Telegram, una community d’accoglienza

Mi sono iscritta a Telegram il primo marzo 2014. Meno di un mese prima, poco dopo la notizia dell’acquisizione di WhatsApp da parte Facebook, l’applicazione di messaggistica istantanea (nata da qualche mese) era già stata scaricata 4.95 milioni di volte. Il 24 marzo del 2014 l’app annunciava 35 milioni di utenti mensili. Raccontata, riconosciuta e probabilmente scaricata proprio perché “l’anti WhatsApp”, in periodo di scottanti discussioni in tema privacy, l’applicazione creata da Nikolai e Pavel Durov ha poi continuato a crescere. 
È stata definita il futuro della comunicazione politica e nel tempo la piattaforma è stata oggetto di sperimentazione più di molte altre, anche in Italia (Gtt la usa per segnalare il traffico in tempo reale).
Cavallo di battaglia di Telegram, sin dal primo minuto di vita, è stata la trasparenza. Tutto open source. Nessun fine di lucro, nessuna vendita di dati (qui la policy). Negli anni si sono aggiunti i Supergruppi e sono stati migliorati i bot (account automatici).

L’app, sul mio telefono, è rimasta inattiva per un bel po’ di tempo. Non ero ansiosa di nascondere i miei dati a Zuckerberg e i suoi, non avevo urgenza di ricevere notifiche da un altro servizio, non avevo necessità di sapere che i miei messaggi fossero criptati, che si potessero autodistruggere, e via di seguito. Non ce l’ho tutt’oggi, ma riprendendo l’applicazione in mano, mi ha colpito un particolare. Quando ho effettuato nuovamente il login, in brevissimo tempo, ho ricevuto messaggi dai miei contatti. Chi diceva “benvenuto”, chi mandava adesivi, cose semplici. A volte scuse per risentirsi. Un saluto veloce.
Sembrava quasi un comitato d’accoglienza: una community d’accoglienza. La prima sensazione è stata quella del “benvenuto tra noi”, una roba alla Friendfeed, per intendersi, ma meno maliziosa (mancava il “e mo’ vediamo che fa questo”). È successo perché, benché sia l’app della privacy, qualche informazione sugli altri, te la dà. Appena un contatto della tua rubrica entra a far parte dell’app, lei te lo segnala: “Tizia da Velletri si è unita a Telegram”, “Giovanni Poggibonsi si è unito a Telegram”. Niente di trascendentale, né fastidioso. Anzi. Può essere accolto da ognuno nel modo che preferisce (indifferenza inclusa), ma è un invito ad accogliere i nuovi iscritti. Magari spiegargli come funzionano certi meccanismi meno intuitivi, come l’aggiunta di adesivi. A differenza di Messenger, non c’è il carrellino. È necessario o navigare da mobile in cerca dei siti che li offrono — i passaggi sono davvero pochi, tranquilli — oppure, ancora più semplice, cliccare su quello che si riceve e aggiungerlo alla propria galleria.

Per questo bisogna avere amici che scelgano quelli giusti (e questo, nessuna app ve lo può garantire, tocca a voi): Andrea Bellomo, a 3 secondi dal mio accesso, mi aveva già salutato con un adesivo di Gianni Morandi. 
Roberta Milano mi ha mandato un Giulio Cesare che recita “Ciaone”. La community c’è, ma la vostra rete sociale beh, quella selezionatela con cura voi.

[Approfondimento sugli adesivi di Giannone su Wired — grazie Maurizio — e nella puntata del mio “Uscio e bottega”]