#4

L’acqua si impara dalla sete, 
la terra dagli oceani attraversati, 
la pace dai racconti di battaglia.

La mia pace, la mia terra le trovo in esperienze estemporanee, in episodi veloci come flash durante i quali realizzo come la mia vita sia ormai fatta al contrario: vivere come nutrirsi di un condimento senza la pasta, orpello senza sostanza.
Cose come uscire a piedi per sentire un concerto in città lasciando l’inutile cellulare a casa, e scoprire che - ma doveva essere ovvio - questo ti rende inaspettamente libera: non da messaggi o notifiche, ma dalla responsabilità di esserci, essere presente, essere dovere. Passa un’ambulanza e lì per lì ti preoccupi, come fai sempre per costituzione e per ruolo, ma poi realizzi che anche se stesse davvero accadendo il peggio, a casa, non potresti farci nulla: il sollievo, lo dice la parola stessa, nasce dall’esser sollevati ed esentati da un compito o un pensiero gravoso, ed ecco: tu ora lo sei.
Puoi goderti questo frammento di distacco e inerzia, questa pasta fredda ed i cocktail, il grana a grossi blocchi ed i pasticcini: abbandonarti al flusso e dimenticare chi e cosa sei.

La meritocrazia, secondo il Franci, sta diventando una legittimazione etica della disuguaglianza, in quanto se presa come punto d’arrivo anziché di partenza nel riflettere sulle persone e sui loro bisogni, porta a credere che chi è in difficoltà (economica o meno) lo sia per sua propria colpa, per demerito appunto. Il risultato è che il povero, il disabile, chi a vario titolo sta sul fondo del vasto e feroce oceano lavorativo e sociale viene spinto ancora più giù.
I quasi-adatti non hanno scampo.
Non ci sono nicchie ecologiche, interstizi da occupare, start-up miracolose di salvataggio da creare.
Non c’è proprio un cazzo di niente, soltanto una pasta fredda da scroccare all’ombra di un palazzo signorile, riempirsi quel tanto che basta la pancia e l’area corticale deputata alla lettura della bellezza.
Fortunato chi, come me, sa godere anche solo ammirando la fortuna altrui.