5 motivi per fotografare con un iPhone. I limiti tecnici e la poetica dell’immagine

Lesina (FG): case coloniche abbandonate utilizzate dagli schiavi del Caporalato. Esempio di messa a fuoco continua sugli elementi significativi (gli altri sono stati tagliati dall’inquadratura).

Audax Fortuna juvat! Serendipity

Nell’estate del 2011, mentre ero in vacanza in un piccolo paese del Molise, mi rubarono l’attrezzatura fotografica. Poco male per il corpo macchina, una vecchia D70 che aveva dei problemi di funzionamento, e pazienza anche per la compatta Panasonic con GPS integrato che avevo ricomprato in seguito ad una rapina; gran dolore invece per due obiettivi molto costosi per ottenere i quali a prezzo più basso avevo pazientemente cercato l’occasione giusta.

I fotoamatori mi potranno capire: per un po’ mi sentii menomato, come se avessi un occhio e una mano in meno. Poi me ne feci una ragione. Alcuni mesi dopo, per motivi di lavoro, acquistai un iPad. Ne feci l’uso che se ne fa con un computer — probabilmente una tendenza abbastanza diffusa per chi proviene direttamente dal mondo dei of senza essere passato per quello degli smartphone — . Almeno fin quando non mi capitò di partire per un lavoro di ricognizione archeologica (al tempo era questo il mio lavoro; oggi sono un consulente di comunicazione e marketing, e anche se vi potrà sembrare strano, c’è una correlazione logica fra le due professioni).

Galeotta fu la ricognizione

Ci aspettava una striscia di 31 km di aperta campagna da percorrere ed osservare scrupolosamente, e i nostri iPad divennero fin da subito lo strumento ideale con il quale realizzare la nostra documentazione, fotografie incluse. Erano però fotografie molto semplici, senza alcuna istanza artistica o creativa, e così utilizzai la fotocamera nei primi giorni. Almeno fin quando mi ritrovai a cogliere i primi dettagli di un mondo meraviglioso che mi si svelava davanti agli occhi: tutti i minimi particolari del mondo campestre, invisibili all’occhio distante di chi percorre le strade in macchina, erano improvvisamente alla mia portata. Un microcosmo di frutti maturi o caduti dai rami, di insalate non raccolte e per questo irriconoscibili a chi è abituato a vederle solo dal fruttivendolo, e di oggetti abbandonati, case deserte, campi incolti. Mi sembrò d’un tratto che la civiltà urbana fosse spiegabile a partire dalle condizioni delle campagne, come un negativo fotografico racconta al contrario la scena a colori. Fu lì che decisi di utilizzare l’iPad per scopi creativi. Ne è nato un percorso per immagini ma anche un viaggio nel rapporto tra il fotografo e la «nuova tecnica» delle fotocamere di smartphone e tablet.

Ok, sto parlando di un iPad mentre il titolo cita l’iPhone. Il fatto è che, dopo aver sperimentato migliaia di volte il tablettone della Mela morsicata ho deciso di acquistare anche il nuovo iPhone 6 plus proprio per continuare la mia ricerca. Rispetto all’iPad di terza generazione (il cosiddetto «New iPad»), la fotocamera iSight dell’iPhone 6 ha comportato un notevole salto qualitativo (al netto dei 3 megapixel in più, misura che ho sempre considerato di poca importanza): è il sensore ad essere migliorato — partendo già da una buona base — , nonché l’angolo visivo, leggermente più ampio di quello del modello precedente.

È questo il motivo per cui, secondo me, questa fotocamera Made in Cupertino è la migliore tra quelle montate su dispositivi di questo tipo: perché è quella più equilibrata tra focale, esposimetro e numero di MP. Avere 43 megapixel non serve a nulla se poi l’esposimetro salta facilmente sovraesponendo e bruciando l’immagine od alterando significativamente la dominante cromatica presente. C’è un altro buon motivo. Le fotocamere di numerosi smartphone sono disposte lungo l’asse longitudinale del cellulare, mentre quello dell’iPhone si trova presso un angolo. Questo significa che, a differenza per esempio di un Samsung Galaxy, un iPhone può essere sempre orientato in maniera tale da disporre l’obiettivo prossimo al suolo. Questo non è un dettaglio: è una funzionalità fondamentale per qualunque fotoamatore.

Ci sono invece altre caratteristiche che sono sicuramente in comune con gli altri device, e di cui vorrei parlarti, anche se per me la scelta dell’iPhone resta la migliore (sto tralasciando volutamente le valutazioni concernenti i video). La domanda che qualcuno mi ha rivolto in questi anni è: hai spesso 800€ per un tablet e 1050€ per un iPhone (ovviamente ho scelto il modello da 128 GB). Bene, perché non hai investito 1850€ per comprare una nuova reflex? Certo che ci ho pensato, ma — al netto di ogni valutazione per cui avevo bisogno sia dell’uno che dell’altro dispositivo per il mio nuovo lavoro — la mia è stata una scelta.

