Plan Condor: un processo italiano per la giustizia ai desaparecidos

Parque de la Memoria, Buenos Aires (Foto: Gustav’s. Fonte: Wikimedia Commons)

Dopo quasi 20 anni arriva la sentenza contro i militari che torturarono e uccisero 43 persone, cittadini sudamericani di origine italiana. Si tratta del secondo processo in assoluto, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci del coordinamento repressivo delle dittature sudamericane negli anni ’70 e ’80. La sentenza fa giustizia a metà: dei 27 imputati, 8 hanno ricevuto l’ergastolo e 19 sono stati assolti. Tra i condannati ci sono vertici politico-militari di Bolivia, Perù e Uruguay.

Martedì 17 gennaio 2017 è il giorno della sentenza per il processo “Plan Condor”. Il processo, partito 18 anni fa, indaga i responsabili delle torture, le uccisioni e le scomparse di decine di sudamericani di origine italiana.

Si tratta di 43 vittime di cui 6 italo-argentini, 4 italo-cileni e 13 italo-uruguaiani, insieme ad altre 20 vittime uruguaiane per le quali l’imputato è Jorge Nestor Troccoli, ex ufficiale della marina dell’Uruguay, unico imputato non in contumacia.

Gli imputati chiamati a rispondere dei reati sono 33, inseriti in diversi modi dentro le strutture amministrative e poliziesche del Piano Condor. In assenza in Italia di una normativa riguardante i reati di “desaparición” e di tortura, il reato è di omicidio plurimo aggravato.

La sentenza del 17 gennaio è di 8 ergastoli e 19 assoluzioni. Tra i condannati ci sono i vertici politico-militari, tra cui Luis Garcia Meza Tejada, ex presidente della Bolivia, Francisco Morales Cerruti Bermudez, ex presidente del Perù, e Pedro Richter Prada, ex primo ministro del Perù.


Juan José Montiglio Murúa è sposato e ha due figli. Cileno, militante del Partito Socialista, Juan José studia biologia all’università ed è a capo della “Guardia de Amigos del Presidente” (GAP), la scorta personale e più fidata di Salvador Allende, con il nome in codice Anibal.

JJuan José Montiglio Murúa con i due figli

Ha 24 anni quando viene arrestato durante gli scontri a fuoco dell’11 settembre 1973, il giorno del “Golpe”, nel “Palacio de La Moneda” a Santiago.

Secondo le testimonianze di due Gap compagni di Anibal, sopravvissuti al massacro dei giorni successivi all’attacco alla Moneda, José viene imprigionato, torturato, fucilato a colpi di mitra e fatto saltare in aria con delle bombe a mano nella caserma Tacna dai militari comandati da Rafael Francisco Ahumada Valderrama. È uno dei 3mila desaparecidos cileni: il suo corpo non è mai stato ritrovato.

I suoi figli Alejandro e Tamara avevano rispettivamente 3 e 2 anni quando lui fu imprigionato. Hanno conosciuto la sua storia solo nel 1988: la madre e i nonni li avevano tenuti all’oscuro di tutto per proteggerli.

Nel 1979 Pinochet, seguendo l’esempio della dittatura argentina, con l’operazione “Ritiro dei televisori” ordinò di far sparire i resti dei prigionieri politici, riesumandoli e gettandoli in mare. Qualche frammento osseo rimase comunque nella fossa comune della Tacna e grazie all’esame del dna alcuni resti sono stati restituiti alle rispettive famiglie. Anibal non è tra questi.

La mappa è una rielaborazione di una realizzata da TeleSUR nel 2016, basata su dati di ONG e commissioni governative dei vari paesi coinvolti.

Plan Condor è il nome dell’organizzazione criminale multinazionale finalizzata alla sparizione di persone che fu messa in atto dalle dittature militari che controllarono i governi di Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina negli anni ’70-’80. Questo coordinamento repressivo, stroncò sul nascere l’espansione della democrazia parlamentare in America Latina.

Non è possibile, secondo i giudici, individuare la data di inizio di tale associazione criminale, ma questa fu senza alcun dubbio attiva a partire dal colpo di stato in Cile, l’11 settembre 1973, e durò fino al termine delle dittature in America latina.

Una data di nascita ufficiale è stata individuata nel 1975. L’operazione nacque su input del Colonnello dell’Esercito cileno di Pinochet, Manuel Contreras Sepúlveda. Contreras era a capo della Dirección de Inteligencia Nacional (DINA) e nel mese di ottobre di quell’anno invitò i pari grado degli altri Paesi a partecipare alla cosiddetta Prima Riunione di Lavoro dell’Intelligence Nazionale.

