LE “SORPRESE” DELLE PRIMARIE

Le primarie come festa di popolo. E di diversità che guardano, insieme, allo stesso obiettivo.

Nella moltitudine di persone che il 30 aprile ha riempito la consultazione Dem, ci sono tante estrazioni differenti, ciascuna motivata a dire la propria in un appuntamento che non ha eguali nel paese. Sia tra i partiti che nelle organizzazioni sociali.

Il risultato è quello che conosciamo, con una grossa fetta che arriva anche da chi frequenta — più per necessità pratica che per condivisione ideologica — chi del neo — leader è nemico giurato.

La riflessione che ne consegue è la crescente maturità dei cittadini rispetto a chi dice di rappresentarne i bisogni. Un passo in avanti che sempre più spesso denota un uso quasi “strumentale” di quelle forme intermedie imprescindibili purché si riformino. E al momento meno capaci di un tempo di leggere le richieste di una comunità che cambia guardando altrove.

Ovunque, pertanto, vi è stata una chiara dimostrazione di come non bastino le campagne d’odio per condizionare una scelta. Che si fa carico di una distinzione che è l’esatta conferma di una realtà diversa dalle sue rappresentazioni, contribuendo ad un risultato storico viste le premesse. Ovviamente minimizzato da chi analizza e decide racchiuso negli spazi di perimetri ristretti ed autoreferenziali.

Ne deriva una sostanziale conferma sulla giustezza della strada intrapresa e certificata da quasi due milioni di italiani. Al netto di minoranze che saranno tanto più importanti quanto più rispetteranno il dato delle primarie. Un unicum da assumere come modello di riferimento nella selezione di una classe dirigente che sia davvero rappresentativa. Nei partiti come in altri luoghi, per cui la politica dovrebbe essere interlocutore e non la sostanza del proprio mandato.