Rip Oliver rest in peace (foto di Britta Jaschinski)

Fiele non fa rima con miele

All’inizio non capivo cosa ci fosse dentro la gabbia, e quando ho capito mi è venuto da star male. Un orso, un grosso orso nero, intrappolato in una gabbia talmente piccola che non poteva muoversi. Era circondato da sbarre di metallo da ogni parte e anche il pavimento era fatto di sbarre; non aveva nulla di piatto su cui appoggiarsi o sedersi. Ha emesso un gemito e ha allungato la zampa fuori dalla gabbia. Io ho afferrato la zampa e l’ho stretta, anche se non era certo la cosa più intelligente che potessi fare. É a quel punto che ho visto il tubo di metallo che gli usciva da un buco dell’addome.
da La società degli animali estinti di Jeffrey Moore
Da anni mia madre insiste nel dirmi che dovrei scrivere di ciò che amo di più, gli animali. E io da anni evito di farlo perchè costa fatica. Lo sforzo non è intellettuale e nemmeno fisico, qui si tratta di sentimenti.

Ma non è di me che voglio discutere, almeno non ora, vi parlerò invece di quel tubo di metallo che esce dalla pancia dell’orso. Mi correggo, non è un orso, sono 12.000.


Essere un orso

Gli ursidi sono animali piuttosto solitari, quando incontrano un simile nel loro habitat naturale, tendono a schivarlo cambiando strada o, nel peggiore dei casi, ad attaccarlo se lo vedono come un invasore. Solo la stagione degli amori riesce a spingerli a cercare compagnia, ma non è così semplice nemmeno in quel periodo. Prima che un maschio trovi la femmina dall’odore che più lo aggrada dovrà annusare un bel po’ di tracce e quando l’avrà trovata, si batterà contro gli altri pretendenti, uscendone quasi sempre con una serie di ferite di guerra.

Il vincitore una volta “consumato il matrimonio” non dimostrerà più alcun interesse per la sua partner, lasciandola sola poco dopo. La gestazione e la prole sono un affare tutto femminile nel mondo degli orsi.

Una volta nati i cuccioli, la madre si occuperà di loro per un periodo lunghissimo rispetto agli standard del mondo animale. Tre anni. Tre anni per insegnar loro tutto ciò che l’ha tenuta in vita fino a quel momento. Come cacciare, come distinguere un comportamento minaccioso da uno amichevole, come arrampicarsi sugli alberi e come essere diffidenti verso tutto, perché ricordiamocelo, la paura che ci fa reagire di fronte ad un attacco umano o animale, è quella che ci tiene in vita.

La camminata dell’orso è qualcosa di molto affascinante, cammina infatti ciondolando da una parte all’altra, questo perché è in grado di far sì che gli arti di un parte di corpo si muovano contemporaneamente in una direzione alternandosi poi a quelli dell’altra parte.

Quando invece gli arti si muovono nel senso opposto, formando una V, come i cani o le lepri, sta correndo. Meglio non metterlo alla prova in un tête-à-tête, può raggiungere i cinquanta chilometri orari e voi no. La cosa migliore da fare è sedersi, nell’attesa che perda interesse. Dopo qualche annusata inquisitoria è molto probabile che vi lasci in pace continuando per la sua strada.

Una strada lunghissima probabilmente, perché gli ursidi macinano distanze considerevoli, dedicando alla ricerca di cibo fino a diciotto ore al giorno. É proprio questo a renderli degli animali inclini alla curiosità, sono curiosi per natura perché devono esserlo per sopravvivere. Scovare cibo è il loro più grande diletto.

Secondo solo alla passione per l’acqua. Nuotando dimostrano capacità degne di un olimpiade di nuoto sincronizzato, se pensiamo all’agilità che si può avere pesando duecento chili. Sovente, negli habitat che ospitano i plantigradi, è possibile avvistarli vicino a fonti d’acqua, intenti a pescare con i loro lunghi artigli affilati o semplicemente a godersi la loro Spa naturale.

