Alberto Nerazzini nella giuria dei DIG 2017

Presente anche l’anno scorso nella giuria del festival, il famoso giornalista italiano racconta di sé e della sua professione

Come ha cominciato ad occuparsi di inchieste giornalistiche?

Fare il giornalista, per me, ha sempre avuto senso solo con l’inchiesta. È sicuramente un mio limite ed è sicuramente un’aspirazione ambiziosa e faticosa, dalle nostre parti. E questo non significa che, negli anni, abbia fatto o potuto fare solo inchieste. Anzi. Comunque, nel ’97 avevo appena finito di frequentare il primo anno della scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia: rifiutai lo stage al tg della Rai e me ne procurai uno al settimanale Diario, che era appena nato e puntava sul reportage e sull’inchiesta. Mi sono occupato di tutto, anche di musica, ma qualche inchiesta sono riuscito a farla: la prima di cui vado abbastanza fiero riguardava Zeljko Raznatovic detto Arkan, il capo delle Tigri, l’efferata milizia serba.

Come è avvenuto il passaggio da carta stampata a TV? E perché?

Deaglio, il direttore di Diario, tentò di assumermi al settimanale, ma non trovò un accordo con la scuola di Perugia e io non potevo rinunciare al praticantato (motivo per il quale mi ero iscritto alla scuola). L’assunzione andò a un giornalista già professionista, ma un anno dopo Deaglio mi propose di entrare nella sua redazione televisiva del programma di Rai3 I ragazzi del ’99. Mi ritrovai a fare televisione e fu un’esperienza niente male, anche se di certo non ci misuravamo con l’inchiesta.

Perché ha deciso di passare dalla collaborazione con Michele Santoro a quella con Milena Gabanelli?

Interruzioni forzate incluse (leggi «editto bulgaro»), sono rimasto vicino a Santoro per circa nove anni. Al di là del fatto che con Annozero la carica giornalistica sembrava essersi inesorabilmente affievolita rispetto ai tempi di Sciuscià, dopo un lasso di tempo del genere cambiare non fa mai male. E nel frattempo la Gabanelli aveva alzato il tiro con il suo Report, dove gli approfondimenti su tematiche care ai consumatori stavano indietreggiando, lasciando sempre più spazio alle incursioni nei territori dell’economia, della finanza, della politica.

Molte delle Sue inchieste più famose si incentrano sulla regione Lombardia e in particolare sulla sua sanità. Come mai ha deciso di concentrare la Sua attenzione su questi temi?

Mi sono sempre occupato molto della corruzione, in tutte le sue forme. E il mondo della sanità è uno di quelli più penetrati dalla corruzione. Ho studiato il sistema e i meccanismi della sanità per realizzare La mafia è bianca, documentario d’inchiesta uscito nel 2005, e da allora le decine e decine di inchieste giudiziarie sugli interessi legati alla sanità non hanno fatto altro che confermare un semplice teorema: i circa 110 miliardi annui del fondo sanitario sono una torta che fa gola a tanti, un mondo dove scorrazzano le lobby più spregiudicate che saccheggiano, riciclano, comprano consensi, scalano i partiti politici. E se fai il giornalista e ti interessa uno scenario del genere ci sono buone probabilità che tu vada a sbattere contro il modello lombardo di Formigoni.

Tra tutte quelle che ha realizzato, c’è un’inchiesta che le è rimasta particolarmente a cuore? Perché?

Ne scelgo due: La divina provvidenza sul crac finanziario del San Raffaele e Il grande bluff sulla realtà offshore della finanza globale. La prima perché, realizzandola, spesso ci ha anche dato modo di divertirci e poi ha dimostrato di contenere tutti gli ingredienti per attirare un grande e inatteso pubblico; la seconda perché particolarmente faticosa ma necessaria, nella sua essenza di tentativo per aprire una esplorazione giornalistica — ma anche politica e antropologica — sulla grande patologia del contemporaneo: la depravazione della finanza, il riciclaggio, la disuguaglianza ai tempi della globalizzazione.

Quale, invece, non rifarebbe o farebbe in maniera differente?

Non mi accontento quasi mai e mi metto spesso in discussione, quindi quando chiudo un lavoro ho sempre da ridire: qui avrei dovuto fare diversamente, a questa storia ho dato troppo peso, su quell’altra invece avrei dovuto indagare di più… Se queste sono le condizioni, allora potrei rifare tutto in maniera differente. Di certo, è ben poco ciò che non rifarei, piuttosto, quasi sempre, avrei voluto fare molto di più. Per esempio nel 2009, sempre per Report, realizzai l’inchiesta La convenzione e, occupandomi dell’impero sanitario della famiglia Angelucci, indagai sulla loro fondazione Silvana Paolini: non so se con un po’ di tempo e qualche mezzo in più sarei riuscito a dimostrare anche nell’inchiesta televisiva ciò che avevo visto con i miei occhi — ovvero che nella sede si svolgevano operazioni tutt’altro che sanitarie o benefiche — ma avrei tanto voluto provarci.

Perché poi se ne è andato da Report per fondare la Sua agenzia di giornalismo investigativo Dersu?

