Guardare animali e tramonti fino a domani

A Key West c’erano poche spiagge, e piccole. La città si tuffava nell’oceano senza preavviso. La strada finiva, c’era un marciapiede più o meno grande, e poi una ringhiera per evitare di cadere in acqua.
Quella mattina io e le bambine ci eravamo svegliati presto. Avevamo lasciato un biglietto per la mamma, sul tavolo della camera del motel. Le dicevamo di non preoccuparsi. Eravamo andati a fare una passeggiata.
Il cielo era grigio, tutta l’atmosfera era in bianco e nero. Un sole da poco sorto si nascondeva ancora timido dietro tenui nuvole rotondeggianti. Durante la giornata non sarebbe piovuto. Non sarebbe piovuto mai durante quella vacanza. Il giorno, in quell’ultimo lembo di terra della Florida, impiegava un po’ di tempo a carburare. Nella tarda mattina le nuvole si sarebbero diradate e il sole avrebbe riscaldato davvero. Poche ore e avremmo potuto indossare pantaloni corti e magliette a mezze maniche.
Alle bambine avevo fatto mettere un vestitino con la gonna. In silenzio ci eravamo vestiti facendo attenzione a non svegliare la mamma. Prima di uscire dalla camera avevo fatto loro indossare delle felpe con il cappuccio e nessuna delle due si era lamentata della temperatura.
Avevamo fatto colazione a bordo piscina, sedendoci attorno a un tavolino tondo da giardino. Ilenia faceva dondolare le gambe dalla sedia, i piedi non le arrivavano a toccare terra. Veronica invece, più grande, mangiava disgustata una pasta preconfezionata.
Che sapore strano, si lamentava mentre guardava la brioche con l’orma del suo ultimo morso.
È cannella, le dicevo.

Per strada non incontrammo nessuno. La gente stava ancora dormendo nei propri letti. Erano appena le sette del mattino. Il centro del paese aveva le sembianze di una città fantasma, disabitata. Le case e i palazzi bassi sembravano le scenografie in cartapesta di un set cinematografico che ancora non aveva accolto attori e comparse. Le bambine potevano correre tranquille senza temere di essere investite. Non c’era traffico, e se mai una macchina fosse arrivata, la si sarebbe sentita rompere il silenzio dal quale eravamo circondati abbastanza in tempo da spostarsi e tornare sul marciapiede.
Io camminavo dietro di loro, a qualche metro di distanza. Correvano spensierate, ridendo di tanto in tanto, rumorosamente. Veronica superava spesso la sorella per poi voltarsi rallentando la corsa e guardarla intestardirsi nella rincorsa. Le osservavo tranquillo, senza nessuna preoccupazione. Non mi sentivo così tranquillo da tanto tempo. Era quanto di più vicino alla felicità potessi mai sperare. Mi sentivo libero, quella mattina addirittura più della sera prima.
“Papà, corri! Vieni a prendermi.”

