Emilia d’Hercole della Terra di Rio, i Pirati Turchi e il figlio conteso

Storia legata allo scomparso Villaggio di Grassera

Monte Serra nelle vicinanze dell’Eremo di S. Caterina e dell’Orto dei Semplici Elbano, Rio nell’Elba. Photo credits: Valentina Caffieri

Per molto tempo è rimasta avvolta nella nebbia l’ubicazione dello scomparso villaggio di Grassera, che sorgeva alle pendici del Monte Serra a Rio nell’Elba finché negli anni Novanta del Novecento un team di ricercatori del Dipartimento di Archeologia della British School di Roma non ha effettuato ricerche mirate sul campo. Grazie a loro e all’apporto del Comune di Rio nell’Elba con la collaborazione dell’Associazione Amici dell’Eremo di S. Caterina sono state trovate tracce dell’antico villaggio, che si trovava in una posizione di controllo anche delle miniere di ferro sopra l’attuale centro abitato di Rio Marina. Ma anche dagli Archivi storici comunali dell’Isola d’Elba sono emersi documenti che aiutano a ricostruire le vicende che videro, da parte dei pirati Turchi guidati da Kahyr ed Din (noto come il Barbarossa), depredato e distrutto il Villaggio ed i suoi abitanti deportati come schiavi in Tunisia. Fra gli schiavi deportati c’era anche una donna, Emilia d’Hercole, della antica Terra di Rio, le cui vicende dal tenore leggendario sono documentate. Emilia alla fine riuscì a tornare all’Isola d’Elba. Qui si seguito proponiamo il racconto delle vicende che la videro protagonista a cura di Lucia Paoli. Il testo è estratto dal saggio Le donne della Terra di Rio negli archivi, in Tra il rigore della legge e il vento della storia. La condizione delle donne all’Isola d’Elba tra il XVI e il XVIII secolo, a cura di Gloria Peria, edito dal Comune di Rio nell’Elba nel 2012.

Emilia d’Hercole

Emilia si può considerare un personaggio quasi mitico per l’avventura vissuta, ricordata da cronisti del tempo e dai principali storiografi della Toscana e di Piombino. Ma la possiamo ricordare col suo proprio nome, svelato dalla supplica rivolta a Cosimo I.

La donna era stata presa prigioniera nella triste circostanza dell’incursione barbaresca del 1534 sull’isola dell’Elba operata da Kahyr ed Din (Ariadeno) detto Barbarossa, grande ammiraglio di Solimano il Magnifico, che riversò le sue truppe sull’Elba infierendo con ferocia su Rio e sul villaggio di Grassera.[i]

Molti prigionieri vennero presi e portati come schiavi a Tunisi, da cui furono nel 1535 liberati con l’impresa organizzata dall’imperatore Carlo V. Fra questi c’era anche la donna che aveva avuto un figlio da Sinam dalle Smirne Bassà, “capitano di Mare”. Lo portò con sé e lo consegnò al Signore di Piombino Jacopo V, il quale lo volle battezzare e tenere alla sua corte.

Ma la storia di questa donna e del figlio non finisce qui. C’è infatti un tragico episodio quando l’Elba viene attaccata nel 1544 dallo stesso Barbarossa irato per il rifiuto opposto dall’Appiani alla sua richiesta di consegna del fanciullo, che vuole restituire al padre suo grande amico.

Barbarossa con 120 galere inviato in aiuto di Francesco re di Francia da Solimano. Presa e saccheggiata Nizza di Provenza, recuperata dal Marchese da Vasto – guarnigione di Milano – venne poi in Toscana, dove scrisse a Giacomo 5.o che gli desse uno schiavo giovinetto, figlio di Sinam dalle Smirne Bassà, ed eccellente capitano di Mare, “cieco dall’occhio dritto” quale i turchi chiamavano Cesut, che vuol dir Giudeo. Fù questo schiavo quando Carlo V prese Tunisi dalla Madre che era del’Isola dell’Elba, e come alcuni vogliono, dà Rio, condotto a Piombino, e quindi allevato da questo Signore, promettendo Barbarossa, che oltre il piacere, che sempre avrebbe tenuto à memoria, non avrebbe fatto alcun danno al suo stato. Giacomo mal consigliato rispose, che gli avrebbe fatto ogni piacere fuori di questo per essergli vietato dalla legge Cristiana mentre il giovinetto era battezzato. Crucciato il Barbarossa oltremodo di questa risposta conviense à suoi che smontati si facessero in quell’Isola quella preda che maggiore avessero potuto. I Turchi scesi di Galera a guisa di scatenati Leoni assaltorno Capolibero, oggi Capoliveri, et avendo preso quasi tutti gli Abitanti di quella Terra si posero in traccia di quanti erano in quel contorno che invano cercavano di salvarsi in quelle balse, perchè i Giannizzeri huomini faticatissimi, e forti, gli prendevano in modo, che da Lupi si prendono gli Agnelli. Vollero ancora pigliare il Volterraio Castello posto sopra un dirupato sasso, mà non li sortì impadronirsene. Onde si diedero à saccheggiare gl’altri luoghi mandandoli à ferro, e fuoco tornando colla preda all’Armata.

