La Spagna torna al voto

Incapaci di formare il governo i partiti riportano gli spagnoli alle urne. Il Psoe accusa Podemos di essersi opposto al “Governo di progresso”, dopo aver firmato con Ciudadanos un patto che lo impediva, i viola sorvolano sui loro errori e accusano i socialisti di volere le larghe intese

[immagine: Luis Grañena per ctxt.es]

Il 26 giugno la Spagna tornerà alle urne. A quattro mesi dal voto di dicembre e a due dal primo tentativo del segretario del Psoe, Pedro Sánchez, il re Felipe VI ha preso atto del mancato raggiungimento di un accordo e indetto nuove elezioni.

Un fallimento della politica ma soprattutto della sinistra che non è riuscita a costruire un governo che rispondesse alla volontà di cambiamento degli spagnoli, sancita nel voto con la fine del duopolio Psoe-Pp e col conferimento della maggioranza parlamentare ai partiti di sinistra, centrosinistra e alle liste nazionaliste.

È un bilancio gramo, quello di chi ha confidato nella capacità della politica di riformare se stessa e le istituzioni, gli elettori accorsi in massa alle urne.

Prima si sono dovuti scontrare con l’immaturità politica di Iglesias e dei vertici di Podemos che, lungi dal facilitare un percorso di avvicinamento, hanno attaccato e messo in difficoltà il segretario socialista, sottoposto a duri attacchi interni, riducendo la sua autonomia dall’apparato del partito. Poi è stato lo stesso Sánchez, mentre reiterava la sua convinta scelta per un governo di alternativa, a renderlo irrealizzabile firmando un accordo con gli arancioni di Albert Rivera che escludeva Podemos e altre forze da qualsiasi convergenza.

Due mesi che hanno seminato la disillusione, confermata dai sondaggi e dalle ricerche d’opinione che, fatta la tara delle letture propagandistiche e dell’altalenante autorevolezza degli istituti di rilevazione, in Spagna riescono sempre a tastare abbastanza bene il polso del paese e danno, a volerli leggere, utili elementi di valutazione.

Elementi che ci dicono che l’effetto mobilitazione dell’elettorato di sinistra, dovuto alla novità di Podemos e delle liste di convergenza, come pure alla chiamata all’orgoglio dell’elettorato socialista da parte di Sánchez, viene in parte ridimensionato dalla delusione della condotta tenuta dai leader politici.

E che contraddicono molte delle certezze per le quali i partiti hanno fatto scivolare la Spagna verso un nuovo ricorso alle urne: la convinzione di migliorare le proprie posizioni per cominciare rafforzati un nuovo ciclo di trattative.

Forse solo Ciudadanos potrà raccogliere qualche seggio in più, giovandosi della probabile nuova discesa dei popolari, sempre più guscio in tempesta nel mare delle inchieste sulla corruzione.

Sánchez molto difficilmente potrà rivendersi come il volenteroso scontratosi contro le pregiudiziali dei viola, essendosi incatenato all’accordo con Rivera e avendo smarrito nel mentre quel po’ di leadership che pareva aver trovato nel suo bagaglio nascosto. Il rischio concreto è che il Psoe scenda ancora rispetto al voto precedente che già era il record negativo nella storia delle democrazia.

Pablo Iglesias, che è sembrato troppo spesso ricercare più che un governo un voto che sancisse il sorpasso a sinistra, non può più aspettarsi molto: ha deluso molti elettori, in particolare quelli provenienti dal partito socialista che richiedono una dote di responsabilità politica maggiore di quella sin qui dimostrata.

Se nulla cambia, l’aumento dell’astensione potrebbe beneficiare il centro destra e un possibile governo di larghe intese, con l’ipoteca pesante di dover far convivere programmi e elettorati molto differenti, con una maggioranza parlamentare debole composta da partiti dilaniati dalle lotte interne (nel Pp e Psoe si aprirà per forza di cose la lotta per la successione).

L’unica novità che potrebbe smuovere il quadro sarebbe la composizione di una grande alleanza di sinistra (Podemos, Izquierda unida e le liste di convergenza, la catalana En Comù, la galiziana Marea e la valenziana Compromís. Una lista che potrebbe rimotivare l’elettorato di sinistra e rendere nuovamente concreto il sorpasso sul Psoe che a Podemos non è riuscito, e non sembra più possibile da solo.

Una prospettiva non luminosa per Sánchez. Se da un lato mai 90 seggi sono stati così centrali nella politica spagnola come quelli conquistati dal Psoe, il segretario dovrà affrontare un voto difficilissimo, col rischio di ritrovarsi ancora centrale ma meno forte, qualsiasi sia il tipo di maggioranza che proverà a costruire.

Like what you read? Give Cose Iberiche a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.