A lost generation in lost towns

Le domande della periferia alla città

Volla, Marano, Frattaminore, Caivano.

Non prendetevela con noi quando diciamo “sono di Napoli” e invece veniamo dalla provincia. In queste città quasi nessuno di noi ci è nato: ci hanno portato i nostri genitori quando hanno comprato le case a prezzi più bassi di quelli del capoluogo. Il mercato lo fa chi costruisce.

Secondo il vostro punto di vista, qualunque cosa diciamo sbagliamo.

Quando ci domandano “di dove sei?” noi ci sentiamo appartenenti all’unica città che ha forgiato le nostre culture comuni; Napoli è per noi il luogo della libertà, della conoscenza che dà opportunità aprendo strade, creando utensili intellettivi per scardinare l’infernale mangano che rischia di stritolarci tutti; è l’aria nuova dei cinema, dei teatri, dei concerti, dei locali di ritrovo e delle piazze affollate e imperlate di ristoranti e negozi. Quelli di noi che non vivono questa gioventù liberata e non provano l’anelito ad aprire le finestre e sfondare i muri, alla fine di tutte le case di tutti i paesi e di tutti i marciapiedi di tutte le strade vedono sempre Napoli, l’approdo lontano che costa fatica raggiungere dal proprio ghetto interiore.

Guardiamo tutti al grembo che ci è stato negato dai nostri palazzi alla periferia della periferia. È per questo che mentiamo: perché siamo stati tutti espulsi in un grande aborto collettivo.

E quindi mentendo diciamo il vero perché quando siamo arrivati qui da dove la collina dei Camaldoli è solo un bubbone sull’orizzonte, non abbiamo trovato più le distese di campi e i vicoli popolati di cestai e calzolai ma le distese di palazzi nati nell’attesa della nostra diaspora. Diaspora programmata, certo, e voluta: la nostra fame di alloggi a buon mercato avrebbe saziato la fame di denaro dei divoratori di terre.

Quando noi abbiamo varcato per la prima volta le soglie delle nostre case i vecchi avevano già serrato gli occhi e la bocca come i morti, non raccontavano a nessuno della terra felice in cui erano cresciuti; già non conoscevamo più i nomi delle famiglie e i volti dei personaggi del paese; già ignoravamo il passato e le case agli incroci o nei viottoli di campagna. Loro li trovammo radicati, noi non mettemmo mai radici. Dove avremmo dovuto, del resto? Nelle buche stradali, nelle fondamenta dei palazzi, nell’asfalto dei centri commerciali? O nelle campagne sospinte sempre più ai margini, diventate invisibili dietro ai muri di cinta dei villini a schiera o dei lotti edificabili ingabbiati per proteggerli dal loro passato, costretti a rimanere sterili come donne imprigionate da. una dittatura? Chi non ha una storia da raccontare non ha memoria di sé; perde la vista, gli cade la lingua. La promessa di un rifugio dietro la porta di casa ingannò gli occhi dei nostri genitori giacché attorno a loro non era rimasto più niente. Siamo cresciuti con punti di riferimento surrettizi, ancillari; con surrogati di piazze e palazzi che non accetteremo mai.

Abbiamo ristretto il nostro orizzonte come si chiude il cordone di una borsa, come si serra uno sfintere per non soffrire. Così non vedevamo più Napoli come la madre negata ma come la prostituta, la donna da stuprare. La gran traditrice, anche, giacché fu ella ad espellerci la prima volta perché non eravamo degni di lei.

Non prendetevela con noi, dunque, quando rispondiamo che siamo di Napoli e invece dormiamo a Villa di Briano e lavoriamo a Nola.

Potremmo rispondervi dicendovi che non abbiamo creato noi questo tumore o, peggio, potremmo chiedervi dov’eravate voi mentre ci sfiguravano la pianura e intombavano i Lagni e strappavano i peschi e armavano i plinti. Perché alle vostre domande che vogliono dividere risponderemo con le nostre domande che vi vogliono ricondurre, inchiodandovici, alle responsabilità da cui siete fuggiti.

Dov’eravate voi mentre i camorristi, gli imprenditori e gli uomini politici pianificavano il sacco e un esercito di imprese edili e di lavoratori in nero lo mettevano in pratica?. Non avete mai corso il rischio di pensare da allora ad oggi? Non avete mai nutrito il sospetto che gli sciacalli ci stessero accuratamente ripulendo le carcasse per lasciarci senza ricchezze, senza valori e senza speranze?

Dov’eravate voi, a godervi l’illusione del “progresso”? Perché non siete scesi per difendere quel bene incommensurabile che è la terra? Perché non avete lottato per noi che saremmo venuti dopo? E nel vostro personale saccheggio cosa avete ottenuto, che potrete consegnare non ai vostri, ma ai nostri figli?

(la seconda parte a breve)