Quando siamo arrivati, il giorno prima, la città era affollata e piena di vita. Il cielo si stava preparando al tramonto e i colori abbondavano ovunque con una vivacità festiva.
Parcheggiammo al motel e sbrigammo velocemente le pratiche burocratiche. Lasciammo i nostri nominativi ascoltando con attenzione le istruzioni della signora della reception che con molta gentilezza parlava lentamente per venire incontro al nostro scarso inglese da turisti occasionali. L’orario della colazione, la possibilità di fare il bagno in piscina, alcune indicazioni su dove poter cenare.
Andammo in camera solo per lasciare le valige e per permettere alle bambine di scegliere in quale dei due grandi letti dormire. Poi uscimmo subito a piedi, camminando con calma e guardandoci intorno incuriositi. Eravamo desiderosi di novità, sia io che Simona, più delle bambine. Per loro ogni angolo di mondo era nuovo e affascinante, anche quello vicino a casa. Noi invece avevamo bisogno di andare all’altro capo del mondo per lasciarci sorprendere. Tutti i bar, e i locali, e i negozi, avevano una luce particolare che ai nostri occhi nessun bar e nessun locale e nessun negozio aveva in Italia.
Ci fermammo a prendere una fetta di torta per placare la voglia di zucchero delle bambine e saziare la nostra curiosità per la key lime pie. Ne mangiammo un’abbondante fetta ciascuno in una pasticceria che vendeva biscotti al cioccolato grandi quanto frisbee. Una volta usciti da lì eravamo sovraeccitati e iperattivi. Le bambine non smettevano di indicare qualsiasi cosa, puntando le loro dita ancora sporche di glassa bianca verso il bar più piccolo del mondo o verso un locale le cui pareti erano completamente rivestite da banconote da un dollaro.
Arrivammo in piazza giusto in tempo per osservare il tramonto tuffarsi in mare e contemplare lo spettacolo che aveva fatto innamorare Tennessee Williams. Io e Simona prendemmo un mojito da un baracchino in legno che stava facendo una fortuna. La gente pagava infilando i soldi in bicchieri di plastica trasparenti appoggiati su una mensola. Ce n’erano una decina pieni fino all’orlo, con dollari ripiegati e pigiati dentro per farcene entrare quanti più possibile. Il proprietario del baracchino, un vecchietto dai capelli bianchi, borbottò qualche parola di rimprovero quando ce ne andammo senza lasciare la mancia. Non gli prestammo molta attenzione, non ancora avvezzi alla consuetudine americana e al contempo attirati dalle bambine che urlando tra la folla ci invitavano a raggiungerle per vedere qualcosa all’orizzonte. Una barca a vela stava lasciando la costa per dirigersi verso una piccola isoletta sulla quale potevamo immaginare una fantastica villa privata.
Mentre guardavo l’imbarcazione solcare le placide acque di un oceano atlantico che sembrava ancora semplicemente mare, abbracciavo Simona al mio fianco e tenevo calme le bambine davanti a noi. Pensavo di non potermi avvicinare di più alla felicità senza bruciarmi.

Dopo aver ripercorso le strade della sera prima per coglierne le differenze, io e le bambine ci recammo verso il mare, dalla parte opposta rispetto alla piazza. Una gigantesca bandiera degli Stati Uniti sventolava sopra una farmacia. Passammo davanti all’entrata del negozio e le porte automatiche si aprirono invitandoci a entrare nel regno del “aperto 24 ore su 24”. Andammo oltre, Ilenia e Veronica non erano interessate a una passeggiata tra scaffali colmi di medicinali di svariate grandezze e dai colori più disparati.
Arrivammo a un pontile in legno che si spingeva in mare aperto per circa un centinaio di metri. I gabbiani lo avevano colonizzato. Una lunga fila di animali se ne stava appollaiata ai bordi, come se facessero parte di una decorazione vivente della struttura. Sembravano essere abituati alla presenza dell’uomo. Le bambine correvano accanto a loro e nessuno prese il volo infastidito dal rumore. Solo quando Ilenia si avvicinò a uno con l’intenzione di accarezzarlo, questo lanciò in aria uno strillo strozzato per poi tuffarsi in acqua.
Ilenia per qualche secondo rimase un po’ delusa. Avrebbe voluto toccarlo, come faceva con qualsiasi cosa attirasse la sua curiosità: animali, oggetti, cose… città. Si accovacciò al bordo, quasi volesse prendere il posto del gabbiano. Gli altri uccelli la guardavano straniti, indecisi se accoglierla nella loro famiglia o meno. Lei osservava con aria corrucciata il gabbiano che nuotava a pochi centimetri da lei e non sembrava minimamente interessata agli altri che le stavano ai lati, sia a destra che a sinistra.
Papà, disse voltando la testa ma senza alzarsi, sta facendo il bagno?
Si tesoro, risposi io.
Come noi ieri sera?
Più o meno.