La vera magia però, risiede in un’altra loro caratteristica, la più importante: la capacità di adattarsi a qualsiasi tipo di cambiamento presentato dall’ambiente circostante.

Gli ursidi sono infatti inclini a sopravvivere a situazioni di forte avversità climatica e ambientale, per la loro abilità nel trovare un compromesso.

Darwin stesso ci da prova di questo ragionamento estendendolo a tutte le specie viventi, dandogli il nome di Selezione naturale.

Aveva ragione, ma in qualche modo ha anche sbagliato a fare i conti.

Gli animali selvatici sono sopravvissuti per millenni perché hanno saputo reagire con successo alla complessità e all’imprevedibilità dei cambiamenti delle condizioni ambientali. Gli orsi sono bravi a fare gli orsi; questo è il loro ‘trucco’ evoluzionista. Non sono bravi a fare i conti con buchi che gli attraversano l’addome per arrivare alla loro cistifellea, e a vivere in piccole gabbie di sbarre che non gli permettono il minimo sfogo dei loro bisogni comportamentali e motivazionali.
da Welfare of Bears on farms in Asia di Barbara Maas per WSPA

Nessun essere vivente, nessuno, anche grosso e potente quanto un orso, può sopravvivere di fronte all’incontro con un uomo spietato e dotato di un fine. Se quest’uomo ha deciso di cancellarti dalla faccia della terra, ci riuscirà, no matter what direbbe un anglofono.


La bile

La caccia agli orsi in Asia, ha radici molto antiche che si intrecciano indissolubilmente alla tradizione.

La medicina tradizionale ha sempre rivestito un ruolo centrale nella cultura asiatica , ancora oggi lo ricopre, tanto che è del tutto normale che in Cina e nei paesi asiatici, le normali farmacie siano affiancate da empori di medicina tradizionale.

Il punto di svolta nella storia che ci interessa raccontare, avvene tra il 618 e il 907 d.C., sotto la dinastia Tang. Fu in questo periodo che tra le file delle erbe officinali e delle parti di animali considerate curative, fece il suo ingresso la bile degli orsi.

La bile è un liquido vischioso di colore giallo-verde secreto dal fegato, il suo ruolo è quello di aiutarci nella digestione dei grassi e nel loro assorbimento all’interno del piccolo intestino. La bile è immagazzinata in una piccola sacca che si chiama cistifellea, avete presente i calcoli biliari? Non sono altro che bile solidificata all’interno di questa piccola sacca.

Definizione etimologica

Il liquido è composto per il 97% da acqua, il restante 3% è composto da proteine, elettroliti, pigmenti e lipidi. Proprio in questi ultimi si trova l’UDCA, l’acido ursodesossicolico. Nella bile umana l’UDCA si aggira intorno al 5%, negli orsi sta tra il 15% e il 39%, per questo l’acido prende spunto dal loro nome.

La medicina tradizionale cinese, nel primo millennio dopo la nascita di Cristo, pur non comprendendo in maniera così scientifica ciò che ho appena spiegato, si rese conto che la bile degli orsi conteneva qualcosa di miracoloso. Un siero in grado di curare alcune malattie del fegato, così come di dissolvere i calcoli biliari, curare malattie cardiache, infiammazioni ed alleviare la febbre.

L’UDCA lo usiamo pure in Occidente, principalmente per dissolvere i calcoli biliari se siamo reticenti alla chirurgia. Viene ricavato attraverso gli ‘scarti’ della produzione da macello oppure sintetizzato in laboratorio.

Riavvolgo il nastro e torno un attimo agli anni Ottanta.

La Cina si rese conto che la popolazione di orsi che abitava il suo territorio era diminuita drasticamente. Per avere un continuo rifornimento di bile fresca, l’uomo per decenni non ha dovuto far altro che attingere alle proprie risorse naturali, ponendo sulla testa di ogni orso una taglia. Oltre alla cistifellea, anche le zampe d’orso riscuotono successo come prelibatezza culinaria, così come la pelliccia, se c’è un acquirente si crea un mercato.