Volevo tornare, in un certo senso, alle origini della fotografia.

Se ci pensi, rispetto ad una buona reflex anche la fotocamera iSight del melafonino appare enormemente primordiale, limitata nelle possibilità e nella filosofia progettuale. Ma accidenti, è proprio questo ciò che mi galvanizzava più di tutto: avere a che fare con i limiti tecnici e trasformarli in uno strumento espressivo! Le opportunità espressive che nascono dai limiti tecnici.

Ho pensato di ragionare su alcuni di questi limiti e di raccontarti come essi, nella mia esperienza, si siano trasformati in possibilità espressive.

#1: gli esposimetri dei cellulari vanno bene di giorno e meno bene di notte.

Forza le condizioni al contorno o assecondale.

Sissignore, è vero, di notte è una tragedia. Ma è stato così da sempre per la fotografia, fin quando la tecnica ha consentito la produzione di pellicole ad alta sensibilità, in grado di catturare una gran quantità di luce in poco tempo (quando avevo 14 anni, con la Canon EOS 620 che mi avevano regalato — la mia prima reflex! — utilizzavo le Ilford 3200 ISO anche di giorno). Questo significa che non possiamo fotografare affatto di notte? Certamente no! Ma significa che dobbiamo ingegnarci di più per ottenere la luce sufficiente per un buono scatto. Il che può significare anche illuminare in maniera estremamente creativa la scena. Non è impossibile.

Marano di Napoli (NA): strada di campagna al tramonto (30 aprile 2014). Ho trasformato il rumore di fondo in “impasto di base” per creare tessiture di tipo pittorico molto forti, cercando di riprodurre una sensazione interiore quasi onirica che avevo provato al momento dello scatto.

#2: la messa a fuoco è sempre molto estesa a causa della ridottissima focale interna.

Falla diventare il tuo occhio spietato sul mondo.

Questo è un problema se vuoi isolare il soggetto principale rispetto allo sfondo e/o ad un altro soggetto in primo piano, ma è un potentissimo strumento espressivo se desideri una fotografia «immersiva» nella scena. Per l’effetto flou sono disponibili alcune app (io uso Big Lens, disponibile qui per iOS e Android). Intendiamoci, non è la stessa cosa, ma anche qui, se impari a conoscere i limiti tecnici dell’app puoi adattare lo scatto in partenza, se pensi di avere bisogno di una forte sfocatura. L’effetto di una lunga messa a fuoco può avere effetti molto suggestivi, come in questa foto in cui la bottiglia abbandonata in primo piano è essenziale per dare senso a tutta la scena. Quello che non va dimenticato è che a volte la mancanza di fuoco selettivo può portare ad una sovrabbondanza di elementi visivi nociva alla corretta lettura del soggetto o dell’azione principale.

Napoli, Centro Direzionale: mentre con una fotocamera reflex la messa a fuoco sia sul primo piano che sullo sfondo è una possibilità, con lo smartphone è la condizione normale. Quindi hai un pensiero in meno (casomai solo in caso contrario). Per cui vale la pena di utilizzarlo per colpire dritto agli occhi.

#3: la fotocamera posta ad un angolo del cellulare consente inquadrature e riprese rasoterra.

Va’ dove il tuo occhio non riesce ad arrivare.

Lo abbiamo sempre fatto anche con le più pesanti fotocamere reflex, ma forse non è proprio la stessa cosa. Almeno io la percepisco così. Probabilmente perché lo smartphone pesa dieci volte di meno ed è molto più maneggevole. Fatto sta che è semplice diventare Lillipuziani ed esplorare il mondo da una prospettiva inusitata. Lui, l’iPhone, è sempre con noi, con il suo piccolo obiettivo a meno di un centimetro dalla superficie di appoggio. Sia in modalità ritratto che in modalità paesaggio, il che — come detto — fa la differenza con gli altri smartphone. Per me l’aspetto poetico interessante, qui, è quello di infilare questo gingillo di alluminio satinato praticamente ovunque e di assumere il punto di vista di un oggetto. Come vede il mondo una penna posata sul tavolo? Va’ e scoprilo.

Campomarino (CB): pianta di finocchio. Abituato ad avere gli occhi a terra per la ricognizione archeologica che stavo svolgendo, ho avuto tutto il tempo per osservare un campo di finocchi e rendermi conto che forse, dal basso, il loro aspetto poteva cambiare radicalmente. Così ho fatto una prova e ho scoperto che, al livello del suolo, sembra una foresta di alberi secolari.

#4: l’esposimetro dell’iPhone funziona alla grande, ma è pur sempre un dispositivo amatoriale. E i limiti si vedono.

Fa’ delle scelte e sacrifica la luce là dove necessario.