Da Report me ne sono andato nel 2014, senza sbattere la porta e senza avere un altro posto dove andare. È assolutamente normale, nel corso di una lunga collaborazione, affrontare delle divergenze su linea editoriale e modello produttivo. Poi, dopo un anno di collaborazione con Rai3, con un progetto che non è decollato, ho messo in piedi ciò a cui pensavo da tempo: una piccola casa di produzione che potesse proporsi anche come agenzia di giornalismo investigativo e dialogare con l’estero per produrre e coprodurre inchieste, documentari e film. In paesi come Germania e Francia, le agenzie giornalistiche e case di produzione indipendenti sono tante, e sono in competizione fra loro nella produzione di contenuti — soprattutto reportage e investigativo — anche per la televisione pubblica. Da noi non funziona così, il mercato è ancora troppo bloccato e controllato dalle produzioni interne, ma le cose devono cambiare. Comunque il cammino di Dersu è solo all’inizio ed è un piacere tornare a collaborare con Report: mi è stato chiesto di realizzare un’inchiesta per la nuova stagione e ho accettato.

Oltre ad un giornalismo di inchiesta che denunci gli aspetti deteriori, pensa che ci sia spazio per un nuovo tipo di giornalismo che mostri anche le realtà positive?

Il giornalismo d’inchiesta e investigativo non si occupa di realtà positive, non è questa la sua natura. Ma spesso non si sottolinea abbastanza il fatto che avere un’attenzione alta, costante e tenace sulle malefatte dà forza e vigore alle cose fatte bene e nel giusto. Quando si chiede al giornalismo di raccontare le cose belle e positive forse qualcosa, nel sistema informativo, non sta funzionando.

Quale pensa che sia il futuro del giornalismo d’inchiesta?

Credo, e spero, che il giornalismo d’inchiesta sia in grado di prendersi lo spazio che gli spetta. Nell’immediato, però, le condizioni, oggettivamente, non ci sono. Quella che è universalmente ritenuta l’espressione più alta del giornalismo, l’inchiesta, più di ogni altra è relegata al fragile mondo dei freelance. Questo sarà magari un paradosso, ma non è di per sé un male. Lo diventa quando chi è disposto a comprare o a produrre una inchiesta non accetta di riconoscere la tutela legale al giornalista o all’autore. Questo è ciò che accade oggi in Italia, il Paese dove tra l’altro l’uso intimidatorio delle querele e, soprattutto, delle citazioni in sede civile non solo è permesso, ma sembra elevarsi al rango di sport nazionale.

Quali limiti e quali pregi riconosce a se stesso dal punto di vista professionale?

I limiti sono tanti, e non si smette mai di incontrarne di nuovi. Un problema è senza dubbio riuscire a gestire la curiosità, riuscire a mettere un limite all’indagine. Nel giornalismo investigativo il tempo è l’elemento sovrano: ce ne vuole tanto, non basta mettere insieme le informazioni raccolte da altri, occorre costruire una ricerca originale, anche partendo dai materiali più grezzi, per arrivare a scoperchiare situazioni o scoprire connessioni che nessuno fino a quel momento aveva intuito o raccontato. Materia preziosa e pericolosa al tempo stesso, il tempo: serve come il pane e ti sembra sempre di non averne abbastanza. E se devo pensare a qualche pregio, solo cose che dovrebbero appartenere a tutti i giornalisti d’inchiesta: una buona dose di umiltà, di tenacia, di passione per lo studio e di empatia (parola un po’ troppo stuprata ultimamente, ma si tratta di un’attitudine davvero fondamentale). Poi coltivo sempre la mia ironia, che è pronta a soccorrerti nei momenti più difficili ma torna sempre utile anche sul piano professionale.

Quali consigli e quali “trucchi” della Sua professione di sente di condividere con un giovane giornalista?

Qualche mese fa ho visto il documentario All governments lie, ispirato al lavoro del celebre giornalista investigativo statunitense I.F. Stone: «Tutti i governi mentono», diceva appunto Stone. È un’affermazione semplice ma anche un consiglio prodigioso: non dimentichiamoci mai che il giornalista è obbligato a dubitare sempre di ciò che è spacciato come verità. Questo è il punto di partenza, poi un giovane non deve cedere alla tentazione di rinunciare allo studio e alla propria curiosità: sviscerare ogni aspetto di una storia e di un personaggio è il migliore dei modi per riuscire a individuare la strada giusta, ottenere una confidenza o una confessione, anche la più inattesa.

Che idea si è fatto riguardo le possibili responsabilità del furto di attrezzature e archivi che ha subìto nel luglio 2013?

Il furto subito a casa nel luglio 2013, con le sue caratteristiche a dir poco anomale, è stato una mazzata. Ha indagato la squadra mobile di Bologna e ho indagato anche io, ma gli autori non sono stati ancora individuati. I possibili responsabili restano tanti. Successivamente, nel pieno della produzione giornalistica, ho subito altri tre furti (sempre molto strani) in un lasso di tempo piuttosto ristretto. Mi sto facendo una certa esperienza, non c’è dubbio, e ogni volta l’indagine si prospetta gustosa. Purtroppo, sono indagini che non mi posso ancora permettere, come spesso accade.

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