Cosa accadde nel momento in cui le risorse naturali cominciarono a scarseggiare?

Il governo cinese, introdusse le fattorie della bile, giustificandole come mezzi di conservazione della specie. Peccato che per conservare la propria specie, i plantigradi abbiano cominciato a pagare un prezzo molto alto.


La grande famiglia Ursidae

La famiglia degli ursidi conta otto specie diverse, sparpagliate in tre dei cinque continenti: America, Europa e Asia. Mi concentrerò su quest’ultima.

Quattro di queste specie sono endemiche dell’Asia, l’Ursus Thibetanus o orso dal collare che è il “bipede” della famiglia”, tanto da esser stato avvistato a camminare ritto in piedi per più di quattrocento metri.

Orso dal collare (illustrazione di Britt Howe)

L’Helarctos malayanus o orso del sole che è il più piccolo tra i suoi parenti e in media non arriva a superare i sessantacinque chili.

Orso del sole (illustrazione di Thomas Hanover)

Il Melursus ursinus o orso labiato che quando venne avvistato per la prima volta, fu confuso con un bradipo per via della sue capacità acrobatiche che gli consentono di pendere come un frutto dai rami degli alberi.

Orso labiato (illustrazione di Sarah Hammond)

Infine il famosissimo Ailuropoda melanoleuca che tutti conosciamo per la sua fama di pessimo latin lover. Il panda gigante.

Camminando per le lande sterminate dell’Asia potremmo incontrare un’altra specie ancora, non endemica in questo caso. L’Ursus arctos o orso bruno che troviamo anche in Italia spostandoci nelle Alpi orientali.

Orso bruno (illustrazione di Terryl Whitlatch per Walt Disney)

Nelle regioni artiche della Siberia vive invece l’Ursus maritimus ovvero l’orso polare, che è in assoluto il predatore più calcolatore e spietato della famiglia.


Le fattorie

Quello che vi racconterò da adesso in poi ha dell’incredibile.

Tre sono le specie che troveremo in una fattoria della bile: l’orso dal collare, l’orso del sole e l’orso bruno.

Cinque sono gli stati asiatici in cui è legale istituire le fattorie: Cina, Laos, Myanmar, Vietnam e Corea del Sud.

Mi fermo un attimo, voglio riportarvi indietro. L’attributo principe dell’orso risiede nella sua capacità di adattamento. Nella sua resistenza. Ebbene, la resistenza alle avversità che si riscontra negli orsi delle fattorie è paragonabile a quella che potreste vedere sui volti dei pazienti di un reparto psichiatrico.

Immaginiamoli così quegli orsi, immaginate dodicimila orsi rinchiusi in dodicimila gabbie da 60x60x120, attenzione, non sono metri ma centimetri.

Oscillano avanti e indietro, si succhiano le zampe, si abbracciano da soli, danno testate o mordono le sbarre, grugniscono o nel peggiore dei casi smettono addirittura di ribellarsi, si arrendono al loro destino, proprio come i ‘matti’ nei manicomi.

A volte non stanno nemmeno in una gabbia ma in una scatola di metallo con dei fori per respirare.

Non possono uscire da lì. Defecano, mangiano e si disperano nel loro piccolo ghetto, con conseguenze igieniche devastanti.

Aggiungo altra carne al fuoco, tutti questi orsi hanno subito un’operazione, a volte anche più d’ una: due, tre, per riaprire ‘il canale di scolo’. Canale che consiste nel conficcargli un tubo di metallo (che in certi casi si arrugginisce nella stessa carne) o di plastica, direttamente nella cistifellea, legandolo ad essa.

Un’altra tecnica consiste nella creazione di una fistola. Ho scoperto mio malgrado cos’è una fistola. Un canale comunicante che collega due cavità dell’organismo tra esse o l’esterno. In questo caso il canale comunica con l’esterno più o meno una volta al giorno, quando un uomo vi inserisce un tubo e mettendoci sotto una tinozza, munge l’orso, muovendo il tubo prima a destra, poi a sinistra.