Personalmente c’è solo una condizione che cerco di evitare come la peste: le sovraesposizioni che bruciano delle aree dell’immagine. Quel che è perso è perso, infatti, mentre le aree sottoesposte possono essere almeno in parte recuperate — anche se a discapito del rumore di fondo, intendiamoci — . E allora? E allora, amico mio, dobbiamo sacrificare qualche cosa. Sacrifichiamo certamente l’esposizione mediana, sottoesponiamo (da iOS 8 in poi è diventato molto più semplice grazie allo slide) e poi, in postproduzione, cerchiamo di compensare. Nella fotografia professionale diremmo di chiudere di qualche stop. E l’HDR? C’è, lo attivo quando necessario e per fortuna ha un modo di intervenire molto delicato, rispettoso dell’immagine. Gli HDR delle app che utilizzo (comprese la fantastica SnapSeed e PhotoToaster) invece li trovo molto invasivi, per cui, quando proprio decido di utilizzarli, ne riduco drasticamente la percentuale di intervento (anche al 10%, 20%).

Venafro (IS): non potevo avere il colle sullo sfondo correttamente esposto e contemporaneamente la delicata illuminazione in controluce sulla pianta in primo piano. Come se non bastasse, temevo anche la sovraesposizione sul cielo. Per cui sono partito da lì, e poi ho schiarito in postproduzione fino ad ottenere un risultato accettabile. Per fortuna le immagini dell’iPhone sono sufficientemente buone da consentire di questi giochini. E l’effetto-grana ci sta benissimo.

#5: l’ottica fissa esclude la possibilità di zoomare.

Framing is king! And space too.

Questa è una lezione che ho imparato troppo tardi: se avessi ricevuto prima l’illuminazione avrei sicuramente utilizzato in maniera diversa la mia Nikon. Il punto è che la proliferazione degli zoom nel mercato consumer da una parte risponde alle esigenze fast dei fotoamatori, dall’altro ha contribuito ad abituare molti di loro a continuare a fare fotografia sempre nello stesso modo — a non abbandonare la loro comfort zone — . Gli zoom, tagliando la scena, sembra che facilitino la creazione della composizione dell’immagine; in realtà sortiscono anche una serie di altre alterazioni: schiacciano i piani prospettici, cambiano la profondità di campo, etc. E siccome lo zoom digitale è meglio lasciarlo stare perché dà risultati pessimi, il fatto di dover confidare solo all’ottica fissa mi ha portato a comprendere quella vecchia regola dei fotografi: non abusare con lo zoom, ma privilegia le ottiche fisse e usa con parsimonia i teleobiettivi. C’è un perché: se devi chiudere un’inquadratura con un obiettivo 50 o 35 mm devi spostare il tuo corpo. Ora, questa potrà sembrare una banalità ma è esattamente il cuore di tutto il ragionamento: ti obbliga ad entrare più profondamente in relazione non solo con il soggetto ma con tutto lo spazio che avvolge te e quello. Anzi, lo spazio è relazione. Sempre. Muovendoci avanti e indietro modifichiamo la scena e la scena modifica il nostro modo di percepirla; perfino il senso del nostro essere là, con l’iPhone in mano. Questo ci porta, in ultima analisi, a scattare delle fotografie più consapevoli. Per questo la tua scelta-chiave diventa la composizione fotografica, e rispetto ad essa il fatto di muovere il tuo corpo in relazione al soggetto. Gira, esplora, muoviti più che puoi.

Bari Vecchia: non avevo possibilità di arretrare senza disperdere il soggetto (il numero civico e l’animale scolpito) in un’inquadratura molto più ampia. Allora ho dovuto avvicinarmi fino a tagliare bilanciando “testo” e contesto.

Vorrei aggiungere un consiglio che nasce non da un limite tecnico (o almeno non in prima battuta), ma da un’attitudine comportamentale che è nata con la fotografia digitale e continua a diffondersi con l’avvento degli smartphone:

Non avere mai fretta di scattare.

Una buona fotografia richiede — come tutte le cose buone — il tempo che le è proprio: né più né meno. Scattare di getto può servire a fermare un istante, ma con quali risultati? Quasi sempre deludenti. Invece farne un uso più consapevole comporta il rispetto di un tempo nel quale non solo prendiamo le necessarie decisioni dal punto di vista compositivo e tecnico, ma durante il quale viviamo lo spazio di relazioni che si forma tra noi, il luogo e il soggetto.

Adoro scattare fotografie con l’iPhone — e se è per questo adoro anche fare riprese video. Mi piace perché questi cinque limiti tecnici sono esattamente ciò che più mi stimola a ricercare costantemente la strada di una poetica per immagini che sia propria di questo strumento. Le possibilità espressive nascono dai vincoli al contorno. È una sorta di ritorno all’antico, quando le fotocamere avevano un’ottica fissa e non c’era verso: se volevi tagliare un’inquadratura dovevi spostarti tu.

A questo punto mi piacerebbe sapere che cosa ne pensi tu. Cosa significa per te fotografare con l’iPhone (o con l’iPad, o con un qualsiasi altro smartphone)? Pensi che questi dispositivi ci consentano di essere ancora creativi e di raggiungere un linguaggio autonomo?

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