a ben pensarci, nulla che io non potessi realmente dare anche se, all’epoca mi pareva chiedessero la Luna.
Rimane il fatto, senza divagare troppo, che questa loro pedissequa predilezione al perfezionismo mi abbia contagiata facendomi diventare, col tempo, un “noioso pompiere” da “perfetto incendiario” qual ero (their words, not mine!).
Ecco. Questo snobismo di fondo penso sia la risposta alle domande di poco sopra.
Cosa mi impedisce di diventare una food blogger? Me lo impedisco io.
Non perché abbia nulla contro i food blogger, sia chiaro. Ognuno ha nel mondo il posto che vuole avere (o che merita, direbbero i miei) e io non sono nessuno per giudicare le scelte di vita di chicchessia.
Ma non è quello il mio posto e non lo è perché, insicurezza o meno, voglio credere che a nessuno importi realmente una fava di quello che io penso in merito ad un piatto piuttosto che ad un altro.
Perché voglio fortemente credere che, di questi tempi, la gente si interroghi su argomenti più importanti del punto di cottura del filetto.
Perché sono una sognatrice, forse e non voglio arrendermi alla fuffa. Non voglio credere che l’ultimo piatto di Carlo Cracco abbia più presa sulle coscienze nostrane di ciò che sta succedendo in Grecia.
Probabilmente sbaglio ed è per questo che continuo a cercare di fare della Fotografia un mestiere ma sono riuscita a trovare il modo di citare la Grecia all’interno del mio vaniloquio e, di questo, vado incredibilmente fiera.