Improvvisazione, Processo e Risultato

Davide Scarafile
Jul 20, 2017 · 8 min read

Sebbene abbia solo due anni di esperienza come improvvisatore teatrale, quello che ho compreso è che esistono molte chiavi di lettura per comprendere come funziona l’improvvisazione teatrale.

Paolo Busi

Parafrasando Paolo Busi, credo che intanto si debba sempre tenere a mente che:

l’improvvisazione teatrale è come la fede:
ognuno ha la propria cui restare fedele,
ma deve rispettare quelle altrui,
da cui potrà sempre imparare qualcosa di buono.


Fatta questa doverosa premessa, arrivo diretto al mio pensiero, ovvero che l’improvvisazione teatrale in sè si compone di due elementi fondamentali, che sono esplicitati dal nome stesso, ovvero:

Ministry of silly walks, Monty Python

Processo Improvvisativo

Il processo è il motore dell’improvvisazione.
Non sono in grado di spiegare questo processo in due parole, però prendendo spunto dal post di Andrea Mirone, direi che è composto certamente dalla presenza e dalla connessione da lui indicati, ma anche da altro, che raccolgo così:

Awareness

La presenza, che io chiamerei awareness, è intesa come la consapevolezza del proprio processo interiore, sia come attore, sia come personaggio, ed è dunque un’attenzione rivolta al proprio motore interiore, un’ascolto di auto-percezione.

Link

La connessione, che io chiamerei link (e non relationship, che riferirei invece alla relazione fra i personaggi in scena), è invece il legame fra me e gli altri improvvisatori sul palco.

Nexus

L’unione della mia awarnesse con i vari link, nonchè con qualsiasi altro elemento presente sul palco, crea il nexus, ovvero un legame più ampio, una rete globale di emozioni, azioni, reazioni, suggestioni, evocazioni, ed altro ancora, includendo tutto ciò che avviene sul palco ed anche fuori di esso.
Perchè se corre un treno vicino al teatro, o suona un telefono nel pubblico, anche il treno e la telefonata entrano a far parte del nexus; e pur non essendo state evocate dagli improvvisatori, tali “intrusioni” entrano nel nexus nel momento stesso in cui gli improvvisatori li accettano consapevolmente.

Focus

Aggiungo infine il focus, ovvero la capacità di navigare nel nexus, di spostare dinamicamente il centro della mia attenzione dal mio processo, al link, al nexus. David Razovksy divide a sua volta il focus in due modalità distinte, cioè:

  • soft focus, ovvero attenzione rivolta amplissimamente all’intero nexus;
  • hard focus, ovvero attenzione rivolta intensamente su un singolo elemento del nexus.

Focus Dinamico

Esaminando poi attentamente il focus, emerge molto chiaramente è che il focus è fondamentale non solo in se stesso, ma anche e soprattutto nella sua dinamicità, ovvero nella sua capacità di spostarsi repentinamente da un punto all’altro del nexus.
Per questo motivo, nel pensare al focus in realtà penso alla focalizzazione intesa contemporaneamente in diversi modi, ovvero:

Se quindi i 4 elementi insieme (awareness, link, nexus e focus) costituiscono insieme il motore improvvisativo, il focus è la centralina stessa del motore.

Perchè il motore non è sufficiente?

E tuttavia il motore improvvisativo, sebbene sostenga il processo stesso dell’improvvisazione, non è da solo sufficiente a creare una buona improvvisazione teatrale.


Per vendere un’auto ad un cliente, non è sufficiente vendergli il motore.
Devo vendergli anche una bella e comoda carrozzeria,
accessoriata di ogni altro elemento necessario a rendere la guida
un’esperienza funzionale, confortevole, piacevole
ed anche emozionante.


Se stiamo lavorando con altri improvvisatori, o anche solo se vogliamo svelare il processo ad appassionati, allora va benissimo dedicarsi esclusivamente al processo, esattamente come faremmo se si trattasse di mostrare un nuovo motore ad ingegneri e ad appassionati, i quali potrebbero trovare la dimostrazione molto interessante ed anche entusiasmente, mentre sarebbe incomprensibile per chiunque altro.

Allo stesso modo, quando preparo uno spettacolo ponendomi come improvvisatore teatrale, devo rendere conto al mio pubblico di un risultato teatrale che gli sia comprensibile.

Gli Os Barbixas, nel loro spettacolo “Improvavel”

Il teatro come risultato del processo improvvisativo

Nel momento in cui punto ad un risultato, devo avere quindi diversi elementi a mia disposizione:


Poichè sul primo punto mi sono soffermato a sufficienza, passerei direttamente ai successivi.

Obbiettivo

L’obbiettivo esprime lo scopo che mi prefiggo dalla mia partecipazione ad uno spettacolo di improvvisazione teatrale.
Per fare un esempio concreto, personalmente penso all’improvvisazione come strumento psico-reattivo, ovvero come una pratica che provochi risposte emotive in me, nei miei personaggi, nella scena e dunque anche nel pubblico; ed il mio scopo è emozionare il pubblico e di suscitare sentimenti, a prescindere dalla natura di queste emozioni e di questi sentimenti.

Strumenti

La questione strumenti è una delle più spinose.

Per me, gli strumenti sono le capacità tecniche di fare qualcosa; suonare la chitarra, saltare, parlare, conoscere una serie televisiva, parlare una lingua, fare le capriole, cantare… sono tutte skills, dunque capacità che, se utili, possono essere tirate fuori esattamente come farei con uno strumento tecnico, un tool. Parliamo quindi di tutte le capacità performative (dalla clownerie alla dizione, alla giocoleria, al canto, al ballo, ed altre mille cose ancora), cognitive, narrative, ed ogni altra attitudine che possa determinare un miglior risultato scenico.