L’orso è sveglio, è sedato il giorno dell’operazione ma non lo è quando ogni giorno viene munto. A volte, nei suoi giorni fortunati, lo drogano di Ketamina ma se lo fanno troppo spesso l’orso muore e il guadagno con esso.

Non riceve analgesici dopo l’operazione, nemmeno antibiotici, e quando viene operato, sta sdraiato a pancia in su sulla nuda terra della fattoria, asettica quanto il bagno di una stazione. E non è un veterinario ad operare ma un semplice tecnico di allevamento che usa pinze e coltelli non sterili e ricuce il suo Frankenstein con del filo di cotone molto spesso.

A volte agli orsi viene fatto indossare uno stretto corpetto di metallo collegato ad una busta, dentro alla quale cade ogni goccia del prezioso nettare.

Molto più spesso per costringerli a farsi mungere, non viene dato loro libero accesso all’ acqua. Quando scocca l’ora della mungitura, una o due volte al dì, vengono ingannati con dell’acqua e miele e fatti sdraiare di pancia sul fondo della gabbia.

Sono stati documentati ascessi in prossimità della fistola grandi come una pallone da calcio, traboccanti di pus.

Se le unghie non gli sono state cavate in precedenza, continuano a crescere arricciandosi su se stesse per poi arrivare a forare i cuscinetti delle zampe da cui escono.

Dei denti ci si libera subito, per evitare che si facciano del male o che lo facciano a qualcuno, gli ascessi provocati da questa pratica crescono incontrollati serrando le mascelle dell’orso ed impedendogli di mangiare.

I pochi cuccioli che nascono in questo inferno, vengono separati dalla madre dopo appena un mese e se la fattoria è aperta al pubblico, gli verrà insegnata l’arte dell’intrattenimento a suon di bastonate. Impareranno a camminare ritti sulle zampe posteriori, a muoversi goffamente a ritmo di musica o a stringere dolcemente le mani dei suoi aggressori.

Quale persona sceglie di andare volontariamente in un posto del genere?

Gruppi di turisti asiatici affollano le fattorie cinesi e vietnamite, comprando prodotti a base di bile direttamente alla fonte.

Un orso in queste condizioni può vivere tra i cinque e i dieci anni, i dati purtroppo non sono affidabili dal momento che i fattori dimostrano un certo riserbo sulla questione.

Quando il plantigrado è troppo vecchio o troppo malato per evadere il quantitativo di bile richiesto, viene ucciso e fatto a pezzi per venderne le parti oppure lasciato a morire lentamente.

Spesso nelle fattorie si vedono orsi con le parti terminali degli arti, mozzate. Evidentemente qualcuno le ha richieste sulla sua tavola e qualcun altro, lo ha servito.

Confisca di 213 zampe (fonte e immagini da The Week)

È chiaro che le fattorie della bile non sono un terreno fertile per la riproduzione. Gli animali sottoposti a forti stress tendono ad annullare i loro istinti naturali, l’estro nelle femmine tende a non presentarsi e i maschi risultano svogliati.

Come avviene quindi il continuo rifornimento delle fattorie dal momento che il tasso di natalità è così basso?

Attraverso il bracconaggio ovviamente. Gli stessi fattori ammettono di attingere alle riserve naturali per approvvigionarsi di nuovi capi di bestiame. Ed è credenza diffusa che una cistifellea d’orso selvatico abbia proprietà curative più ‘alte’ rispetto a quella di un animale d’allevamento.

Cacciatore con orso in spalla (foto di William A. Troyer)

Le regole del gioco

Il governo cinese e così gli altri governi partecipanti sembrano non volersi rendere conto di quanto le fattorie stesse, inventate a scopo di conservazione, stiano estirpandoquel poco di fauna ursina endemica che ancora abita l’Asia.

