Si parla di assistenza, troppo , e molto poco di lavoro

Ma quando si tornerà a parlare di lavoro? Di produzione? Mentre la politica pare propensa a discutere più di formule che di impegni e cose da fare, il Paese intero è impegnato a tenere il ritmo di una ripresa che per ora può solo garantire poco più del galleggiamento. E si rischia un rallentamento come avvertito da Banca d’Italia. La nostra produttività negli ultimi venti anni è cresciuta a una media di zero virgola qualche decimale, lontana da quella di Francia e Germania e inferiore anche a quella spagnola. L’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto al Sud, sta pericolosamente scivolando nel regno delle cose immutabili. O perlomeno considerate tali. Una spia di questa sorta di accettazione della situazione sta nel fatto che le uniche soluzioni proposte sembrano essere quelle assistenziali. E non tese a rivitalizzare, a sostenere lo sviluppo e le aree virtuose che pure al Sud non solo esistono, ma continuano a mantenere una competitività sottovalutata e di sicuro non valorizzata.

È un’illusione sperare in una crescita che si fondi solo sul Centro Nord del Paese. È sbagliato pensare che il Meridione possa contare solo sul fatto che uno Stato super indebitato torni all’assistenza. Le forze politiche sembrano intrappolate in una campagna elettorale dove si è sempre nell’attesa dell’esito di un voto, sia esso del referendum, delle elezioni politiche, oggi del Molise domani del Friuli e poi a giugno delle amministrative per arrivare a quelle europee del 2019. Sindacati e industriali hanno siglato il 28 febbraio un «Patto della Fabbrica» che ha elementi innovativi come l’aver legato gli aumenti a «obiettivi di crescita della produttività aziendale, di qualità, di efficienza, di redditività, di innovazione, valorizzando i processi di digitalizzazione». Parole che indicano quanti passi avanti siano stati fatti nella consapevolezza della grande competitività nella quale viviamo. Una consapevolezza, però, ancora troppo poco diffusa.