Dopo aver assistito al tramonto abbiamo aspettato che la piazza si svuotasse. Io e Simona volevamo ascoltare in pace il rumore dell’acqua che ondeggiando si scagliava contro il parapetto della terrazza.
Non siamo mai stati completamente soli. Altre coppie se ne stavano appoggiate alla ringhiera a guardare l’orizzonte. Eravamo solo più diradati rispetto a prima. C’erano più spazi vuoti tra ciascuna coppia.
Poco distanti da noi Ilenia e Veronica, insieme ad altri bambini, guardavano alcuni giocolieri presentare il loro spettacolo all’aperto. Non capivano una parola di quello che veniva detto loro, ma erano ipnotizzate da ciò che ancora non era accaduto. Sentivano la magia attorno a loro ed erano curiose di scoprire cosa questa avrebbe potuto fare.
Quando decidemmo di andare alla ricerca di un ristorante dove cenare, la sera era ormai scesa sulla città. Le strade erano buie, illuminate solo dai lampioni gialli e dalle luci dei locali. Lungo la via ci fermammo per scattare alcune foto. Le bambine si divertivano a riprodurre le pose di alcune statue poste sui marciapiedi. Era buffo vedere queste due miniature, tutte sorrisi e spensieratezza, nei panni di una casalinga di mezz’età con le buste della spesa, oppure intente a ballare un tango appassionato.
Scartammo l’idea di mangiare hamburger. Eravamo saturi di carne di manzo. Da quattro giorni non mangiavamo altro che panini farciti e carichi all’inverosimile. Trovammo un ristorante con delle tovaglie a quadri bianchi e rossi sui tavoli, le sedie di legno con imbottitura trapuntata sulla seduta, e piatti in ceramica decorata ai bordi: la riproduzione di un locale che cerca di essere la riproduzione di un ristorante italiano che cerca di copiare le tavole calde americane. Un labirinto dove la prima cosa a perdersi era l’originalità. Sembrava di essere caduti in una vertigine senza fondo. Alle pareti c’erano quadri privi di qualsiasi gusto e senso artistico. Delle tendine ricamate coprivano una finestra che dava su un vicolo dove erano visibili i cassonetti dei rifiuti. Tutto appariva talmente falso da farti dubitare persino di te stesso.
Ordinammo dell’alligatore fritto e ci stupimmo quando il cameriere ce ne portò solo alcuni bocconcini ciascuno. Abituati alle dosi americane quel pasto sembrava una miseria. Se avessimo avuto davvero fame avremo sicuramente protestato. Magari avremmo preteso di parlare con il proprietario per poi scoppiargli a ridere in faccia quando questo fosse risultato un ometto basso e tondo con dei folti baffi neri. Per fortuna non facemmo niente di tutto questo. Eravamo ancora sazi per la key lime pie presa per merenda. La cena era solo un pretesto per assaggiare la carne di alligatore e far bere un po’ di coca cola annacquata alle bambine.
All’uscita dal ristorante le strade erano state allagate dagli idranti posti sui marciapiedi. Letteralmente allagate. L’acqua raccoglieva lo sporco e lo trasportava verso il mare. Le strade erano tutte leggermente in discesa e inclinate verso i lati, a schiena d’asino. Non erano soltanto delle vie per le auto, erano anche un complesso sistema di canali disegnati appositamente per far confluire l’acqua in determinati punti.
Noi camminavano sui marciapiedi, stando attenti a non bagnarci i piedi. Ilenia e Veronica avrebbero voluto tuffarsi in quel piccolo corso d’acqua e giocare a schizzarsi a vicenda. Riuscimmo a convincerle a stento ad arrivare fino al motel con la promessa di una sorpresa.
Giunti alla camera tirammo fuori dalle valige i costumi da bagno e le bambine scoppiarono di gioia. Simona mi aiutò a prepararle e mi disse di portarle in piscina, lei ci avrebbe raggiunto dopo pochi minuti. Giusto il tempo di ordinare un po’ la camera e di mettersi il costume. Mi diede un bacio sulle labbra appoggiandomi una mano sulla guancia, mentre le bambine euforiche correvano fuori.
La piscina era al centro del motel, in una piattaforma leggermente rialzata. Era una vasca rettangolare di neppure una decina di metri di lunghezza e cinque di larghezza. La profondità variava in base al lato. Quello più vicino all’entrata del motel era più profondo, forse tre metri, mentre in quello opposto le bambine potevano a fatica stare in punta di piedi. Non feci in tempo ad aprire il cancellino che delimitava la zona piscina che Ilenia corse all’impazzata a tuffarsi in acqua. Veronica invece rimase in piedi sulla sponda, con l’aria indecisa.
Papà, mi disse, ma non è troppo presto per fare il bagno?
No cara, stai tranquilla.

Il pontile terminava con una panchina che copriva tutto il bordo estremo, offrendo allo stesso tempo un posto dove sedere e un parapetto per evitare di cadere in acqua. Oltre, in mare, alcuni pali di legno che spuntavano dall’acqua suggerivano il percorso che il pontile avrebbe seguito in futuro, o che aveva seguito in passato. Su uno di questi se ne stava maestoso un pellicano scuro. Le bambine lo guardavano rapite. Non avrebbero mai pensato di vederne uno dal vivo durante la vacanza.
Ci sedemmo sulla panchina e dissi loro che avremmo aspettato lì la mamma. Né Ilenia né Veronica obbiettarono nulla. Tutta la loro attenzione era concentrata sul pellicano, niente avrebbe potuto distrarle, neppure la paura di non rivedere la propria madre.
Sul biglietto lasciato in camera avevo scritto solo che andavamo a fare una passeggiata, non avevo aggiunto dove. Simona avrebbe dovuto girare tutto il paese prima di trovarci. Io guardavo verso la strada, in attesa di vederla apparire all’inizio del pontile. Ero pronto ad accoglierla, ad abbracciarla.