Il 28 settembre 1976 l’Agente dell’FBI Robert Scherrer invia un documento (oggi desecretato) dalla sua ambasciata a Buenos Aires. Il documento Scherrer spiega concretamente in cosa consiste il piano Condor. Vi si legge: “Operazione Condor è il nome in codice per la raccolta, scambio e archiviazione di dati riguardo i cosiddetti ‘sinistrorsi’, tra comunisti o marxisti, accordo recentemente stabilito tra i servizi segreti dell’America del Sud.”
Il documento che l’agente FBI Scherrer inviò nel 1976 sull’Operazione Condor (Fonte: National Security Archive — George Washington University)

Il passaggio più concreto implica la formazione di squadre speciali dei paesi membri con la facoltà di viaggiare ovunque nel mondo con il compito di assassinare i terroristi e chi li appoggia. Il Condor ha agito anche in Europa, con la complicità di fascisti e servizi segreti.

Molti considerano Henry Kissinger, allora segretario di Stato statunitense, il gestore principale del processo dittatoriale instaurato in America latina in quegli anni. È possibile affermare che fu al corrente di tutto fin dall’inizio, giacché è dimostrato che avesse un filo diretto con Contreras, capo della famigerata DINA, la polizia segreta cilena.

Gli archivi del Piano Condor ritrovati ad Asunción del Paraguay nel 1992 riportano come bilancio della repressione 50.000 persone assassinate, 30.000 scomparse (desaparecidos) e 400.000 incarcerate.

L’infografica fa riferimento ai numeri aggregati ritrovati nei cosiddetti “Archivi del Terrore”, rinvenuti in Paraguay nel 1992

Processo Condor: perché in Italia

Finora la giustizia nei diversi paesi aveva, in maniera diseguale, avanzato sui singoli casi, processando ed eventualmente condannando soprattutto gli esecutori materiali, ma senza mai riuscire a individuare il nesso causale politico ed il coordinamento tra le diverse dittature. Questo processo individua un reato associativo transnazionale: indaga infatti proprio quel coordinamento criminale tra le diverse dittature latinoamericane.

Il Processo Condor ha potuto essere instaurato in Italia in virtù della legge che consente allo Stato italiano di processare anche in contumacia i presunti responsabili di crimini contro l’umanità compiuti all’estero nei confronti di cittadini italiani.

È il secondo in assoluto nel mondo, dopo quello in Argentina, a occuparsi esplicitamente degli intrecci repressivi, sotto l’egida della CIA statunitense, dei regimi del Cono Sur, nella persecuzione, sequestro, l’interscambio e la sparizione degli oppositori oltre i confini nazionali.

Si sono costituiti parte civile anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri d’Italia e lo Stato dell’Uruguay, assieme a partiti, sindacati e associazioni di familiari da Uruguay, Cile e Bolivia, e alle Regioni Emilia-Romagna e Calabria.


Nell’aula della sentenza del Processo Condor c’è anche Maria Victoria Mojano Artigas.

Il padre di Maria Victoria, Alfredo Moyano Santander, venne sequestrato il 30 dicembre 1977 nel suo appartamento a Berazategui, in Argentina, insieme alla moglie María Artigas, incinta di un mese.

Maria Victoria nasce il 25 agosto 1978 nel centro di detenzione. Passerà solo 8 ore con sua madre, per poi essere consegnata al fratello di uno dei responsabili della Polizia di Buenos Aires. Solo nel 1987, a nove anni, recupera la propria identità e inizia a ricostruire la sua storia, grazie a una maestra delle elementari, che aveva avuto dei sospetti sul suo certificato di nascita e aveva contattato le Abuelas de Plaza de Mayo.

Il giorno dopo aver scoperto la sua vera identità, la bambina è andata a vivere con le sue nonne biologiche e ha lasciato la sua famiglia appropriatrice. Quella che reputava sua madre oggi è in carcere.

Alfredo Moyano e sua moglie sono ancora desaparecidos.

Il processo Condor ha permesso di mantenere aperta la ricerca di memoria e giustizia per le vittime di regimi tirannici, di dare voce ai tanti familiari delle persone scomparse, di affermare che la violazione dei diritti umani ed i crimini contro l’umanità non possono essere nascosti in eterno. Chi si batte per la tutela oggi dei diritti delle persone, dei diritti civili, dei diritti sociali sa che esiste un filo indistruttibile tra le vicende di ieri e le brutalità che oggi si commettono in tante parti del mondo, tra vecchi e nuovi desaparecidos”.
— Arturo Salerni, avvocato di parte civile


La Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili è una rete di 34 organizzazioni che si occupano di diritti umani in Italia. Tra queste, anche Progetto Diritti, impegnata in prima linea nel processo Plan Condor.

Per ulteriori informazioni: Andrea Oleandri (ufficio stampa).