Terre Impure

Prima visione il 25 giugno al Dig Awards di Riccione, al Palazzo del Turismo, ore 14

Dava fastidio al clan degli Arena la sindaca Carolina Girasole, perché intervistata in televisione diceva che la ‘ndrangheta a Isola Capo Rizzuto aveva quel cognome: Arena. Gli uomini del clan leggevano le sue dichiarazioni sulla stampa, ribollivano di rabbia per l’attenzione attirata su di loro e meditavano vendetta. Non sapevano di essere intercettati.

Tre anni più tardi quelle conversazioni tra mafiosi verranno considerate dall’antimafia catanzarese la prova di un accordo tra gli Arena e Carolina Girasole, finita agli arresti domiciliari con il marito per voto di scambio politico mafioso e turbativa d’asta. Accuse basate su intercettazioni che, secondo la sentenza di piena assoluzione del processo di primo grado, “si prestano a interpretazioni equivoche”.

Il boss di Rosarno Rocco Pesce scrisse una lettera dal carcere di Milano alla sindaca Elisabetta Tripodi, rimproverandole le sue esternazioni sui giornali e la costituzione del comune come parte civile nei processi contro il clan. Pesce millantava un’antica amicizia con la famiglia della sindaca, in virtù della quale diceva di averla votata. Messa sotto scorta dopo questa intimidazione, Elisabetta Tripodi è stata lentamente isolata e non è riuscita a concludere il suo mandato.

“Terre impure”, lungometraggio diretto da Raffaella Cosentino presentato in anteprima a Riccione, al prestigioso Dig Awards, il premio internazionale dedicato ai documentari d’inchiesta, ripercorre la parabola di due donne simbolo della primavera della Calabria, in pochi anni relegate all’oblio e tagliate fuori dalla scena politica.

Entrambe madri e professioniste prestate alla politica, entrambe elette con il sostegno del Pd in comuni che volevano voltare pagina dopo i commissariamenti per mafia e, nel caso di Rosarno, dopo la caccia ai neri con i fucili del gennaio 2010.

Sono le protagoniste a raccontarsi nel corso di interviste girate tra il 2013 e il 2016.

Terre impure è anche il viaggio dell’autrice, una giornalista calabrese emigrata da quasi vent’anni, che con la telecamera segue per tre anni Carolina ed Elisabetta, tornate in Calabria con l’idea di poter vivere una vita normale in due tradizionali roccaforti della ‘ndrangheta.

“Nonostante la distanza tra Rosarno e Isola Capo Rizzuto, che sono su due mari diversi, le nostre sembravano storie fotocopia” dice Elisabetta Tripodi parlando del suo rapporto con Carolina Girasole.

“Anche l’epilogo è simile — commenta amara Carolina Girasole — siamo state messe a tacere, è stato cancellato quello che era stato il tentativo di fare rinascere la speranza in questi territori”.

Le loro comunità, dopo avere toccato il fondo, hanno intravisto una chance di riscatto in due donne. Ma dopo poco tempo, quelle stesse comunità hanno voltato le spalle alle sindache, sommergendole di critiche. Perché?

È intorno a questo interrogativo che ruota il documentario, facendo memoria degli anni recenti in una regione che vive un perenne cono d’ombra informativo. “Hanno dato fastidio perché non hanno avuto paura di chiamare la ‘ndrangheta con il suo nome” spiega Francesca Viscone.

Accusate di essere cattive amministratrici, di infangare l’immagine dei loro paesi per carrierismo, considerate “colpevoli” di recitare la parte delle addolorate dell’antimafia, le ex sindache oggi non hanno più una vita pubblica e sono tornate tra le mura domestiche.

“Non esistono terre pure e terre impure di per sé, tutto dipende dalla bontà o malvagità della nostra mente” sostiene un principio buddista giapponese a cui si ispira il titolo del film.

Le ultime notizie:

Carolina Girasole è ancora sul banco degli imputati nel processo di appello dell’inchiesta Insula. A maggio 2017 un’operazione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha portato in carcere 70 persone per associazione mafiosa, tra cui diversi esponenti della famiglia Arena e don Edoardo Scordio, parroco di Isola Capo Rizzuto da 40 anni e fondatore della Confraternita della Misericordia. La Misericordia, per oltre dieci anni e fino agli arresti è stata l’ente gestore del Cara, un mega centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo, la più grande fabbrica di posti di lavoro della zona. Secondo l’ordinanza della Procura, la Misericordia era lo “schermo negoziale” della ‘ndrangheta con la prefettura di Crotone e con il ministero dell’Interno. Don Scordio avrebbe voluto gestire anche i terreni confiscati che la sindaca Girasole aveva affidato a una cooperativa di Libera, per questo il prete calabrese attaccava Don Ciotti. Un’ intervista inedita a don Scordio, contenuta all’interno del documentario, è stata trasmessa da Rainews dopo il suo arresto.