Sánchez si dimette, il golpe di Susana riesce

Susana Díaz ha vinto in una giornata drammatica, con assembramenti davanti alla sede nazionale del Psoe dove si teneva un Comitato federale protrattosi per dieci ore, conquistando un partito lacerato come non mai. Forse il Psoe è solo la prima vittima del tramonto di un regime politico, la Spagna delle Autonomie, alla cui crisi nessuno sa dare risposte

«Per me è stato un orgoglio e annuncio le mie dimissioni» Così Pedro Sánchez ha ufficializzato la sua sconfitta dopo aver perso per 132 voti a 107 una votazione sulla sua proposta di congresso.

L’annuncio delle dimissioni, via @LaVanguardia

Il segretario aveva convocato il Comitato federale per votare per primarie a ottobre e congresso straordinario a novembre, per arrivare all’assise da segretario uscente e non dimissionato, dopo l’attacco frontale delle dimissioni presentate da 17 componenti dell’Esecutivo mercoledì scorso. Gli avversari interni, con Susana Díaz in testa, volevano le sue dimissioni e il varo di un comitato di gestione del partito fino a un congresso da tenersi però solo dopo la formazione del governo.

Nel Comité Director andaluso di giovedì scorso aveva voluto lanciare un messaggio di “serenità e fiducia” agli elettori socialisti: “Aiuteremo a ricucire l’unità nel Psoe nazionale”

Susana Díaz ha vinto in una giornata nerissima per il Psoe, con assembramenti e qualche tafferuglio davanti alla sede nazionale di Madrid, dove si teneva una riunione protrattasi per dieci drammatiche ore. Fonti vicine alla Díaz dicono che stanotte stessa verrà nominato il Comitato di gestione. Ma questa guerra lampo nel Psoe le lascia in mano un partito lacerato come non mai. I dirigenti federali che hanno sfiduciato il segretario vengono apostrofi con grida di «golpisti», e la tensione ha mobilitato le forze di polizia. I prossimi giorni saranno durissimi per il Psoe e per la politica spagnola, con il governo ancora in forse e un aiuto socialista a Rajoy ora forse più vicino - proprio il punto su cui Sánchez era contrario, appoggiato dalla grande maggioranza della base e degli elettori. Díaz ha imposto il suo piano ma si trova in mano un partito nel caos. Ci sarà da lottare, ma del resto Susana è sempre stata una lottatrice.

Con Felipe González, via

«Io sono della casta degli idraulici. Sono figlia e nipote di idraulici e oggi ho l’onore essere presidente della Giunta. È stato possibile grazie al sistema, alle borse di studio, all’educazione pubblica. Si chiama mobilità sociale». Così diceva nel giugno di due anni fa riferendosi al mestiere del padre, a confutare la «concezione di sistema» di Podemos, che più di altri in Spagna ha fatto propria la retorica della «Casta», nata a partire dalla lettura della degenerazione del corpus politico fatta da Rizzo e Stella.

La donna che ha battuto Sánchez è una sivigliana purosangue e un prodotto doc del socialismo andaluso, in particolare di José Antonio Griñán, ex presidente autonomico dal 2009 al 2013, presidente del Psoe dal 2012 al ’14 e senatore dal 2013.

Col José Antonio Griñán, più di un referente politico

Fu Griñán che le consegnò lo scranno della presidenza andalusa nel 2013, quando venne presentata alle primarie per la candidatura alle elezioni - che non si tennero perché nessuno degli altri candidati ottenne le firme necessarie.

Studi di diritto completati solo recentemente perché abbandonati per dedicarsi solo alla politica nel 1997, quando viene eletta segretaria organizzativa delle Gioventù socialiste andaluse. Nel 1999 diventa consigliera comunale, oltre ad essere delegata nel distretto di Triana, il suo quartiere di nascita. Nel 2004 diventa deputata del Congresso a Madrid. Di famiglia popolare - del padre sappiamo, la madre casalinga - cattolica, devota della Virgen del Rocío di cui segue da sempre le processioni, come pure presenzia alle feste tradizionali sivigliane coll’abito tradizionale. Sposata dal 2002 con José María Moriche, di un quartiere popolare contiguo al suo, costalero (i portatori nelle processioni delle grandi immagini sacre) del Cristo de las Tres Caídas.

