Come “hackerare” un governo e la PA in 7 mosse

Credit by Theknowledgecitizen.com

Attenzione! Se pensavi di trovare un post con tecnicismi informatici e altra roba da smanettoni cibernetici puoi abbandonare ora questa pagina. Qui non parlerò di come sabotare le piattaforme della pubblica amministrazione o penetrare i sistemi di sicurezza digitali e altre diavolerie simili, anche perché non sono un hacker o, almeno, non in quel senso.

Gli hacker di cui le PA necessitano oggi sono, semmai, attivisti digitali, sono “hacker civici”.

Civic hacking: un nuovo paradigma digitale

Non farò un excursus storico sull’hacking e sull’origine del termine dicendo che nasce al MIT negli anni ’60, non sottolineerò il fatto che il suo significato non ha di per sé un’accezione negativa. Mi limiterò solo a riportare una sua definizione: un hacker è una persona esperta di sistemi informatici in grado di introdursi in reti informatiche protette e di acquisire un’approfondita conoscenza del sistema sul quale interviene, per poi essere in grado di accedervi o adattarlo alle proprie esigenze (fonte: Wikipedia). Ora, volendo traslare questa definizione nell’ambito civico e politico, l’approccio hacker si traduce in un concetto molto semplice che possiamo riassumere in questa formula: innovation without permission. In altre parole, il civic hacker prende l’iniziativa aggirando i processi e le procedure burocratiche, trova un meccanismo per “forzare” il sistema, prova nuove applicazioni, sperimenta soluzioni alternative, cambia, innova senza chiedere il permesso. E’ una figura vitale per le PA e la comunità in generale, perché è in grado di trasformare i tradizionali paradigmi di gestione della cosa pubblica, avviando processi di cambiamento culturale sia all’interno che all’esterno degli uffici, mettendo in relazioni cittadini e rappresentanti.

Identikit del civic hacker

Il civic hacker non segue le regole, ma le scrive creando nuove prassi.

I valori che lo guidano sono passione, dedizione ed entusiasmo. Il suo obiettivo è utilizzare i dati e le tecnologie disponibili al fine di creare valore per la comunità. Il suo contesto naturale è l’Open Government. I destinatari delle sue azioni non sono elites, gruppi politici o segmenti specifici della popolazione, ma tutti i cittadini…anche quelli di domani. La sua filosofia è la collaborazione. Il civic hacker può essere una persona che lavora all’interno o all’esterno delle istituzioni, non fa alcuna differenza poiché non ha bisogno di un titolo o un permesso per “craccare” un sistema. Ad ogni modo, è bene coinvolgerlo nei processi decisionali.

7 passi verso la trasformazione digitale della pubblica amministrazione

Alla luce di quanto detto, possiamo identificare 7 passi, ognuno dei quali ci inizia al percorso di trasformazione digitale necessario per far fronte alle sfide che il mondo, il mercato e la politica (intesa nella sua dimensione dialogica con la cittadinanza) ci pone di fronte.