L’orso dal collare e l’orso del sole sono già stati bollati VU. Vulnerable, è il bollino dello IUCN che indica che la popolazione di una specie è diminuita del 50% in dieci anni, ma dal momento che le popolazioni di orsi asiatiche, non vengono monitorate, non ci è dato sapere il numero di esemplari presenti all’appello.

L’orso bruno sta nella categoria LC, Least Concern. Significa che la specie non è neanche lontamente in pericolo. Considerando però che lo IUCN bolla le categorie in base agli esemplari viventi sull’interno pianeta, non è prevista nessuna attenzione al fatto che magari la popolazione asiatica di orso bruno è in pericolo proprio in una certa zona geografica, e resta in pericolo anche se quella slovena o russa e così via, non lo sono.

Per contrastare il rischio estinzione, quasi tutti i paesi asiatici presto o tardi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta hanno aderito al CITIES, la convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio di estinzione. Ovvero un trattato che mira a regolamentare il commercio di queste specie, vive e morte o parti di esse per impedirne lo sfruttamento commerciale.

Hanno firmato la convenzione i seguenti stati: Cambogia, Cina, Hong Kong Sar, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam.

Firmando si sono presi l’impegno di applicarla all’interno del loro territorio.

Com’è possibile quindi che in numerosi empori di medicina tradizionale cinese siano ancora in vendita prodotti a base di bile se non intere cistifellee o addirittura zampe d’orso?

Semplice, la maggioranza di questi stati dispone di materia legislativa a riguardo ma non la applica adducendo a scusa il fatto che non sia possibile determinare l’origine di questi prodotti se non attraverso analisi forensi approfondite.

Troppo impegno, troppo costoso.

L’orso dal collare è in pericolo anche in Giappone eppure è permesso cacciarlo in aree designate nella stagione di caccia con una semplice licenza. Vige il pericolo di estinzione anche in Myanmar eppure anche qui basta una licenza.

Secondo le stime, la Cina negli anni passati ha prodotto molta più bile di quanto fosse possibile consumarne, questo ha inevitabilmente prodotto un surplus di materia prima.

Per ovviare al problema sono stati messi sul mercato prodotti di uso comune contenenti il fiele: shampoo, vini, bevande gassate, cosmetici; creando così la norma. Giustificando il sadismo contenuto in prodotti che normalmente non dovrebbero avere nulla a che fare con tutto ciò.

Il fatto che sia una tradizione, non vuol, dire che sia buona. Le tradizioni si possono cambiare, rimpiazzare con altri modi di fare le cose, modi migliori che diventano a loro volta tradizioni.
da La società degli animali estinti di Jeffrey Moore

La medicina tradizionale cinese conta più di 50 varietà di piante officinali in grado di assurgere alla stessa funzione della bile degli orsi. Eppure i prodotti a base di bile continuano ad essere prescritti.

Eppure il massacro continua perché ci sarà sempre qualcuno disposto a massacrare.

Tant’è: non esiste pratica, per quanto infame, per quanto atroce, che non s’imponga, se ha la consuetudine dalla sua parte. Quale fu dunque questo misfatto? Ebbene, non ebbero scrupolo di divorare i cadaveri degli animali, di lacerarne a morsi la carne esanime, di berne il sangue, di suggerne gli umori, e di seppellirsi viscere nelle viscere, come dice Ovidio. L’atto apparve sì disumano alle nature più mansuete, ma s’impose grazie al bisogno e alla convenienza. (Anche in mezzo ai piaceri e ai godimenti l’evocazione del cadavere cominciò a incontrar gradimento.)
da Adagiorum collectanea di Erasmo da Rotterdam
Sapevo di imbarcarmi in acque torbide quando ho cominciato ad indagare su questo argomento. Sapevo che avrebbe fatto male ad un certo punto. Poi mi sono ricordata le facce delle persone a cui raccontavo ciò che già sapevo da molto tempo, sembravano ignorare del tutto l’argomento.
Mi sono detta che un sano mal di stomaco valeva il compito di informarvi. Ed ora che tutti sappiamo, non abbiamo più giustificazioni. Ora ci toccherà spargere la voce.