Susana Díaz una quindicina d’anni fa alla processione per il Corpus Domini assieme al torero Francisco Rivera; presa da qui

«Mio marito è uno spiantato», disse quando venne incalzata da una consigliera andalusa del Pp in merito a un’inchiesta su corsi di formazione rimborsati e mai tenuti nella quale il consorte risultava aver percepito stipendi di bassa entità come collaboratore amministrativo. Come a dire «veniamo dal basso, quei bassi stipendi per noi sono importanti, come per chi ci vota». Susana è così, popolare, forte, totalmente sivigliana.

Vista da Luis Grañena per Contexto

Nel bene e nel male. Perché, tanto legata alla Spagna profonda, e così profondamente andalusa, non riesce a intercettare le nuove istanze. Sul piano nazionale le è difficile raccogliere il consenso, a cominciare dalla casa socialista. La sua «siviglianità» è anche un’idea di subordinazione del carattere plurinazionale dello Stato spagnolo alla componente andaluso-castigliana, che le rende difficile costruire interlocuzioni politiche in territori come Catalogna e Paese basco, motori economici e industriali del paese.

La grande forza della Diáz nel Psoe è anche lo specchio delle debolezze del partito, che retrocede nei grandi centri urbani e nel voto giovanile mentre resiste nel meridione dove forte è il sistema assistenziale. Quel Psoe che si accomoda in un’idea della Spagna che sottostima il suo carattere plurinazionale e che dimentica quella vocazione federalista del socialismo spagnolo che, sacrificata sull’altare della Transizione democratica, potrebbe oggi consentire al Psoe di elaborare e proporre a paese un progetto credibile davanti alla crisi di sistema che attraversa la democrazia spagnola - crisi che certamente non è solo territoriale ma che nella questione territoriale mette in scena la sua essenza profonda.

Però è un animale politico, una donne forte, cresciuta nella macchina del partito, che non ha mai sbagliato a schierarsi nelle competizioni interne - tranne quando, è lei stessa a dirlo, appoggiò l’ex ministra della Difesa Carme Chacón contro Alfredo Pérez Rubalcaba, nel congresso del dopo Zapatero del 2012. Partito di cui non volle impossessarsi due anni fa. Quando Griñán le consegnò la giunta andalusa era il trampolino per la scalata, sua e degli andalusi, alla segreteria nazionale. Nel 2014 arriva l’abbandono di Rubalcaba e lei, giovane, donna, preparata, è la candidata più forte ma temendo il logoramento, mentre Podemos e Ciudadanos hanno il vento in poppa, decide di investire lei un segretario di transizione. Il giovane prescelto è Pedro Sánchez. Politico inesperto, considerato più d’immagine che di sostanza. L’operazione viene considerata un capolavoro politico fino a quando Sánchez decide che non vuole farsi da parte. E inizia un lungo confronto, culminato con la resa dei conti che ha travolto il Psoe.

Militanti arrabbiati fuori, dirigenti asserragliati dentro. La lunga notte di calle Ferraz, via @LaVanguardia

Alle 22,00, Diáz e i congiurati sono ancora asserragliati nella sede di calle Ferraz, gremita di sostenitori dell’ex segretario. Sarà una lunga notte e domani non andrà meglio. Il Psoe è nel pieno di una crisi in cui è messa in discussione per la prima volta l’unità del partito. Se non riuscisse a ricomporla, il suo stesso futuro sarebbe incerto. Nel quadro generale di crisi della politica, quello a cui siamo davanti potrebbe essere il primo cedimento nelle mura del castello del vecchio regime. Quella Spagna delle autonomie alla cui crisi Sánchez non ha saputo dare risposta e alla quale Susana Diáz non può darne.

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