Murders&Engineering, Inc.

Ho letto recentemente questo studio di due sociologi: uno italiano, Diego Gambetta dell’Università di Oxford, e il secondo tedesco, Steffen Hertog, della London School of Economics.

Nel loro lavoro, vengono presentati una montagna di dati che sostengono numerose e interessanti idee sul terrorismo islamista che non mi erano per nulla note, come il fatto che i membri di questi gruppi sono mediamente molto più istruiti delle comunità che li circondano, con una percentuale di laureati che spesso è decine di volte superiore a quella della popolazione del paese in cui questi gruppi si formano. Ma un dato aggiuntivo spicca sopra questa piccola scoperta che ho fatto: la maggior parte di loro, prescindendo dall’università di provenienza e dal Paese in cui questi gruppi si costituiscono, sono ingegneri o studenti di ingegneria.

Almeno quattro tesi vengono mostrate per spiegare questo strano fenomeno.

La prima è la più ovvia: è stato un caso, i primi gruppi si sono formati in quegli ambienti, gli amici hanno chiamato gli amici, delle reti di assunzione di sono formate in quegli ambienti. Ma è facile smentire questa tesi, perché non può essere capitata la stessa cosa in Paesi lontanissimi tra di loro e in gruppi che sono altrettanto ideologicamente lontani.

La seconda è altrettanto ovvia: le competenze tecniche. Tuttavia la maggior parte di loro si sono uniti a questi gruppi in modo autonomo, e solo una piccola parte di essi ha curato gli aspetti tecnici degli attacchi, come costruire bombe o pianificare assalti.

La terza è più interessante e complessa: gli studenti di ingegneria hanno aspettative molto più alte degli altri e magari vivono in paesi dove l’economia non è abbastanza sviluppata, oppure la gestione del mondo del lavoro è molto clientelare e la delusione delle loro alte aspettative genera molto malcontento. Ma questo dovrebbe funzionare anche con i medici, per esempio, eppure essi sono drasticamente di meno, e anche in economie non così povere, dove gli ingegneri possono davvero ambire a una vita migliore, la loro radicalizzazione è più facile che in altre facoltà universitarie.

Gli autori sostengono la quarta: è una questione di predisposizione mentale. Raccogliendo un po’ di studi dalle statistiche universitarie, si scopre che gli ingegneri tendono ad essere più religiosi, conservatori, e di idee più nette di tutti i loro colleghi. Questo può spiegare bene come un ingegnere può più facilmente radicalizzarsi nella direzione del terrorismo islamico.

Non sono un esperto di sociologia, ma lo studio sembra condotto con attenzione, e gli autori fanno parte delle più importanti università del mondo nel loro settore, questo mi basta per fidarmi di come procedono. Ma una cosa, mentre leggevo, mi intimoriva e mi lasciava un po’ di amaro in bocca: le considerazioni fatte da questi ricercatori sono presentate come proprie del sistema, non hanno un confine al di là del quale smettono di essere vere, e il fatto che non lo abbiano tracciato mi ha un po’ colpito nell’orgoglio, perché mi sono sentito la parte in causa.

Gli autori lo dicono molto chiaramente, non stanno cercando di dire che gli ingegneri sono terroristi o che se studiano ingegneria saranno più propensi a diventarlo. Non è quello il problema, è la semplificazione che hanno fatto che mi ha lasciato perplesso.

Sulle varie piattaforme che chiedono di dire molto brevemente qualcosa di sé e di quello che si fa nella vita, ho sempre usato le stesse quattro parole: engineering student, small businessman. E ho sempre scritto questo non tanto e non solo perché è quello che faccio nella vita, nella vita (spero) faccio un sacco di altre cose, ma perché quelle due cose sono quelle che più mi descrivono, quelle che meglio parlano di me. L’ingegneria è la metà di queste cose, si prende due parole su quattro.

Amo l’ingegneria perché amo la scienza, e se desidero qualcosa nella mia vita è dare un contributo significativo attraverso di essa in modo da migliorare la vita delle persone: quando gli ingegneri vengono descritti nel modo citato qui sopra non solo mi sento descritto in maniera sbrigativa e imprecisa, mi sento preso sul personale. Penso di essere una persona decisamente poco religiosa, a voler usare eufemismi, e non credo di avere idee conservatrici né di credere che esista una sola soluzione ai problemi, qualunque sia la loro natura, ma vorrei aggiungere qualcosa senza parlare di me, per cercare di evidenziare la leggerezza compiuta in questo studio.

Nella corso di una vita finiamo per fare parte di numerose famiglie, da quella in cui nasciamo a quella in cui moriamo, passando da molte altre in mezzo, ma solo gli amici sono quel tipo di famiglia che scegliamo del tutto, la scegliamo per tanti motivi con conseguenze molteplici, la sostanza tuttavia non cambia. Una di queste è quella formata da quei compagni che un po’ col loro esempio mi hanno spronato a dare il meglio di me, e un po’ mi hanno aiutato quando le cose sono state difficili, e hanno un bel pezzo di merito se non mi è mai mancata la motivazione per andare avanti. Tutti loro sono bravi o eccellenti studenti ed eccellenti ingegneri, e di nuovo, nessuno di loro può essere messo dentro il profilo dato da Gambetta e Hertog con una certa affidabilità.

Quello che ai due professori londinesi è mancato, credo, è stato chiudere lo spazio temporale delle loro conclusioni: gli studenti che hanno considerato erano all’università almeno venti, se non trenta anni or sono, e forse tante cose sono cambiate nel mentre.

Credo che qualche decennio fa, forse si poteva ancora parlare di ingegneria come di una facoltà per soli uomini decisamente poco avvezzi alla cura del look o delle relazioni sociali, le cui soddisfazioni finivano nel superare l’esame di Meccanica Razionale o nel manipolare tonnellate di numeri ogni giorno, un po’ come nei film americani quei nerd con gli occhiali dal design importante, magari tenuti insieme col nastro adesivo. Non c’ero in quegli anni, ma di certo oggi non vedo questa ingegneria attorno a me, vedo piuttosto ragazzi determinati a non mollare solo perché quello che si studia è difficile, e vedo altrettante ragazze con la stessa determinazione, se proprio vogliamo dirlo. 
Forse trent’anni fa le cose erano più semplici: di ingegneri ce n’erano pochi, e bastava studiare bene per essere bravi. Non credo che le cose siano rimaste così, non basta più essere rigidi per essere bravi, e non credo che uno studente col profilo psicologico dipinto dai due ricercatori oggi avrebbe poche difficoltà nell’arrivare in fondo, a ingegneria.

Ho un account di Instagram, adesso.