  1. Creare engagement con i propri cittadini: coinvolgere la cittadinanza attraverso l’uso di tecnologie social e applicazioni mobili, creando un continuo dialogo con loro; attivare conversazioni che abilitano da un lato la partecipazione, dall’altro la possibilità per il governo (sia esso locale o nazionale) di ricevere un immediato feedback sui servizi offerti (come può essere, ad esempio, il lancio di una nuova app) e, se del caso, modificarli; costruire una cultura politica basata sulla relazione peer-to-peer e su un rapporto di fiducia, promuovendo iniziative di co-progettazione delle politiche pubbliche e co-creazione dei programmi; stimolare iniziative di crowdfunding.
  2. Open data: rendere i dati accessibili a tutti, non solo per fare in modo che il governo diventi trasparente, ma anche per generare opportunità in termini di utilizzo strategico dei dati per migliorare il servizio pubblico e promuovere la crescita economica.
  3. Collaborazione: adottare un nuovo modello di business e di servizio pubblico basato sulla collaborazione con privati e terzo settore attraverso partnership, per creare soluzioni innovative a problemi locali, nazionali o anche internazionali.
  4. Cultura e formazione: sviluppare forti competenze digitali all’interno dell’organizzazione. I “campioni digitali” che operano all’interno di un governo (locale o nazionale), una volta messi in condizione di apportare il cambiamento, garantiranno una riformulazione della cultura interna all’organizzazione poggiandola su fondamenta digitali.
  5. Mentalità imprenditoriale orientata ai risultati: la PA deve dotarsi di una squadra di dipendenti “smart” con competenze manageriali, tecniche e digitali, con una visione imprenditoriale, che siano portatori sani di innovazione. Nel fare questo, occorre ripensare i modelli di carriera, offrendo incentivi e possibilità di crescita; premiando chi raggiunge i risultati più alti; mettendoli in condizione di poter sperimentare e prendere decisioni (empowerment), secondo la formula “fail fast, succeed faster”.
  6. Cyber security e privacy: nell’offrire servizi “always on”, occorre assicurare alti standard di sicurezza a tutela dei dati personali dei cittadini e delle infrastrutture critiche, attraverso la dotazione di tecnologie e di policy adeguate.
  7. Strategia digitale: l’investimento in tecnologia non è sufficiente condizione per il cambiamento, serve una visione strategica in grado di trasformare le istituzioni, le strutture, i processi e le persone. Per realizzare ciò, il governo deve agire come “disruptor”, instillando attivamente il cambiamento digitale e promuovendo esso stesso l’innovazione.

Innovare nell’era di Internet

Openness (apertura) e permissionless innovation (innovare senza chiedere il permesso) sono due concetti centrali per sostenere i processi di cambiamento nell’era di Internet. Pensiamoci bene, se Tim Berners-Lee avesse chiesto il permesso a una qualche autorità centrale per scrivere un sistema ipertestuale basato sul modello client-server, starebbe ancora aspettando una risposta e oggi, probabilmente, non esisterebbe il World Wide Web come lo conosciamo.

La digitalizzazione è la chiave di volta per la competitività e l’innovazione e ha un diretto impatto sulla crescita economica, sul mercato del lavoro e sull’iniziativa imprenditoriale nel territorio. E’ quanto emerge da uno studio del World Economic Forum, che sottolinea la relazione tra tra ICT e crescita economica-sociale. A un governo e una pubblica amministrazione, oggi, si chiede non più di essere soltanto facilitatore della trasformazione, ma di adottare il ruolo del “digital disruptor”, diventando esso stesso un hub per l’innovazione e reclutando i migliori talenti del settore digitale.

Simpler, faster, cheaper

I cittadini, abituati agli alti standard di qualità del settore commerciale-privato (pensiamo ad Amazon e Apple per dirne alcuni), si aspettano lo stesso livello di servizi dal proprio governo, così come si aspettano di poter dialogare con i propri rappresentanti attraverso i mezzi che più comunemente utilizzano tutti i giorni: i social network.

Il business digitale ha quindi aumentato le aspettative dei cittadini-utenti. Per comunicare al meglio con loro e soprattuto con i nativi digitali (i cosiddetti Millennials, nati tra gli anni ’80 e il 2000), le PA devono fornire un accesso ai servizi più semplice, veloce ed economico tramite piattaforme social e mobile. Adesso che le persone hanno uno strumento tecnologico sempre a portata di mano (lo smartphone), dove tutte le informazioni sono reperibili in modo intuitivo e in tempo reale, occorre che l’amministrazione sia in grado di soddisfare queste nuove esigenze.

La popolazione sente il bisogno di essere coinvolta. Le persone vogliono essere parte attiva del processo decisionale, un po’ come sta avvenendo per il mercato, in cui tutto sta cambiando e dove il consumatore sta diventando attore del ciclo di produzione. L’approccio hacker promuove proprio questo tipo di inclusione, perché elimina le barriere all’entrata, innovando senza chiedere il permesso. In tutto questo, l’adozione del paradigma digitale come elemento chiave della catena del valore costituisce la pietra angolare.


Originally published at theknowledgecitizen.com on October 14, 2015.

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