Il motel era buio. La notte era buia. La piscina veniva illuminata soltanto dalle lampade poste sulle sue pareti, sott’acqua. La luce era attenuata, non eccessiva, e l’acqua da trasparente e scura acquisiva un colore turchese quasi palpabile.
Io mi ero tuffato per controllare che le bambine non andassero nella parte più profonda. Mi ero bagnato la testa e restavo a galleggiare guardando il cielo a metà vasca per delimitare il punto oltre il quale a Veronica e Ilenia non era permesso spingersi. Sentivo le loro voci acute che a volte superavano il rumore degli schizzi che si sparavano contro. Non mi interessava se infastidivano qualcuno. A causa della posizione centrale della piscina disturbare il sonno degli ospiti era inevitabile. Non volevo vestire i panni del controllore, né richiamarle all’ordine dicendo loro di fare piano. Si stavano divertendo. E io mi sentivo così leggero.
Com’è l’acqua?
Simona era in piedi al bordo della piscina. Non l’avevo sentita arrivare. Aveva indosso un costume intero, il suo preferito. Lo riempiva con una bellezza infinita. I capelli sciolti le lambivano le spalle, mentre le gambe affusolate sembravano chiedere di essere accarezzate con dolcezza.
Era fantastica. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso.
Cos’hai? Mi chiese un attimo prima di immergersi in acqua.
Niente.

Quando arrivò al pontile io e le bambine eravamo diligentemente seduti sulla panchina. Da lontano dovevamo apparire come tranquilli cittadini che aspettano l’autobus nella banchina della fermata. Dissi loro di rimanere lì mentre io andavo incontro alla mamma. Ilenia borbottò qualcosa ma Veronica la convinse a restare con lei.
Ci incontrammo a metà percorso. Non sembrava essere arrabbiata. Non avevo paura che lo fosse. Non era per quello che avevo detto alle bambine di non seguirmi. Molto probabilmente Veronica aveva pensato che io o Simona volessimo bisticciare, come diceva lei, per questo aveva persuaso la sorella a rimanere abbastanza lontana da non sentire le nostre voci. Si sbagliava, almeno per quanto riguardava me. Non avevo intenzione di litigare. Volevo soltanto restare da solo con lei.
Alla fine ci hai trovato.
È stata una bella caccia al tesoro, disse lei abbracciandomi.
Io le annusai i capelli. Aveva un buon odore. Sapeva di buono. Pensai che se le emozioni avessero avuto un odore, quelle buone avrebbero dovuto avere lo stesso odore dei capelli di Simona.
Mio fratello mi ha chiamato al telefono, disse. L’aria tutto a un tratto diventò più grigia. Dice che prima di partire hai tirato un pungo al tuo capo.
Il silenzio da quel pontile si estese ovunque, non sembrava essere solo tra di noi. Tutto il paesaggio pareva essere caduto nel silenzio totale, il mondo intero.
Giulio, va tutto bene?
Io allentai un po’ la stretta del mio abbraccio e lei sgusciò via per guardarmi negli occhi.
Il lavoro… voglio dire. Questa vacanza, hai improvvisamente voluto partire a tutti i costi. Devi per caso dirmi qualcosa?
Giulio ti prego parlami.
Cos’è la felicità? Le chiesi.
Come?
Ho l’impressione di avere sempre associato la felicità a un’assenza di preoccupazioni, ma sono quasi certo che la vera felicità non sia solo questo.
Il pellicano lanciò un grido e volò via. Le bambine scoppiarono di gioia. Le sentimmo ridere ed esultare in fondo al pontile mentre tutto attorno a noi riacquistava il proprio rumore. Loro sembravano così felici.
Guardami, disse Simona. Guardami.
La guardai e per un breve lasso di tempo ebbi la sensazione di riuscire ad afferrare la soluzione. Era lì, davanti a me. Tutto si sarebbe sistemato.