A leggerlo così, sembra difficile comprendere perchè la questione degli strumenti possa essere ritenuta spinosa; la spinosità tuttavia c’è, e dipende dal fatto che, secondo alcune teorie improvvisative (vedi inizio), gli strumenti sarebbero inutili, se non addirittura dannosi, poichè la tecnicità necessaria all’uso degli strumenti nuocerebbe al processo improvvisativo.

Da un certo punto di vista, questo è vero.
O almeno lo è quando si è agli inizi, quando cioè si sta apprendendo la tecnica e dunque si deve fare tantissima pratica prima che essa diventi spontanea, ovvero talmente naturale da consentirne un uso immediato, senza che cioè si debba più neppure pensare alla tecnica che si sta usando. Pensiamo per esempio ad un bambino che impari a parlare: all’inizio farà fatica anche a formulare una sillaba intera, ma superata la fase di necessario apprendimento, avremo a che fare con un adulto in grado di formulare parole compiute in modo assolutamente spontaneo.

Desidero ora fare una digressione.
Dal mio punto di vista, il corrispondente esempio artistico dell’improvvisazione teatrale è quello di una jam session, ovvero di una riunione di musicisti “che si ritrovano per una performance musicale senza aver nulla di preordinato”. E proprio come l’improvvisazione teatrale, una jam session può avere diversi obbiettivi, ovvero:

  • esibirsi per un pubblico;
  • provare nuovo materiale musicale;
  • confrontare le proprie abilità con quelle degli altri musicisti;
  • semplicemente divertirsi fra musicisti, come in un ritrovo sociale.

Una cosa molto bella delle jam sessions è che tendenzialmente possono prendervi parte musicisti di ogni livello, e svolgersi in locali indifferentemente privati o pubblici.

Questa digressione mi consente così di pormi la seguente domanda: come potrei mai sperare di prendere parte ad una jam session, senza saper suonare almeno uno strumento musicale?

Certo, potrei essere il miglior improvvisatore del mondo, ed avere dentro di me un uragano di emozioni in grado di fare sciogliere persino il cuore di Scrooge… eppure, non sapendo suonare uno strumento, potrei solo strimpellarlo, maneggiarlo impropriamente, senza sapere cosa sto facendo e cosa sto portando al mio pubblico.Ancora una volta, vale il solito discorso: se io prendessi una chitarra e la strimpellassi malamente ma con un livello iperbolico di energia, forse gli altri musicisti e magari anche alcune persone del pubblico potrebbero cogliere tutto ciò ed emozionarsi a loro volta; ma ma la verità è che nella maggior parte dei casi non arriverà nulla a nessuno, perchè in una jam session lo strumento è la mia voce, ovvero l’unico vero modo in cui posso provare a comunicare al pubblico le mie emozioni.

Allo stesso modo, un improvvisatore deve conoscere i propri strumenti, che nel suo caso sono letteralmente qualsiasi cosa: come parla, come si muove, come si atteggia, come sposta le labbra, come gestisce lo spazio, il tempo, il ritmo… tutto entra nel nexus, e tutto diventa parte dell’improvvisazione.
Perchè ci sia una buona improvvisazione, questi elementi non vanno gestiti: vanno vissuti sapendo che non si può non viverli come attori, e dunque devono essere fatti vivere correttamente al proprio personaggio e soprattutto a tutta l’improvvisazione.

Le capacità performative, cognitive e narrative
sono ben più di una semplice risorsa per l’improvvisazione:
sono invece vere e proprie condizioni necessarie,
ovvero ciò che è indispensabile al processo improvvisativo
per essere efficacemente comunicabile al pubblico.

Certo, se lo facessi con vero coinvolgimento in modo veramente iperbolico, allora altri improvvisatori, e persino qualcuno del pubblico, potrebbero capire la mia energia ed emozionarsi a loro volta. La verità è però che, nella maggior parte dei casi, non trasmetterò nulla a nessuno, ed anzi mostrerò soltanto un tentativo mal riuscito, ovvero una brutta esibizione, la cui unica emozione generata sarà la noia, se non il fastidio.

Improvvisazione Teatrale

In conclusione, posso davvero dire che per me l’improvvisazione teatrale è davvero l’unione di questo istinto improvvisativo, ovvero un’arte da affinare con lungo esercizio, e degli strumenti da apprendere per poterli usare in scena.
Ed a differenza di altre forme artistiche, ogni cosa può diventare un utile strumento per arricchire l’improvvisazione teatrale.

Perchè più è ricca l’improvvisazione, più è ricca l’emozione che si può generare nell’improvvisatore, nei suoi personaggi, nei suoi compagni di scena, e nel pubblico tutto.
Non credo che altro sia veramente importante.
Almeno, non sul mio palco.

PS : Skills & Mindset

Questo articolo è nato in risposta ad un altro articolo, il cui autore ha espresso una sua idea sulle uniche doti veramente necessarie ad un bravo improvvisatore; per questo motivo, nell’articolo mi sono soffermato esclusivamente sulle doti, senza fare invece alcun riferimento all’altra metà del cielo, cui non ho dato ancora un nome, ma che qui per comodità chiamerò mindset, ovvero approccio mentale.
Perchè se le skills indicano quanto l’improvvisatore sia bravo ad improvvisare, è il mindset a dire quanto sia bello improvvisare con lui.

)

Davide Scarafile

Written by

Agile Evangelist & Coach, Humanist Facilitator, Improvisational Actor. Liberal, Egalitarianist, Multiculturalist. Universe is My Home, Balance is my flow.

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