Tardi accortosi Giacomo Appiani, che, in vuoler star ostinato à salvar un neofito cristiano ne aveva perduto tanti, per mettere in pericolo anche il resto, del suo stato, mandò à placar Barbarossa mandandoli il Giovinetto richiesto riccamente vestito all’uso d’Italia, e in questo modo ottenne da Barbarossa la pace, né più lo molestò.

Il Giovinetto fù accarezzato, e abbracciato con fraterno affetto dà Barbarossa parendogli maravigliosamente ben creato, e in segno di stima del di lui Padre, lo fece Capitano di 7 Galere fin che poi lo rimandò al Giudeo suo grand’amico, che era in quel tempo in Suez Porto del Mar Rosso vicino al Cairo, quinci mandato dà Solimano à far fabbricare un’Armata come huomo di singolar Prudenza, e molto esperto nelle cose navali, quale fù detto che per l’allegrezza di aver veduto il figliuolo se ne morisse.[ii]

La supplica di Emilia pare quasi una richiesta di ricompensa per la sua vita stravolta. Dopo essere stata la schiava di Sinam Bassà, capitano della flotta musulmana, e madre di suo figlio, può ben trovare la grinta per la difesa della sua famiglia riese.

La troviamo quindi per sua stessa ammissione a ricordare che era stata prigioniera e salvata. Rivelatasi quindi come quella famosa prigioniera liberata e allontanata da Sinam Pascià, dichiara anche il suo nome e la provenienza riese.

Ill.mo et ecc.mo Principe

Supplicha V.Ecc.a Emilia d’Hercole da Rio sua serva indegna già rapita da quel famoso pirrata detto il Giudeo del quale ne fece un figliuolo, qual poi Barbarossa rivolse dalla Felice memoria del Sig.r Jacomo Quinto Sig.r di Piombino per il che ne successe la liberatione di tutto questo stato come è noto e ditto signore volendola ristorare in qualche cosa li concesse una ampia patente e faceva esenti di ogni gravezza reale e personale lei, e suo marito, e suoi heredi in perpetuo, che V.Ecc.zia si voglia degnare di renovarlj ditta patente e concederlli la medesima gratia.

<risposta a lato: l’esentione se li confermerà>

E di qui supplicha la medesima Emilia che si voglia degnare sgravalla d’un obbligo qual tiene con quella di scudi quattro d’una casa che lei gode in Ferraio e ne pagha per pigione li detti scudi quattro. Appresso supplica la medesima Emilia come bisognosa e povera che ’l suo marito possa cavar di stato qualche barchata di legna o almeno qualche gondolata per sostentamento de suoi figliuoli, e lei sempre pregherà idio per suo felice stato e umilmente a V.Ecc.tia si raccomanda. <risposta a lato: non altro>

Al Commissario dell’Elba che informi sua eccellenza sopra spesa

Lelio Tamagni 18 aprile 56[iii]

Vediamo dunque che Emilia d’Hercole era stata risarcita delle pene subite dalla generosità del signore di Piombino Jacopo V, che aveva concesso ampi sgravi fiscali a lei, al marito e ai figli, per sempre. Facilitazioni forse anche favorite dall’aver lasciato Emilia nelle sue mani il piccolo figlio, scomodo per la famiglia, ma prezioso acquisto per Jacopo V, sia per essere stato liberato con un’impresa epica delle armate cristiane, sia per essere un ostaggio a sua volta straordinario come figlio di Sinam Pascià detto il Giudeo, la cui fama giungeva di certo fino ai nostri lidi. Battezzarlo e tenerlo come uno della sua famiglia doveva essere una grande soddisfazione, per un signore le cui terre avevano tante volte subito attacchi, distruzioni e rapine di uomini e di beni. Emilia, ora che lo stato di Piombino è in mano a Cosimo, chiede le siano concesse le medesime facilitazioni ricevute dall’Appiani. E ottiene la conferma. Non si accontenta, però, e sperando nella compassione di Cosimo chiede anche di essere esentata di un affitto per una casa in Portoferraio e che il marito possa portare fuori “qualche barcata” o anche solo “gondolata” di legna. Ma la richiesta viene rifiutata.

In questa reiterata ricerca di solidarietà possiamo notare nella donna un perpetuo senso di rivalsa per la grande pena subita, un bisogno di risarcimento che non ha prezzo.

[i] Da quel fatto Grassera fu abbandonata dai suoi abitanti, che furono accolti nella Comunità di Rio, che da allora prese nome di Comunità di Rio e Grassera, mentre la parrocchia si intitolò ai due santi patroni Giacomo e Quirico.

[ii] Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Fondo Gino Capponi, “Miscellanea di cose varie .T. III varie notizie circa l’Isola dell’Elba”.

[iii] ASCPF Suppliche, n° 13, p.306.

    Comune di Rio nell'Elba, Isola d'Elba, #Tuscany, #Italy

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